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Storia di mia moglie

Regia: Ildikó Enyedi

INTEPRETI: Léa Seydoux, Gijs Naber, Louis Garrel, Jasmine Trinca, Luna Wedler, Romane Bohringer, Ulrich Matthes, Simone Coppo

SCENEGGIATURA: Ildikó Enyedi

FOTOGRAFIA: Marcell Rév

MONTAGGIO: Károly Szalai

MUSICHE: Adam Balazs

DISTRIBUZIONE: Altre Storie

PAESE: Ungheria, Germania, Italia, Francia, 2021

DURATA: 169 min.

Jacob Störr, Gijs Naber, è un capitano di marina olandese solitario e taciturno, sempre in giro per il mondo sulle sue navi. Tuttavia, ha la sensazione che alla sua vita manchi qualcosa. Finché un giorno, un po’ per gioco, scommette col suo amico Kodor, Sergio Rubini, che sposerà la prima donna che entra nel bar dove i due stanno facendo colazione. Il caso, fortunato, vuole che si tratti della bella e spregiudicata Lizzy, Léa Seydoux , che accetta senza porsi problemi la proposta di matrimonio del capitano. Ha inizio così una storia d’amore dominata dall’ossessione di lui per un possibile tradimento da parte di Lizzy, donna affascinante e libera. Storia contraddistinta da continui litigi e rappacificazioni. Un amore che li tiene legati, ma spesso lontani anni luce e comunque diversi. Questo amore sopravviverà alla gelosia? Il capitano Störr, gigante buono e uomo tutto d’un pezzo all’apparenza, in realtà fragile e disilluso, riuscirà a capire cosa vuole davvero?

È la prima volta che Ildikó Enyedi prende spunto da un’opera letteraria per un suo lavoro. Si tratta del romanzo La storia di mia moglie di Milán Füst, scritto nel 1942. Se il romanzo segue l’andirivieni della mente del protagonista, non si possono non ricordare, mentre si assiste alla visione del film, i capolavori che hanno rinnovato la narrativa del Novecento. Difficile non cogliere riferimenti letterari a Joyce e al suo Ulisse. In primis, Jacob è un capitano di marina, un navigante, come l’eroe omerico, che fa ritorno a casa, dove lo aspetta la sua donna. Ma Lizzy, più che una moderna Penelope, sembra una moderna Molly Bloom, moglie del protagonista dell’opera Joyciana, che forse tradisce il marito Leopold, ma dalla quale lui, finisce sempre per tornare. Non per nulla, il proprietario della casa che Jacob e Lizzy affittano ad Amburgo, interpretato da Josef Hader, si chiama proprio Leopold Bloome. Tra gli echi di Joyce, poi, troverà posto anche un’epiphany, un’apparizione.

STORIA DI MIA MOGLIE è senza dubbio un lavoro molto curato esteticamente, che a tratti ricorda perfino dei dipinti, grazie alla fotografia di Marcell Rév, ma anche ai costumi di Andrea Flesch e alla scenografia di Imola Láng, che contribuiscono a creare un’ambientazione elegante e ricostruiscono benissimo epoca e luoghi – Parigi, Amburgo.  Il protagonista ha la solidità rassicurante che ci si aspetta da un capitano di marina: robusto, coraggioso e buono, quanto fragile nel rapporto con Lizzy. Lei è una perfetta dama anni ’20, estroversa, esuberante e libera. La vicenda è centrata sul rapporto malato tra i due, che diventa per Jacob ossessione del tradimento in sua assenza, ansia di non riuscire ad afferrare l’essenza di questa donna, pagando il peccato originale di averla sposata senza conoscerla. All’interno di questa ossessione si snodano corsi e ricorsi di una storia ciclica, allontanamenti e riavvicinamenti, in un gioco in cui, appena la coppia sembra aver trovato un equilibrio, tutto torna al punto di partenza.

(…) STORIA DI MIA MOGLIE è un lavoro esteticamente pregevole, da vedere al cinema, godendo di tutte le potenzialità del grande schermo. È adatto a chi ama le storie in costume – con un’ambientazione anni Venti. È ricco di riferimenti interessanti e tenta un viaggio intrigante nella mente dei due protagonisti, soprattutto di Jacob, alla ricerca di un equilibrio difficilissimo in un amore contorto e malato.

(www.cinefilos.it)

 (…) A guidare la scommessa di STORIA DI MIA MOGLIE della regista ungherese Ildikó Enyedi, già vincitrice dell’Orso d’Oro nel 2017 con Corpo e anima, non è una banconota come per il marinaio cantato da Jim Morrison. È un truffaldino Sergio Rubini a sbattergli in faccia il guanto di sfida e a incrinare l’atteggiamento di chi basta a sé stesso del capitano olandese Jakob Störr. L’ufficiale interpretato da Gijs Naber non è di certo un marinaio avventuriero uscito da un racconto di Joseph Conrad, le navi che comanda sono per lo più navi commerciali. L’esitazione durante la quale prende il coraggio a quattro mani per parlare con una giovane donna seduta da sola a un tavolo sembra dire che quella è la prima vera avventura da molto tempo. Quando chiede tra il serio e lo scherzoso a Lizzy, portata in scena da una magnetica Léa Seydoux, di sposarlo non può nemmeno immaginarsi a cosa lo porterà tutto questo.

La coda lunga della belle époque fatto di feste, champagne e albe viste in strada della Parigi in cui si trasferisce la novella coppia è un regno in cui Lizzy è la regina, mentre Jakob si sente sempre di più un semplice cortigiano dal fascino esotico. Un ruolo che tra l’altro non occupa da solo, conteso dallo scrittore Dedin, interpretato da Louis Garrel. Per questo i lunghi periodi in cui è costretto ad andare per mare diventano forieri di dubbi, sospetti e risentimenti attraverso i quali si svilupperanno le quasi tre ore complessive di durata divise in sette capitoli di STORIA DI MIA MOGLIE.

“Non mi hai mai corteggiata”, quasi rinfaccia al marito Lizzy, non tanto per la mancanza di galateo, ma per rivendicare con una punta di malizia la sua centralità in tutta la loro storia. Tanto il film quanto l’originale romanzo del 1942 di Milán Füst si chiamano, d’altronde, Storia di mia moglie. Difatti, la narrazione e il protagonista Jakob ruotano attorno alla presenza perturbante del personaggio Léa Seydoux: il suo sguardo non riesce a rovesciare il gioco delle parti, punta a far saltare direttamente il banco, dimostrandosi inafferrabile. La mente del capitano cade in un vortice per lui inedito, la cui corrente è irresistibile, la sua mente naufraga in mille paranoiche immagini di sua moglie in sua assenza.

A questo sovraccarico che esonda dal suo abisso paranoide, Jakob reagisce aumentando su di lei la pressione, cercando qualcosa che non ha mai avuto: il controllo. A prescindere dalla scelta del loro paradossale primo incontro, Jakob si è innamorato o ha scelto di innamorarsi, si è fatto davvero trasportare o il suo è il fastidio di chi non riesce a seguire la rotta che aveva in mente? Di fronte, però, a una corrente ingestibile cosa avrebbe potuto fare Jakob? La risposta che Storia di mia moglie sembra dare è la stessa: farsi cullare dalle onde.

(www.sentieriselvaggi.it)

 (…) "È inutile aspettare che la vita si adatti a te: sei tu che devi adattarti a lei", gli dirà Lizzy. Ma Jakob è incapace di lasciarsi andare alla consapevolezza che "la vita non è fatta altro che di giocose metamorfosi e non ha senso cercare qualcosa di rassicurante, un piano sensato, un obiettivo più alto: perché non c'è", come scrive Milàn Fust. La storia di mia moglie è smaccatamente sentimentale, ma è anche un trattato sui rapporti fra uomini e donne che si attraggono irresistibilmente ma continuano a non capirsi, nonché sulla tendenza di certe persone a rifiutare l'aspetto fragile e volubile dell'esistenza.

La messinscena è sontuosa, magnificamente fotografata da Marcell Rév e abbigliata dai bellissimi costumi di Andrea Flesch, e i due protagonisti, l'attore olandese Gijs Naber e soprattutto l'attrice francese Léa Seydoux, sono fisicamente ed emotivamente perfetti nei ruoli di Jakob e Lizzy. Il paragone inevitabile è con Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick e soprattutto con il Doppio Sogno di Arthur Schnitzler, il romanzo breve del 1925 cui era ispirato.

Le sette lezioni di vita che punteggiano il racconto di LA STORIA DI MIA MOGLIE portano Jakob dal pragmatismo iniziale alla presa di coscienza finale con un passo lento e rigoroso che fa parte della visione artistica di Enyedi, ma anche di quell'epoca lontana evocata come un fantasma: un'epoca improntata al maschile, e in realtà rediretta dalle donne attraverso la sensualità e il mistero. Lizzy provoca e sfida suo marito e non rivela mai i suoi sentimenti per lui, né i suoi possibili tradimenti. Ciò che rivendica, senza fare battaglie e dietro lo schermo di un'apparente arrendevolezza, è la propria autonomia di essere umano, mentre la millantata onestà di lui si traduce spesso in collera, intransigenza e sfiducia.

La regia di Enyedi è fluida come il mare che il capitano attraversa, come l'acqua sotto i ponti di Parigi e di Amburgo e come il nostro destino inconoscibile. A porte chiuse però tutto si raggela, diventa immobile e claustrofobico, la compostezza formale prende il sopravvento interrotta solo dal movimento sensuale del corpo di Lizzy, che si sottrae alle costrizioni intorno a lei. Ma anche dietro la confezione algida, che riflette invece la personalità di Jakob, si agita quel fuoco incandescente che il capitano fatica a trattenere, e che è la vita nella sua essenza incendiaria, in grado di mandare in cenere ogni umano progetto. Eppure Jakob ha fiducia nella pioggia, sapendo che prima o poi arriverà a spegnere l'incendio.

(www.mymovies.it)