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Sundown

Regia: Michel Franco

INTERPRETI: Tim Roth, Charlotte Gainsbourg, Iazua Larios Ruiz, Henry Goodman, Samuel Bottomley, Mónica Del Carmen, Albertine Kotting McMillan

SCENEGGIATURA: Michele Franco

MONTAGGIO: Óscar Figueroa, Michel Franco

DISTRIBUZIONE: Europictures

NAZIONALITÀ: Messico, Francia

DURATA: 83 min.

Alice e Neil Bennett sono il cuore di una ricca famiglia britannica in vacanza ad Acapulco, con i più giovani Colin e Alexa. Quando un'emergenza lontana richiama la famiglia Bennett nel Regno Unito, interrompendo la vacanza sulla costa messicana, il delicato equilibrio del clan, apparentemente affiatato, viene stravolto una volta per tutte.

 (www.movieplayer.it)

Il film dura un tempo apprezzabile: troppo breve per annoiarsi o perdere la concentrazione. Il cast è davvero eccellente, incluse le figure minori. Gli attori principali di SUNDOWN sono il candidato al Premio Oscar (Miglior attore non protagonista per Rob Roy nel 1996) Tim Roth e la pluripremiata Charlotte Gainsbourg, un’accoppiata vincente. Sono entrambi bravissimi. La regia ci trascina con apparente calma in una storia che da subito fa percepire che c’è qualcosa che non va. La sceneggiatura è solida. Il senso della storia e del personaggio principale, interpretato in maniera così convincente da Tim Roth, è chiaro e persino condivisibile alla fine del film. Il contrasto fra la ricchezza imprenditoriale e tangibile della famiglia Bennett, con tanto di strabordante eredità, e la povertà di Acapulco caratterizza gli eventi.  A firmale la sceneggiatura di SUNDOWN lo stesso Michel Franco che, a tale proposito, ha dichiarato di aver scritto il film a seguito di una profonda crisi personale, proprio dopo un viaggio ad Acapulco in compagnia di una ragazza. Un viaggio caratterizzato da una disavventura con la polizia federale e un inseguimento con gli agenti armati e particolarmente aggressivi. Una violenza che si ritrova anche nel film e che esplode, proprio come nel recente Nuevo Orden, a partire da un contesto familiare. “Non è un caso che Sundown sia ambientato ad Acapulco” si legge nelle note di regia. “È sconvolgente per me vedere la città in cui ho passato le vacanze da bambino trasformata in un epicentro di violenza. SUNDOWN nasce dalla necessità di esplorare un luogo che sembra sempre più distante ed estraneo. L’esplorazione di tutte le prospettive che emergono ad Acapulco è anche uno studio sui personaggi e un’analisi di dinamiche familiari”.

SUNDOWN spinge a una riflessione sui modi di vedere la vita. Il personaggio di Neil è apatico; perciò empatizziamo con la sorella che, mentre lui si trova sulle spiagge messicane a bere, si assume delle importanti responsabilità. Lui le rifugge, facendosi persino raggiungere una seconda volta dalla povera Alice, sfinita ed incredula. Facile mettersi nei panni di lei, meno in quelli di lui. Tuttavia, le persone non si conoscono a fondo quanto si vorrebbe, perciò non viene facile nemmeno giudicare l’atteggiamento di Neil. Perché, ad Acapulco, con la sorella e i nipoti alloggia in un hotel lussuoso e, quando è solo, in uno di infima categoria? SUNDOWN spinge ad osservare con gli occhi di Alice, prima, di Neil, poi, talvolta della neo fidanzata Berenice. Stridente e reale, infine, è il contrasto pericoloso, in quella zona, fra il lusso e il degrado.

(www.filmpost.it)

Ci sono due piani di lettura in questo film che racconta sia il paese del regista che la solitudine di un uomo in caduta libera che vive bene lontano dal suo ambiente elitario nella sua passività. Lui nasconde un segreto, che verrà fuori solo nel finale. Le sue giornate, durante tutto il film, sono illuminate dal sorriso di una giovane donna del luogo e da lampi improvvisi di luce ad intermittenza. Tim Roth con la sua camicia di lino stropicciata e i bermuda sporchi riesce a catturare l’attenzione dello spettatore fino al finale non chiarissimo e intrigante proprio per questo.

Il regista, del resto, come in un puzzle, si diverte a seminare indizi e simboli forti come i maiali che appaiono al protagonista come dei flash lisergici. La visione onirica - a tratti - si confonde con quella iperrealistica della violenza del luogo che colpirà la famiglia inglese. Il personaggio di Tim Roth diventa un antieroe contemporaneo, calato in una realtà fatta di corpi sudati e palpitanti come quello della bella Berenice. SUNDOWN è un film costruito esclusivamente sugli stati d’animo del personaggio di Neil incarnato da un interprete in stato di grazia che si meriterebbe una Coppa Volpi. Un’opera da vedere, difficile da raccontare, che potrebbe a tratti ricordare la poetica di Ferreri. Non a caso, il film si chiude davanti ad un mare in tempesta e forse una ritrovata libertà.

(www.ecodelcinema.com)

Dopo Nuevo orden, Leone d’Argento nel 2020, il messicano Michel Franco torna in Concorso a Venezia, e con SUNDOWN radicalizza e insieme semplifica la propria poetica darwiniana, biologica più che nichilista. Tra conflitto sociale e sopravvivenza individuale, in soli 83 minuti assesta una controllata e letale rasoiata al senso comune, ovvero all’ipocrisia diffusa, al volemose bene inane, che non potrà non soddisfare gli estimatori di Marco Ferreri e, ancor più, di Michel Houellebecq.

I milionari inglesi Neil e Alice Bennett stanno trascorrendo una lussuosa vacanza ad Acapulco con i giovani Colin e Alexa, finché un lutto non li costringe a un brusco cambiamento. Premesse e promesse verranno brutalmente disattese, Neil stravolgerà lo status quo, richiamando violenza, straniamento e escatologia molecolare sotto il sole aggressivo e indifferente della località balneare messicana.

Sciatto con pinocchietti e birkenstok, elementare se non meschino nelle intenzioni, Tim Roth è il profeta no future di Franco, che procede spedito e meccanico verso il grado zero dell’esistenza umana: il viaggio al termine della vita non è che un’ultima birra, un ultimo tuffo, un ultimo raggio di sole.

È un film piccolo e letale, un proiettile che miete vittime collaterali, e che nondimeno potrebbe essere derubricato a divertissement labile e crudele, cosa che non è: SUNDOWN è abitato – e forse istruito – da un rettile che si concede l’ultimo sole, e se ne frega di tutto e tutti, senza boria, di necessità, con risultanze entomologiche.

Il sesso non ha prezzo ma nemmeno avvenire, la prostituzione minorile balugina, la bestialità delle carceri azzanna, eppure Franco non si ferma, riesuma maiali da allevamento e ne fa incubo canceroso fino alla fine. Nessuna apocalisse, nessuna fuga, nessuna famiglia, nessuno status, solo ineluttabilità: un destino minerale.

 (www.cinematografo.it)