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The father - Nulla è come sembra

Regia: Florian Zeller

INTERPRETI: Anthony Hopkins, Olivia Colman, Olivia Williams, Rufus Sewell

SCENEGGIATURA: Christopher Hampton, Florian Zeller

FOTOGRAFIA: Ben Smithard

MONTAGGIO: Yorgos Lamprinos

DISTRIBUZIONE: BIM Distribuzione

NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, Francia, 2021

DURATA: 97 min. 

Vincitore di 2 Premi Oscar

Anthony, un uomo di 80 anni, nonostante l'età avanzata non vuole aiuto e assistenza da sua figlia Anne. L'anziano, però, ha davvero bisogno di cure, soprattutto perché la sua mente inizia a vacillare a causa della demenza senile.

Giorno dopo giorno Anthony perde la percezione della realtà, che sotto i suoi occhi inizia a mutare in qualcosa di estraneo. Fatica a riconoscere anche la stessa Anne, che gli appare diversa e sconosciuta e inizia a dubitare della sua mente, dei suoi cari e di tutto ciò che ha intorno. Addolorata, Anne vede suo padre rinchiudersi sempre più in se stesso e il non essere riconosciuta da lui le appare come un lutto: ha perso il genitore, nonostante questi sia ancora vivo...

 I film sulla vecchiaia e sui disturbi che la accompagnano ci sono apparsi spesso ricattatori e moralmente devastanti. Il cinema, com'è giusto che sia, racconta anche la vita umana nei suoi aspetti meno felici, come la decadenza fisica e la morte, ma per sfuggire alla spettacolarizzazione della malattia ed evitare la ricerca della lacrima facile serve un approccio particolare. Florian Zeller con THE FATHER, che ha adattato con Christopher Hampton da una propria pièce teatrale in questo sorprendente debutto cinematografico, ha dimostrato di avere l'intelligenza e il talento necessari per affrontare il tema in modo stimolante e offrire allo spettatore, che non è mai coinvolto passivamente, le tessere di un puzzle da ricostruire, come affannosamente cerca di fare il suo protagonista.

È in questa corrispondenza tra l'azione dei personaggi in scena e la reazione emotiva del pubblico, che il film si ancora da subito nella nostra coscienza, catturando e mantenendo desta la nostra attenzione. In quello che vediamo c'è un riflesso del nostro vissuto o delle nostre paure, comprendiamo con dolore attraverso il protagonista e le persone a lui vicine cosa significhi perdere i propri punti di riferimento, attaccarsi alle piccole cose, non riconoscere l'ambiente che ci ha sempre rassicurato. E lo facciamo mentre cerchiamo di mettere a fuoco l'insieme, di unire le tessere del puzzle della vita e della personalità di questo anziano padre spaventato e confuso, di volta in volta consapevole e dimentico del tempo e delle buone maniere, divertente e respingente, disorientato e stupito da quella figlia che cambia volto, che è sposata, divorziata, nubile, deve partire per Parigi oppure no, mentre l'altra, la sua preferita, da tempo non viene più a trovarlo; indispettito dagli estranei e dalle sconosciute pazienti, sorridenti o ostili che si insinuano in casa sua, che lui non (ri)conosce, così come non si orienta nei luoghi a lui famigliari, ma a cui cerca di contrapporre la propria ferrea volontà di padre e proprietario. Frammenti di realtà che diventano le tessere di un giallo, quello della memoria che si frantuma e della coscienza che cerca di tornare a galla, assai più appassionante e reale, almeno per noi, delle continue variazioni sul tema di Christopher Nolan.

 Cosa resta di noi quando la coscienza pian piano ci abbandona? Quando torniamo indifesi come bambini, testardi e capricciosi, spaventati e perduti come quando ci capitava di svegliarci nel buio della notte con un senso di solitudine e disorientamento paralizzante? Anthony Hopkins, mai tanto grande e misurato, anche nei momenti di eccentricità richiesti dal personaggio, rende toccante e preziosa la fragilità di un uomo che ha vissuto una vita lunga e piena di chissà quanti eventi e che aprendo la porta al mattino si trova di fronte a persone sempre diverse, confonde volti e ricordi, tratta con durezza chi gli vuole bene ma non può vivere con lui, non sa più cosa sia reale e cosa no e non comprende perché nel suo appartamento qualcuno abbia cambiato la disposizione delle stanze. Un uomo elegante e dignitoso la cui unica certezza è ormai l'orologio che porta al polso e che scandisce il tempo di questi strani giorni in cui non sa l'ora di cena è forse quella di colazione. Basta uno sguardo d'un tratto smarrito, un cambiamento nella postura, nel tono della voce, e Anthony si trasforma, ci fa balenare davanti agli occhi un'immagine di quello che poteva essere stato, e non è più. Per raccontarci la storia del padre, Zeller non si limita a riproporre la messinscena teatrale, ma ci coinvolge nel viaggio interiore del protagonista e di chi gli sta vicino, trasmettendoci lo stesso senso di spaesamento, fino ad un finale tanto vero e raggelante nella sua semplicità da lasciarsi senza parole ma con una commossa comprensione del dolore di un essere umano che arriva in questo modo al termine della sua vita, bisognoso di esser preso con mano come un bambino che impara a camminare. Anche se si svolge interamente all'interno di quattro mura, THE FATHER non riproduce pedissequamente gli spazi e le quinte di un palcoscenico teatrale, ma grazie alla regia e all'uso sapiente del montaggio, della scenografia e delle interpretazioni del cast, ci offre un'esperienza cinematografica davvero unica, capace di farci riconoscere nelle vite degli altri, come solo il grande cinema d'autore è in grado di fare.

 (www.comingsoon.it)

 Un dramma sobrio, per nulla mellifluo, che mette in risalto una realtà quotidiana pregna di dolore. È risaputo che, tendenzialmente, quando si ha una determinata malattia i “portatori” smettono di essere visti come persone e diventano malati. É importante superare lo stigma e iniziare a guardare oltre, riconoscere l’individualità della persona, che sebbene colpita dalla malattia non è per questo “scomparsa”. Anthony è ancora una persona, e uno che sta subendo la peggiore delle ingiustizie: perdere la propria memoria significa perdere la propria identità, quindi esistere smettendo di essere. E non è da meno chi deve stare a guardare, come Anne, costretta a piangere la perdita del padre anche se lui è ancora vivo. C’è un puzzle da ricostruire, ma non annotando ogni appunto sullo smartphone come l’Alice di Julianne Moore (Still Alice) o ricoprendo il corpo di tatuaggi come fa il Guy Pearce di Leonard Shelby (Memento), bensì attraverso le suggestioni di un luogo, di un appartamento ove si è vissuta una vita, in attesa di quei pochi ricordi che il cervello riesce ancora a tenere in vita. Non a caso la scenografia ricopre un ruolo da protagonista: la storia si muove ipoteticamente in diversi spazi ma in realtà ne vive solo uno, l’appartamento, che sopravvive nei ricordi di Anthony; una sola location come punto di riferimento dove poter trovare se stessi, e al massimo sbirciare all’esterno dalla solita finestra sulla strada per verificare che sia tutto al posto giusto, un appartamento che fa da contenitore per le confusioni e i sentimenti dei suoi abitanti. L’ambiente ricorda l’aridità rimasta dopo una vita vissuta espressa dall’Amour di Haneke, in cui la casa esiste, respira, conosce ogni segreto. L’esterno è tutto in ordine, ben posizionato, quasi in attesa; ma dentro c’è uno caos che mette tutto in disordine. THE FATHER non è il primo film a trattare di Alzheimer o demenza senile, ma si distingue nel modo in cui la racconta: attraverso lo sguardo di chi ne è vittima, mostrando ciò che vede, sente, vive. Due interpreti maestri dell’emotività controllata portano addosso il peso di una storia, o forse non storia; un esperimento che parte dal teatro e passa per il cinema, ma che soprattutto vuole essere un’esperienza multimediale di narrazione in cui vengono manipolati luogo, tempo e spazio per arrivare a un fine. Siamo lontani dall’effetto de Il sesto senso o di Fight Club: non si cerca di “imbrogliare” lo spettatore attraverso la distorsione della realtà, ma di renderlo partecipe a questa forma di verità che esiste, che accade. Come Fincher ha dato al pubblico gli stessi occhi e orecchie di Edward Norton, facendolo entrare nella sua mente psicotica, Zeller fa lo stesso senza necessità del colpo di scena finale; il pubblico, messo in una condizione di sovrapercezione, qui è consapevole da subito del problema che affligge i personaggi. Ed é importante che lo sappia. Un gioco che spinge a chiedersi chi sia realmente il protagonista: gli attori o gli spettatori?

 Ricordi, volti e luoghi si mescolano nella mente dell’anziano protagonista così come agli occhi del pubblico. In questo caso non c’è l’analisi della malattia o lo svilimento per la perdita che questa comporta, ma c’è la rappresentazione di un perenne stato confusionale che rende tutti partecipi della crudeltà intrinseca di una malattia che è cosi reale. Un declino interiore che ristagna nella perdita d’identità, che portata avanti nella consapevolezza crea una risposta di non accettazione, e lo si percepisce non solo dalle reazioni ma anche dai volti. Ma Anthony, seppur infrenabile, può soltanto limitarsi a seguire quel che succede – la narrazione – nel suo svolgersi univoco e senza controllo, nel dolore nostalgico per la perdita di mondi e tempi perduti. Nel film la realtà vera prende forma attraverso il (non) racconto frammentato di Anthony, ciò che ricorda e che vede come dei flashback cinematografici, ricreando in un certo senso – sempre nel connubio memoria-cinema – il montaggio della sua esistenza. La memoria rappresenta il meccanismo attraverso cui l’uomo costruisce una narrazione del sé, e il film il contenitore che imprime le immagini di questa memoria, come ricordi che prendono vita in proiezione. Sia nel film che nella memoria le sensazioni passate possono riaffiorare dal nulla; le memorie sono proiettate nella mente come in una sala. Nel film come nei ricordi il tempo non è lineare, ed entrambi fungono come mezzo per viaggiare tra passato e presente.

 (www.sentieriselvaggi.it)