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The last mountain

Regia: Dariusz Zaluski

INTERPRETI: Krzysztof Wielicki

NAZIONALITÀ: Polonia, 2019

DURATA: 82 min.

THE LAST MOUNTAIN è il racconto della spedizione invernale del 2018 al K2, allora l’ultima vetta tra gli 8.000 a dover essere ancora scalata nella stagione fredda, guidata dal polacco Krzysztof Wielicki, veterano delle salite invernali in Himalaya che nel 1980 salì l’Everest per la prima invernale a un 8000. La spedizione del 2018 viene ricordata anche per il tentativo in solitaria dell’alpinista russo nazionalizzato polacco Denis Urubko in seguito alle sue divergenze con il capo-spedizione.

Il film documenta inoltre il coinvolgimento dello stesso Urubko con il compagno Adam Bielecki nel soccorso dell’alpinista francese Elisabeth Revol che, insieme al compagno Tomasz Mackiewicz, era in grande difficoltà sul vicino Nanga Parbat. Ancora oggi rimane una delle operazioni di soccorso più straordinarie della storia dell’alpinismo.

Il regista Dariusz Załuski ha scalato sette volte gli ottomila, compreso una volta il K2 e due l’Everest, e ha partecipato a numerose spedizioni invernali. Combina l’arrampicata con il cinema professionale ed è autore di molti documentari pluripremiati sulle montagne più alte del mondo.

(www.montagna.tv)

 

Chi dice che alla cinematografia di montagna occorra sempre una grande vittoria per avere successo di solito sbaglia: e ancora una volta ne sia prova THE LAST MOUNTAIN, il racconto della spedizione invernale del 2017-2018 al K2, allora l’ultima vetta tra gli Ottomila a dover essere ancora scalata nella stagione fredda. Alla sua guida era il polacco Krzysztof Wielicki, una vera leggenda dell’alpinismo in Himalaya che nel 1980, assieme a Leszeck Chichy, salì l’Everest per la prima invernale (e prima in assoluto a un Ottomila). Quella narrata in OSTATNIA GÓRA (titolo in lingua originale) è la storia di un generoso tentativo di una dozzina di fortissimi alpinisti polacchi assieme al fuoriclasse russo Denis Urubko.

La spedizione, forte dell’esperienza dei tentativi degli anni precedenti, sia dal versante pakistano che da quello cinese, assume fin da subito il carattere di un team tradizionale: è chiaro a tutti i membri che non si sale mai da soli, o senza una radio, e soprattutto non si fanno puntate in quota senza avere il sussidio delle corde fisse. Queste devono essere sistemate in continuità, senza alcuna interruzione, fino ai quasi 8000 metri della Spalla, per poter assicurare un ritorno delle cordate privo di incertezze anche nelle condizioni meteo più disperate. Dimenticarsi perciò di qualunque forma di stile alpino.

(…) Era previsto che il gruppo non iniziasse le operazioni di assedio sul classico Sperone degli Abruzzi, bensì sulla via Česen, un po’ più “nevosa” della via normale e ben visibile dal campo base in tutto il suo sviluppo fino alla Spalla. Questo perché sulla carta quell’itinerario sembrava più adatto a una salita invernale, soprattutto per la sua probabile minore esposizione al vento. I vari gruppi si avvicendano sullo sperone Česen, ma lamentano subito una forte esposizione a caduta sassi. Parecchi sono infatti i piccoli ma significativi incidenti, pietre che colpiscono i singoli, con vario grado di fortuna. Mentre il film ci racconta di queste vicissitudini, con splendide immagini di arrampicata, l’azione viene interrotta dal soccorso alla francese Élisabeth Revol, reduce dall’aver salito la vetta del Nanga Parbat per la cosiddetta via Messner con il compagno polacco Tomasz Mackiewicz. Un elicottero preleva quattro membri della spedizione e li deposita a 4800 metri alla base dello sperone Kinshofer del Nanga Parbat, via per la quale si sa che la Revol stava cercando di scendere, ormai però bloccata per sfinimento a 6200 metri e psicologicamente distrutta dal forzato abbandono del compagno a 7400 m.

Una delle scene più emozionanti del film è la salita in tempi forzati che Denis Urubko e Adam Bielecki intraprendono per raggiungere la francese: nell’arco del pomeriggio e delle prime ore di buio riescono a salire fino ai 6200 m, sfruttando la propria energia, le pile frontali e le inaffidabili corde fisse estive della Kinshofer: dove in effetti trovano la donna cosciente nella sua tendina ma in grave stato di ipotermia e debolezza generale.

Nell’assistere a quelle sequenze, e a quelle successive della notte passata in bianco a idratare la Revol e della mattinata seguente a scendere lentamente assieme a lei, stupisce che non ci sia una voce narrante che spieghi ciò che invece si suppone ogni spettatore sappia già. Urubko e Bielecki portano a buon fine un soccorso come mai nella storia fu neppure concepito e tentato, qualcosa di davvero straordinario.

Rientrati i quattro al campo base del K2, le operazioni proseguono, fino a che una gigantesca valanga che spazza via l’intero canalone contiguo alla linea seguita dalla spedizione non li convince che quell’itinerario è troppo pericoloso. Il film allora ci racconta come arrivano alla decisione di proseguire il tentativo seguendo il ben più noto Sperone degli Abruzzi, sfruttando ovviamente le corde fisse estive che devono con fatica estrarre dal ghiaccio verificandone eventuali danneggiamenti. (…)

(https://gognablog.sherpa-gate.com)

THE LAST MOUNTAIN è il racconto della spedizione invernale del 2018 al K2, allora l’ultima vetta tra gli 8.000 a dover essere ancora scalata nella stagione fredda, guidata dal polacco Krzysztof Wielicki, veterano delle salite invernali in Himalaya che nel 1980 salì l’Everest per la prima invernale a un 8000. La spedizione del 2018 viene ricordata anche per il tentativo in solitaria dell’alpinista russo nazionalizzato polacco Denis Urubko in seguito alle sue divergenze con il capo-spedizione.

Il film documenta inoltre il coinvolgimento dello stesso Urubko con il compagno Adam Bielecki nel soccorso dell’alpinista francese Elisabeth Revol che, insieme al compagno Tomasz Mackiewicz, era in grande difficoltà sul vicino Nanga Parbat. Ancora oggi rimane una delle operazioni di soccorso più straordinarie della storia dell’alpinismo.

Il regista Dariusz Załuski ha scalato sette volte gli ottomila, compreso una volta il K2 e due l’Everest, e ha partecipato a numerose spedizioni invernali. Combina l’arrampicata con il cinema professionale ed è autore di molti documentari pluripremiati sulle montagne più alte del mondo.

(www.montagna.tv)

 

Chi dice che alla cinematografia di montagna occorra sempre una grande vittoria per avere successo di solito sbaglia: e ancora una volta ne sia prova THE LAST MOUNTAIN, il racconto della spedizione invernale del 2017-2018 al K2, allora l’ultima vetta tra gli Ottomila a dover essere ancora scalata nella stagione fredda. Alla sua guida era il polacco Krzysztof Wielicki, una vera leggenda dell’alpinismo in Himalaya che nel 1980, assieme a Leszeck Chichy, salì l’Everest per la prima invernale (e prima in assoluto a un Ottomila). Quella narrata in OSTATNIA GÓRA (titolo in lingua originale) è la storia di un generoso tentativo di una dozzina di fortissimi alpinisti polacchi assieme al fuoriclasse russo Denis Urubko.

La spedizione, forte dell’esperienza dei tentativi degli anni precedenti, sia dal versante pakistano che da quello cinese, assume fin da subito il carattere di un team tradizionale: è chiaro a tutti i membri che non si sale mai da soli, o senza una radio, e soprattutto non si fanno puntate in quota senza avere il sussidio delle corde fisse. Queste devono essere sistemate in continuità, senza alcuna interruzione, fino ai quasi 8000 metri della Spalla, per poter assicurare un ritorno delle cordate privo di incertezze anche nelle condizioni meteo più disperate. Dimenticarsi perciò di qualunque forma di stile alpino.

(…) Era previsto che il gruppo non iniziasse le operazioni di assedio sul classico Sperone degli Abruzzi, bensì sulla via Česen, un po’ più “nevosa” della via normale e ben visibile dal campo base in tutto il suo sviluppo fino alla Spalla. Questo perché sulla carta quell’itinerario sembrava più adatto a una salita invernale, soprattutto per la sua probabile minore esposizione al vento. I vari gruppi si avvicendano sullo sperone Česen, ma lamentano subito una forte esposizione a caduta sassi. Parecchi sono infatti i piccoli ma significativi incidenti, pietre che colpiscono i singoli, con vario grado di fortuna. Mentre il film ci racconta di queste vicissitudini, con splendide immagini di arrampicata, l’azione viene interrotta dal soccorso alla francese Élisabeth Revol, reduce dall’aver salito la vetta del Nanga Parbat per la cosiddetta via Messner con il compagno polacco Tomasz Mackiewicz. Un elicottero preleva quattro membri della spedizione e li deposita a 4800 metri alla base dello sperone Kinshofer del Nanga Parbat, via per la quale si sa che la Revol stava cercando di scendere, ormai però bloccata per sfinimento a 6200 metri e psicologicamente distrutta dal forzato abbandono del compagno a 7400 m.

Una delle scene più emozionanti del film è la salita in tempi forzati che Denis Urubko e Adam Bielecki intraprendono per raggiungere la francese: nell’arco del pomeriggio e delle prime ore di buio riescono a salire fino ai 6200 m, sfruttando la propria energia, le pile frontali e le inaffidabili corde fisse estive della Kinshofer: dove in effetti trovano la donna cosciente nella sua tendina ma in grave stato di ipotermia e debolezza generale.

Nell’assistere a quelle sequenze, e a quelle successive della notte passata in bianco a idratare la Revol e della mattinata seguente a scendere lentamente assieme a lei, stupisce che non ci sia una voce narrante che spieghi ciò che invece si suppone ogni spettatore sappia già. Urubko e Bielecki portano a buon fine un soccorso come mai nella storia fu neppure concepito e tentato, qualcosa di davvero straordinario.

Rientrati i quattro al campo base del K2, le operazioni proseguono, fino a che una gigantesca valanga che spazza via l’intero canalone contiguo alla linea seguita dalla spedizione non li convince che quell’itinerario è troppo pericoloso. Il film allora ci racconta come arrivano alla decisione di proseguire il tentativo seguendo il ben più noto Sperone degli Abruzzi, sfruttando ovviamente le corde fisse estive che devono con fatica estrarre dal ghiaccio verificandone eventuali danneggiamenti. (…)

(https://gognablog.sherpa-gate.com)