Sezione Interregionaledelle Tre Venezie

Schede dei film

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The italian banker

Regia: Alessandro Rossetto

INTERPRETI: Fabio Sartor, Sandra Toffolatti, Mirko Artuso, Diego Ribon, Valerio Mazzucato

SCENEGGIATURA: Alessandro Rossetto

FOTOGRAFIA: Matteo Calore

MONTAGGIO: Jacopo Quadri

DISTRIBUZIONE: Parthénos

NAZIONALITÀ: Italia, 2021

DURATA: 80 min.

THE ITALIAN BANKER, nuovo lungometraggio di Alessandro Rossetto, è l’adattamento in chiave cinematografica dello spettacolo teatrale Una banca popolare di Romolo Bugaro, scrittore padovano specializzato in diritto aziendale. Si tratta del terzo lungometraggio di finzione per Rossetto, dopo una lunga gavetta nel documentario e le pellicole Piccola patria ed Effetto domino, che già presentano alcune delle tematiche indagate dal regista: l’anima del nord-est, nello specifico del sistema bancario veneto e la sua crisi, analizzata in maniera simbolica e antropologica.

In una maestosa villa veneta, esponenti dell’alta società veneta stanno partecipando a una festa esclusiva; tuttavia molti di loro si presentano come emblema di una borghesia in declino, decadente, dopo il crollo della Banca Popolare del Nordest. La colpa del crollo viene indiscutibilmente attribuita all’ex direttore della banca che, inaspettatamente, comparirà alla serata di gala, proponendo un’inedita versione dei fatti. Tra balli e coppe di champagne, verranno quindi indagate le frustrazioni e inquietudine dei personaggi principali, legate indissolubilmente a una situazione di disillusione collettiva.

I personaggi di THE ITALIAN BANKER non sono altro che futili pedine vittime di un meccanismo economico irrefrenabile, fotografati nella loro inesauribile sete di denaro, fonte di un immobilismo venale che porta a un imbruttimento estetico ed etico del gusto della vita. La festa è in realtà finita, benché perpetrata nel tempo da chi non ha il coraggio di fare fronte alla propria ipocrita umanità. Non c’è nessuna spinta verso una crescita umana e interiore in THE ITALIAN BANKER, che fotografa una provincia italiana decaduta, un nord-est unicamente concentrato sul profitto e sulla ridondanza di un’ingordigia venale. Il cast, composto da Fabio Sartor, Sandra Toffolatti, Diego Ribon, Mirko Artuso e Valerio Mazzucato riesce a rendere in maniera ottimale la meschinità di questi personaggi, incastonati drammaticamente in una forma localistica e regionale soprattutto mentale. Le angosce e contraddizioni dei personaggi-funzione sono scandagliate da Rossetto in una notte del giudizio dai toni manichei, marcati in primo luogo dalla fotografia in bianco e nero, che marca la simbologia spettrale dei personaggi. L’assetto narrativo presenta toni espressamente teatrali, enfatizzati dal cast, lo stesso che era stato assemblato per la rappresentazione teatrale. La messa in scena di THE ITALIAN BANKER ricalca l’assetto teatrale dell’opera ed è funzionale allo svelamento di una trama volta alla caratterizzazione frammentata, incompleta e impoverita dei personaggi principali, costantemente in tensione tra un presente patinato e irraggiungibile e un passato remoto a cui non è più possibile appigliarsi. Le psicologie disgregate dei personaggi trovano il loro correlativo oggettivo in balli inconsistentemente fastosi, forma di dialogo implicita tra interlocutori impossibilitati a salvarsi.

La drammaturgia bipartita di THE ITALIAN BANKER scandisce nettamente il ritmo narrativo, pur dovendosi scontrare con scambi di dialogo e interlocuzioni che non riescono a scardinarsi dall’impianto teatrale, e dunque risultano meno incisivi dell’effettivo valore che avrebbero. La villa diventa campo di gioco, scacchiera geometrica dalla cui partita non viene risparmiato nessuno, proprio perché non si arriverà mai a una vera e propria risoluzione finale, lasciando ambe le parte in una condizione di inesauribile insussistenza. Rossetto mette in atto una riflessione sul sistema bancario veneto e la sua crisi, trattata in maniera non convenzionale, osservando la vicenda dalla prospettiva dei signori della finanza in netto contrasto con la schiera dei beneficiati, che voltano repentinamente le spalle ai potenti ormai decaduti. Lo tsunami collettivo, schiantatosi su innumerevoli famiglie e aziende, viene esaminato da una prospettiva decadente, riflessa nella fotografia tagliente e biforcuta, tanto quanto la lingua di chi non cesserà di reclamare il proprio lignaggio prestigioso, nonostante il devastante tracollo finanziario.

Centro propulsore delle inquietudini dei protagonisti è l’ambiente stesso in cui la vicenda prende forma: un’unica location, una grande villa palladiana, diventa campo di gioco, scacchiera imparziale che sancirà la suddivisione in atti impliciti della pellicola. È una festa esclusiva, elitaria, che riunisce personaggi di spicco dell’aristocrazia veneta, nascosti dietro una patina di lusso istintuale, che continueranno a propinare incessantemente nelle conversazioni rubate da una macchina da presa invasiva.

La crisi dell’individuo ricalca quindi quella comunitaria in THE ITALIAN BANKER, messa in luce dalla prospettiva spaziale, che alternativamente illumina e oscura i reietti protagonisti, dando vita a un teatro orrorifico marchiato da un’ironia pungente e amara. È il setting a dettare le leggi narrative, scardinando qualsiasi paradigma temporale per mettere in scena una ricerca plastica e materica di un microcosmo modellato tramite l’immagine cinematografica.

(www.cinefilos.it)

 

Al terzo lungometraggio di finzione dopo una ricca esperienza nel documentario, Alessandro Rossetto si conferma narratore interessato a scandagliare l’anima del nord-est, indagandone angosce e contraddizioni. (…) produzione pressoché indipendente dove le idee appaiono più forti dei mezzi, è la trasposizione cinematografica dello spettacolo Una banca popolare di Romolo Bugaro, scrittore padovano nonché avvocato esperto in diritto aziendale. L’origine teatrale è evidente, perfino rivendicata (il cast è lo stesso), con la scelta del bianco e nero a stilizzare una straniante “notte del giudizio” abitata da corpi ridotti a spettri, personaggi che sono funzioni.

La dimensione metaforica è sottolineata dall’unico spazio, una grande villa palladiana – simbolo dell’identità veneta, maestose dimore aristocratiche ma anche complessi produttivi – dove si sta svolgendo una festa esclusiva. Tra gli invitati, eleganti e perbene, molti hanno perso milioni a causa del crollo della Banca Popolare del Nordest.

In quello che potremmo definire un “primo atto”, a prendere la parola sono le vittime del crack, già conniventi del sistema, con le tensioni personali che si intrecciano alla frustrazione collettiva. Poi entra in scena l’ex presidente della banca e soprattutto la sua verità. È lui, the Italian banker, perché nell’autodifesa c’è anche l’accusa,

THE ITALIAN BANKER, nuovo lungometraggio di Alessandro Rossetto, è l’adattamento in chiave cinematografica dello spettacolo teatrale Una banca popolare di Romolo Bugaro, scrittore padovano specializzato in diritto aziendale. Si tratta del terzo lungometraggio di finzione per Rossetto, dopo una lunga gavetta nel documentario e le pellicole Piccola patria ed Effetto domino, che già presentano alcune delle tematiche indagate dal regista: l’anima del nord-est, nello specifico del sistema bancario veneto e la sua crisi, analizzata in maniera simbolica e antropologica.

In una maestosa villa veneta, esponenti dell’alta società veneta stanno partecipando a una festa esclusiva; tuttavia molti di loro si presentano come emblema di una borghesia in declino, decadente, dopo il crollo della Banca Popolare del Nordest. La colpa del crollo viene indiscutibilmente attribuita all’ex direttore della banca che, inaspettatamente, comparirà alla serata di gala, proponendo un’inedita versione dei fatti. Tra balli e coppe di champagne, verranno quindi indagate le frustrazioni e inquietudine dei personaggi principali, legate indissolubilmente a una situazione di disillusione collettiva.

I personaggi di THE ITALIAN BANKER non sono altro che futili pedine vittime di un meccanismo economico irrefrenabile, fotografati nella loro inesauribile sete di denaro, fonte di un immobilismo venale che porta a un imbruttimento estetico ed etico del gusto della vita. La festa è in realtà finita, benché perpetrata nel tempo da chi non ha il coraggio di fare fronte alla propria ipocrita umanità. Non c’è nessuna spinta verso una crescita umana e interiore in THE ITALIAN BANKER, che fotografa una provincia italiana decaduta, un nord-est unicamente concentrato sul profitto e sulla ridondanza di un’ingordigia venale. Il cast, composto da Fabio Sartor, Sandra Toffolatti, Diego Ribon, Mirko Artuso e Valerio Mazzucato riesce a rendere in maniera ottimale la meschinità di questi personaggi, incastonati drammaticamente in una forma localistica e regionale soprattutto mentale. Le angosce e contraddizioni dei personaggi-funzione sono scandagliate da Rossetto in una notte del giudizio dai toni manichei, marcati in primo luogo dalla fotografia in bianco e nero, che marca la simbologia spettrale dei personaggi. L’assetto narrativo presenta toni espressamente teatrali, enfatizzati dal cast, lo stesso che era stato assemblato per la rappresentazione teatrale. La messa in scena di THE ITALIAN BANKER ricalca l’assetto teatrale dell’opera ed è funzionale allo svelamento di una trama volta alla caratterizzazione frammentata, incompleta e impoverita dei personaggi principali, costantemente in tensione tra un presente patinato e irraggiungibile e un passato remoto a cui non è più possibile appigliarsi. Le psicologie disgregate dei personaggi trovano il loro correlativo oggettivo in balli inconsistentemente fastosi, forma di dialogo implicita tra interlocutori impossibilitati a salvarsi.

La drammaturgia bipartita di THE ITALIAN BANKER scandisce nettamente il ritmo narrativo, pur dovendosi scontrare con scambi di dialogo e interlocuzioni che non riescono a scardinarsi dall’impianto teatrale, e dunque risultano meno incisivi dell’effettivo valore che avrebbero. La villa diventa campo di gioco, scacchiera geometrica dalla cui partita non viene risparmiato nessuno, proprio perché non si arriverà mai a una vera e propria risoluzione finale, lasciando ambe le parte in una condizione di inesauribile insussistenza. Rossetto mette in atto una riflessione sul sistema bancario veneto e la sua crisi, trattata in maniera non convenzionale, osservando la vicenda dalla prospettiva dei signori della finanza in netto contrasto con la schiera dei beneficiati, che voltano repentinamente le spalle ai potenti ormai decaduti. Lo tsunami collettivo, schiantatosi su innumerevoli famiglie e aziende, viene esaminato da una prospettiva decadente, riflessa nella fotografia tagliente e biforcuta, tanto quanto la lingua di chi non cesserà di reclamare il proprio lignaggio prestigioso, nonostante il devastante tracollo finanziario.

Centro propulsore delle inquietudini dei protagonisti è l’ambiente stesso in cui la vicenda prende forma: un’unica location, una grande villa palladiana, diventa campo di gioco, scacchiera imparziale che sancirà la suddivisione in atti impliciti della pellicola. È una festa esclusiva, elitaria, che riunisce personaggi di spicco dell’aristocrazia veneta, nascosti dietro una patina di lusso istintuale, che continueranno a propinare incessantemente nelle conversazioni rubate da una macchina da presa invasiva.

La crisi dell’individuo ricalca quindi quella comunitaria in THE ITALIAN BANKER, messa in luce dalla prospettiva spaziale, che alternativamente illumina e oscura i reietti protagonisti, dando vita a un teatro orrorifico marchiato da un’ironia pungente e amara. È il setting a dettare le leggi narrative, scardinando qualsiasi paradigma temporale per mettere in scena una ricerca plastica e materica di un microcosmo modellato tramite l’immagine cinematografica.

(www.cinefilos.it)

 

Al terzo lungometraggio di finzione dopo una ricca esperienza nel documentario, Alessandro Rossetto si conferma narratore interessato a scandagliare l’anima del nord-est, indagandone angosce e contraddizioni. (…) produzione pressoché indipendente dove le idee appaiono più forti dei mezzi, è la trasposizione cinematografica dello spettacolo Una banca popolare di Romolo Bugaro, scrittore padovano nonché avvocato esperto in diritto aziendale. L’origine teatrale è evidente, perfino rivendicata (il cast è lo stesso), con la scelta del bianco e nero a stilizzare una straniante “notte del giudizio” abitata da corpi ridotti a spettri, personaggi che sono funzioni.

La dimensione metaforica è sottolineata dall’unico spazio, una grande villa palladiana – simbolo dell’identità veneta, maestose dimore aristocratiche ma anche complessi produttivi – dove si sta svolgendo una festa esclusiva. Tra gli invitati, eleganti e perbene, molti hanno perso milioni a causa del crollo della Banca Popolare del Nordest.

In quello che potremmo definire un “primo atto”, a prendere la parola sono le vittime del crack, già conniventi del sistema, con le tensioni personali che si intrecciano alla frustrazione collettiva. Poi entra in scena l’ex presidente della banca e soprattutto la sua verità. È lui, the Italian banker, perché nell’autodifesa c’è anche l’accusa, nell’ammissione delle responsabilità c’è anche il ribaltamento del punto di vista, nell’autorappresentazione dell’uomo al servizio della comunità c’è anche l’emancipazione dalle colpe individuali.

Difficile che il cinema italiano si misuri davvero con i temi messi in campo da Bugaro e Rossetto. Difficile perché il rischio manicheo è sempre dietro l’angolo, il confine tra pietà è pietismo è sottile e la restituzione della materia finanziaria si scontra con la difficoltà di un pubblico spesso privo degli strumenti necessari.

La sintesi è efficace nel mettere in scena i rapporti di forza, l’impatto della crisi, i meccanismi del potere, complicità e connivenze tra il potere che ha elargito e coloro che hanno ricevuto senza farsi domande. L’esito finale, con danze a ritmo di cumbia a dare consistenza coreografia al balletto funebre, resta maggiormente consono al medium teatrale, con l’adattamento cinematografico che appare più una versione rivolta a un pubblico più ampio per dare conto di un disastro sociale e finanziario che è soprattutto un fallimento etico e civile.

(www.cinematografo.it)

nell’ammissione delle responsabilità c’è anche il ribaltamento del punto di vista, nell’autorappresentazione dell’uomo al servizio della comunità c’è anche l’emancipazione dalle colpe individuali.

Difficile che il cinema italiano si misuri davvero con i temi messi in campo da Bugaro e Rossetto. Difficile perché il rischio manicheo è sempre dietro l’angolo, il confine tra pietà è pietismo è sottile e la restituzione della materia finanziaria si scontra con la difficoltà di un pubblico spesso privo degli strumenti necessari.

La sintesi è efficace nel mettere in scena i rapporti di forza, l’impatto della crisi, i meccanismi del potere, complicità e connivenze tra il potere che ha elargito e coloro che hanno ricevuto senza farsi domande. L’esito finale, con danze a ritmo di cumbia a dare consistenza coreografia al balletto funebre, resta maggiormente consono al medium teatrale, con l’adattamento cinematografico che appare più una versione rivolta a un pubblico più ampio per dare conto di un disastro sociale e finanziario che è soprattutto un fallimento etico e civile.

(www.cinematografo.it)