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The French Dispatch

Regia: Wes Anderson

INTERPRETI: Timothée Chalamet, Saoirse Ronan, Elisabeth Moss, Léa Seydoux, Bill Murray, Willem Dafoe, Christoph Waltz, Tilda Swinton

SCENEGGIATURA: Wes Anderson

FOTOGRAFIA: Robert D. Yeoman

MONTAGGIO: Andrew Weisblum

DISTRIBUZIONE: Walt Disney Pictures

NAZIONALITÀ: USA, 2021

DURATA: 108 min.

THE FRENCH DISPATCH, l’ultima produzione del geniale regista statunitense Wes Anderson. La pellicola, basata sulla consueta armocromia che caratterizza i film andersoniani, stupisce gli spettatori con l’ingresso del bianco e nero che conferisce una sfumatura inedita allo stile del regista. È un film che parla di giornalismo, ma non è “sul giornalismo”, come ha specificato Anderson stesso. La pellicola trae ispirazione dalle coloratissime e variegate edizioni del New Yorker che il regista leggeva da bambino.

In una recente intervista Wes Anderson ha confessato di essere stato rapito, nella sua immaginazione infantile, dallo stile principalmente narrativo del New Yorker, in cui il giornalismo si trasfondeva nel racconto quasi picaresco.

Proprio dalla dimensione narrativa e romanzesca del giornalismo Anderson trae ispirazione per comporre una delle sue pellicole più estrose e raffinate. La trama vuole essere un omaggio all’arte di raccontare storie, declinata in tutte le sue varie prospettive.

Non è certamente un caso che in THE FRENCH DISPATCH Anderson si serva di una commistione di tecniche disparate: dalla fumettologia alla grafica, dall’astrattismo al bianco e nero.

Il film vuole essere un omaggio a un giornalismo ormai scomparso, ma in fondo cela anche una critica allo stile americano, puramente didascalico di fare giornalismo.

La pellicola è composta in modo episodico: a ogni episodio - inteso come singolo articolo di giornale - viene affidata una narrazione differente.

La vicenda prende il via dalla morte dello storico editore della rivista, Arthur Howitzer, Jr., colpito da un attacco di cuore. In seguito a questo tragico evento inatteso la redazione della rivista THE FRENCH DISPATCH, che ha sede nell’immaginaria cittadina francese di Ennui-sur-Blasé, si riunisce per scrivere il necrologio.

Da qui si dipana una pluralità di narrazioni legate al ricordo di Howitzer: quattro in particolare gli articoli/storie su cui si focalizza la pellicola dando così avvio a una struttura episodica che, nel finale, torna al punto di partenza, ovvero alla morte dell’anziano editore.

Abbiamo quindi un vivace reportage dei quartieri più malfamati della città firmato da un cronista in bicicletta. Segue la tragicomica vicenda di un galeotto artista di grande talento. Un focus su una rivolta studentesca che si trasfonde in una melodrammatica storia d’amore e morte. E, per finire, la cronaca di un rapimento annunciato che si lega inaspettatamente con l’alta cucina francese.

La trama di THE FRENCH DISPATCH è rocambolesca, spesso sconclusionata, e ricca di colpi di scena. A unire le varie storie sono lo stile inconfondibile di Wes Anderson, quella palette di colori pastello e le scelte cromatiche forti che tengono viva l’attenzione del pubblico, e l’innegabile pregio attoriale di un cast d’eccezione.

Gli interpreti sono tutti attori di alto calibro che riescono a conferire il giusto spessore a una trama originale e priva di continuità. Troviamo un bravissimo Bill Murray nei panni dell’editore defunto, Tilda Swinton che veste le spoglie di un’eccentrica critica d’arte; Timothée Chalamet nelle vesti di uno studente ribelle e tormentato; una meravigliosa Léa Seydoux che interpreta una guardia carceraria divenuta musa ispiratrice; Owen Wilson è un creativo cronista in bicicletta. Eccezionale anche l’interpretazione di Frances McDormand, fresca di premio Oscar per Nomadland.

Anche gli attori di pregio cui vengono assegnati parti minori, in alcuni casi addirittura una manciata di battute, riescono a lasciare il segno: è il caso di Elisabeth Moss, Saoirse Ronan (quasi sprecata per la parte che le viene assegnata, ma capace di forare lo schermo con uno sguardo) e Willem Dafoe che appare in chiaroscuro per pochi ma indimenticabili istanti.

Anche se THE FRENCH DISPATCH è un film fortemente autoreferenziale, in cui Wes Anderson gioca a citare se stesso, rimane una forte impressione visiva: l’estetica è perfetta, certe immagini restano impresse nelle retine anche parecchio tempo dopo la visione del film. Anderson compone una perfetta pellicola nel suo peculiare stile vintage pop, e ricostruisce, tramite l’ausilio del mezzo cinematografico, un mondo fatto di carta come rivelano le splendide copertine illustrate di The French Dispatch mostrate durante i titoli di coda (su imitazione del celebre New Yorker). Tuttavia questo fantomatico castello di carta crolla nel momento in cui l’arte sopraffina, portata all’ennesima potenza, della regia non riesce a tenere il passo della trama.

Alla fine rimane la sensazione di aver visto delle bellissime immagini, un’autentica opera d’arte, ma della trama, dei dialoghi resta forse l’impressione di una parodia. Uno spettacolo di pura regia, in cui persino l’interpretazione degli attori è superiore allo spessore caratteriale dei personaggi. Un film che in sintesi parla di se stesso, come un’opera metaletteraria che riflette sul processo di scrittura e lettura - quindi di composizione e fruizione - e non sulla narrazione in sé.

(www.sololibri.net)

 

Una triste notizia è giunta agli uffici di The French Dispatch Of The Liberty, Kansas Evening Sun: il fondatore della rivista Arthur Howitzer, Jr. è morto, e il suo testamento ha stabilito che la pubblicazione sarà chiusa immediatamente dopo la sua scomparsa. Mentre lo staff piange la sua dipartita, vediamo una manciata di stralci del rispettato giornale, tra cui uno sguardo a Moses, un pittore pazzo che si trova in prigione per duplice omicidio; la saga di uno studente rivoluzionario di nome Zeffirelli e un resoconto di Roebuck Wright, uno scrittore che avrebbe dovuto intervistare un noto chef ma che è finito coinvolto in un’inaspettata storia di rapimento.

Lavorando di nuovo con il direttore della fotografia Robert Yeoman e lo scenografo Adam Stockhausen, Wes Anderson usa tutti i suoi soliti strumenti per trasformare la stravagante comunità francese di Ennui-sur-Blase in una favola incantata, dove verità e finzione si legano indissolubilmente. Le proporzioni di THE FRENCH DISPATCH cambiano, le immagini passano dal bianco e nero al colore, i set appaiono gloriosamente vissuti e tattili – c’è persino una estesa sequenza animata. Aggiungiamoci una colonna sonora vivace orchestrata del collaboratore di lunga data Alexandre Desplat ed è chiaro che Wes Anderson sta cercando di imitare la sensazione che dà il leggere una grande storia, dove le immagini che creiamo nella nostra mente sono più vivide di quanto la vita reale (o un adattamento cinematografico) potrebbe mai riuscire a catturare.

Sebbene i riferimenti temporali dei diversi segmenti di THE FRENCH DISPATCH non siano specificati – ma quello con l’anarchico di Zeffirelli rimanda sicuramente al maggio del 1968 – Wes Anderson replica con gioia e omaggia a suo modo alcuni momenti culturalmente pregni del passato a mo’ di sofisticati talk show televisivi e l’ascesa dell’arte postmoderna (ci infila anche battute sulle canzoni pop francesi, sul teatro ultra-serio e su Jacques Tati).

Soprattutto, però, THE FRENCH DISPATCH riflette il rispetto (con un po’ di derisione) verso quei giornalisti sobri di un tempo che cercano di far luce sui loro affascinanti argomenti di cronaca. Ciò è particolarmente visibile nel capitolo di Zeffirelli, dove la scrittrice Lucinda Krementz finisce un po’ troppo impantanata nella storia che intende raccontare, innamorandosi del giovane rivoluzionario mentre ascoltiamo la prosa affettata nella di lei voce fuori campo.

Dei tre segmenti / cortometraggi, quello che coinvolge Moses è facilmente il più forte, presentando non soltanto un Benicio del Toro appassionato, ma anche Adrien Brody nei panni di un gallerista intrigante e una generosa Lea Seydoux (si mostra in nudi frontali ‘d’autore’) come improbabile musa del pittore oltre che sua guardia carceraria. È un racconto breve spiritoso e pieno di colpi di scena, che costruisce con affetto i suoi personaggi profondamente fallibili.

Il film termina con una dedica a diversi luminari del New Yorker, i quali hanno tutti difeso l’idea che le riviste dovrebbero trattare la propria pubblicazione come parte di una professione nobile, attaccando i reportage con lo stesso entusiasmo di un romanziere o di un artista. Il fatto che la pubblicazione al centro dei 108 minuti stia chiudendo i battenti per sempre indica certamente la preoccupazione di Wes Anderson che una tale tradizione letteraria stia svanendo. In effetti, è questo l’elemento più toccante di THE FRENCH DISPATCH.

(www.ilcineocchio.it)