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Tori e Lokita

Regia: Luc Dardenne, Jean-Pierre Dardenne

INTERPRETI: Schils Pablo, Mbundu Joely, Marc Zinga, Alban Ukaj, Tijmen Govaerts, Charlotte De Bruyne

SCENEGGIATURA: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

PAESE: Francia, Belgio

DURATA: 88 min.

Premio 75esimo anniversario al 75 Festival di Cannes 2022

PRESENTAZIONE E CRITICA

Passano gli anni, ma il cinema di Jean-Pierre e Luc Dardenne non cambia. Cambiano, neanche troppo, i personaggi che raccontano, mentre lo stile e le atmosfere sono sempre le stesse, ambientate in una sorta di presente storico eterno. La società a chilometro zero dalla loro Liegi, nel Belgio francofono, è cristallizzata in dinamiche e ostacoli che si frappongono costantemente allo svolgersi della vita dei protagonisti. 

Anche TORI E LOKITA sono ai margini e lottano ogni giorno per trovare un centro, magari raggiungere una felicità fatta di ordinarietà, non certo di voli pindarici. La sola particolarità rispetto al passato dei Dardenne, è che sono due adolescenti che vengono dall’Africa, dal Benin, hanno trovato asilo in Belgio e cercano di ripagare il debito di chi gli ha permesso di giungere in Europa, inviando contemporaneamente soldi a casa. Si spacciano per sorella maggiore (Lokita) e fratello minore (Tori), ma in realtà sono solo compagni di un viaggio che non contempla tappe intermedie. Un’amicizia che diventa complicità, perché solo convincendo le autorità di essere fratello e sorella, legittimamente scappati da una situazione di pericolo in patria, possono sperare in un futuro.

I Dardenne continuano a seguire i loro personaggi con un moto ondoso sempre attivo, meno frenetico e senza le alte e basse maree di alcuni anni fa, ma sono cantori di un racconto cinematografico in cui ogni azione si svolge ora e subito, portando a un’altra e un’altra ancora, in una sorta di viaggio on the road quotidiano che non prevede molti salti in avanti temporali e sottopone lo spettatore a un flusso narrativo che continuano, senza dubbio, a mettere in scena con grande maestria. Uno stile a dir poco rodato, che in cambio di un marchio di qualità per appassionati perde sempre un po’ più di energia ed efficacia film dopo film, anno dopo anno. Come un piccolo buco in una camera d’aria, permette per molto tempo di andare ancora avanti, a prima vista e non troppo da vicino sembra anzi che tutto funzioni a dovere, però basta una seconda occhiata per rendersi conto di come sia un usato garantito, sicuramente, ma pur sempre un usato.

Lo sguardo sulla migrazione è appunto solo una riverniciata al loro consueto racconto di marginalità, fermo a una quindicina d’anni fa, un brodo riscaldato che non ci stupisce più e ben poco aggiunge al loro cinema e a quello sull’immigrazione. Detto questo i 90 minuti scarsi si seguono con un certo piacere, anche grazie ai giovani: Pablo Schils più di Joel Mbundu. Tori e Lokita è più ipnotico e abitudinario che intrigante o capace di far montare una tensione che si sgonfia presto, appena ci rendiamo conto come la prevedibilità trionfi a ogni bivio narrativo. I due registi dicono di augurarsi che lo spettatore giunga a conclusione del viaggio con “un sentimento di rivolta contro l’ingiustizia che regna nelle nostre società”. Impossibile non augurarselo, possibile sperare in una presa di coscienza di come queste stesse società siano in continuo movimento, oltre e al di là dei soliti poveri pedoni sfruttati da un sistema mai in crisi fatto di individui e istituzioni.

(www.comingsoon.it)

L’ultimo film dei fratelli Dardenne presentato alla 75° edizione del Festival di Cannes, TORI E LOKITA, i cui protagonisti sono interpretati da Pablo Schils e Joely Mbundu, racconta di una fratellanza non dettata dal sangue, ma dal reciproco aiuto di chi vuole raggiungere un posto in cui vivere serenamente, lontano dalle atrocità del proprio luogo d’origine e appartenenza. Eppure, quando Lokita non riesce a rispondere alla domanda dell’ufficio immigrazione, quelle atrocità inevitabilmente calano ancora su di lei e su Tori, nel nuovo paese d’accoglienza. La loro vita in Belgio li spinge a mettersi nelle mani della microcriminalità per mandare soldi a casa e poi a farsi intrappolare in un magazzino claustrofobico dove viene coltivata la droga da spacciare.

La canzone Alla fiera dell’Est di Angelo Branduardi viene cantata dai protagonisti più volte durante il film: nel suo giro ossessivo e ripetitivo, diventa il riflesso della realtà che circonda Tori e Lokita, “sempre molto complessa, ma oggi diventata ancora più violenta” (come l’ha definita Jean-Pierre Dardenne in un’intervista); un circolo vizioso di violenze in crescendo dal quale non si può uscire e che preme sui personaggi, attraverso i continui ritorni e le continue minacce dei trafficanti di persone da ripagare, dello spacciatore che lavora come chef e dei suoi scagnozzi. La storia di Tori e Lokita non è una storia semplice e lo stile inconfondibile dei Dardenne mette lo spettatore matericamente nello spazio dei personaggi, al loro fianco, di fronte alla loro drammatica esistenza. Soprattutto, quella di Tori e Lokita diventa la storia di migliaia di ragazzi immigrati in Europa, abbandonati dalle istituzioni e dati in pasto alla criminalità: perché la loro storia non è una storia di «personaggi, ma di persone».

(www.cineforum.it)

Il messaggio che i Dardenne ci vogliono trasmettere con questo loro ultimo film è chiaro fin dall'apertura, nella rappresentazione di un'Europa che dovrebbe essere inclusiva ma che, invece, da una parte respinge i migranti e li invischia in un groviglio di burocrazia da cui è difficile districarsi, e dall'altra li costringe a ricorrere all'illegalità per poter sopravvivere. Tori e Lokita - diversamente da come spesso vengono rappresentati personaggi di questo tipo - non sono affatto ingenui, il loro non è un sogno che si infrange di fronte a una realtà che non corrisponde a quello che avevano immaginato, ma anzi insieme riescono a cavarsela piuttosto bene, affrontando difficoltà ed umiliazioni a testa alta con l'unico obiettivo di costruirsi una vita insieme.

(www.movieplayer.it)