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Tra due mondi

Regia: Emmanuel Carrère

Interpreti: Ruyter, Jérémy Lechevallier, Kévin Maspimby, Faïçal Zoua

Distribuzione: Teodora Film

Sceneggiatura: Emmanuel Carrere

Fotografia: Patrick Blossier

Montaggio: Albertine Lastera

Musiche: Mathieu Lamboley

Produzione: Ciné France Studios, Curiosa Films, France Télévision Distribution

Paese: USA, 2021

Durata: 107 min.

Film d'apertura allaQuinzaine des réalisateurs, Cannes 2021

“Desidero farle capire che a spingermi verso di lei non è una curiosità malsana o il gusto del sensazionale. Ai miei occhi, ciò che lei ha fatto non è il gesto di un comune criminale, né di un pazzo, ma di un uomo spinto agli estremi da forze che non controlla, e vorrei mostrare all’opera proprio queste terribili forze”.

Sin dai tempi del suo romanzo L’avversario, Emmanuel Carrère ha sempre dimostrato di voler ragionare e problematizzare a fondo la posizione dello scrittore e giornalista riguardo le storie che si trova a raccontare o documentare. Cosa spinge un autore verso quella specifica tematica? Si tratta di semplice spirito di cronaca o piuttosto di un esercizio narcisistico frutto di una curiosità morbosa? L’autore parigino affronta questa ed altre questioni nel nuovo film TRA DUE MONDI, tratto dal romanzo-inchiesta della giornalista Florence Aubenas dal titolo La scatola rossa incentrato sul tema del precariato e della moderna schiavitù lavorativa. Presentato nel 2021 a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs e a Roma al festival Rendez-Vous, TRA DUE MONDI rappresenta il ritorno alla regia di Carrère dopo L’amore sospetto e il documentario Retour à Kotelnitch. La sua ultima opera segna un punto di incontro tra i due film precedenti, in quanto nato dal materiale documentario dell’inchiesta di Aubenas ma ibridato da diversi innesti narrativi non presenti nel libro e aggiunti dallo stesso Carrère.

La protagonista è Marianne, interpretata con la consueta passione da Juliette Binoche, una scrittrice affermata che, dopo aver deciso di scrivere un libro sulla situazione lavorativa precaria francese, si mette alla ricerca di un impiego come donna delle pulizie ad Ouistreham, un piccolo comune portuale a Nord. Dopo essere stata assunta per lavorare sul traghetto che attraversa la Manica, Marianne ha la possibilità di provare sulla sua pelle i ritmi massacranti e le umiliazioni affrontate da chi è costretto a quella vita, ma soprattutto scoprirà la solidarietà che la unisce ad ognuna delle sue colleghe e compagne. Marianne dovrà continuare a mentire alle donne di cui sta scrivendo per nascondere la propria identità, ma ormai quelle stesse persone rappresentano per lei molto più che semplici casi di studio.

Juliette Binoche è l’unica attrice professionista del film, per il resto si tratta interamente di esordienti e in alcuni casi di donne che esercitano realmente quel mestiere. Le facce significano tanto in un film di questo tipo e il merito di Binoche, a detta dello stesso regista, è stato soprattutto il lavoro svolto con le altre attrici per creare la giusta alchimia da portare sullo schermo. Tra tutte la più rilevante è senza dubbio Hélène Lambert, l’interprete dell’orgogliosa e testarda madre single Christéle. Fin dal momento in cui decide di scagliarsi contro un’addetta all’ufficio di collocamento, scena che porta alla mente Welfare di Frederick Wiseman e Io, Daniel Blake di Ken Loach, Christéle attira magneticamente il nostro sguardo così come quello della macchina da presa, segno che il suo aspetto grezzo e il modo di fare ruvido e schietto possano restituire quella complessa realtà meglio di qualunque artificio narrativo o attrice ispirata. Il rapporto di profonda amicizia che si instaura tra Marianne e Christéle è uno degli aspetti romanzati dall’autore e non presente nel testo originario. Florence Aubenas, da giornalista esperta e navigata, decide di mantenere sempre una certa distanza con le colleghe durante la sua inchiesta, sarebbe stato pericoloso e forse irrispettoso da parte sua stabilire un rapporto di sincera amicizia proprio mentre si trovava sotto mentite spoglie. In questo modo Carrère tradisce consapevolmente il testo di partenza per creare un’opera più empatica ma forse meno realistica. Marianne è a tutti gli effetti un pesce fuor d’acqua, un osservatore esterno che prende appunti ed esattamente come noi spettatori esplora quell’universo di fatiche ed umiliazioni. La differenza principale con il cinema “sociale” a cui è stato accostato spesso questo film, come quello di Ken Loach o quello dei fratelli Dardenne, sta tutto nel punto di vista dell’osservatore. In quel tipo di cinema si ha l’impressione di essere immersi nella vicenda, di vivere quelle tensioni ed ansie per novanta minuti insieme ai protagonisti, non di trovarsi al di sopra della circostanza. Il confine è estremamente labile, l’autore si trova in costante equilibrio tra lo “sfruttamento letterario” e l’esperienza sincera, tra l’essere osservatore e attore.

Il cinema francese moderno indaga costantemente i concetti di ingiustizia e disuguaglianza nel proprio tessuto sociale, molte volte mettendo in discussione gli approcci stessi utilizzati dagli autori. In TRA DUE MONDI, Emmanuel Carrère pone le basi per una profonda riflessione morale sulla posizione privilegiata dell’intellettuale nella società contemporanea e l’incomunicabilità tra l’élite culturale e il sottoproletariato. I due mondi di cui parla il titolo sono troppo distanti per potersi incontrare e le disuguaglianze troppo marcate per potersi confrontare onestamente. Lo capisce Marianne e lo capisce Christéle, non può bastare una “vacanza” nella società marginale per capire veramente ciò che significa vivere quell’esistenza. Carrère compie in questo modo un’apprezzabile opera di autocritica e di messa in discussione della propria “classe” di appartenenza, quella dell’attivismo fine a sé stesso e delle sterili discussioni nelle librerie del centro. Non che sia inutile un’inchiesta come quella di Aubenas, tutt’altro, ma può essere sufficiente un periodo di immedesimazione per comprendere una vita intera? Il finale amaro di TRA DUE MONDI non lascia scampo, ognuno dovrà tornare al proprio posto, chi sul traghetto e chi nel comodo appartamento in centro. Carrère affronta la complessità morale del film con l’abilità del grande autore, utilizzando il mezzo cinematografico con semplicità ma consapevolezza.

 (www.sentieriselvaggi.it)

 

Uno scrittore che porta sullo schermo il libro di un’altra scrittrice. Per la sua terza regia cinematografica, la seconda di un film di finzione sedici anni dopo L’amore sospetto (La moustache), Emmanuel Carrère adatta per lo schermo il romanzo della giornalista Florence Aubenas, Le Quai de Ouistreham.

Il titolo del film diventa semplicemente Ouistreham, comune che ospita il porto di Caen e luogo che era già stato teatro del celebre Porto delle nebbie di Simenon, perché è lì che il cuore del racconto troverà alla fine il suo habitat d’elezione.

Ma è altrettanto significativo il titolo internazionale del film, Between Two Worlds, perché rende bene l’idea di questa linea di confine, di questa scissione che – soprattutto ripensando a L’avversario (romanzo adattato per il cinema da Nicole Garcia – contraddistingue da sempre l’opera del drammaturgo parigino.

Che stavolta segue da vicino Marianne Winckler, donna decisa a rifarsi una vita nel nord della Francia dopo il divorzio e dopo anni trascorsi da mantenuta di lusso: la pratica all’ufficio di collocamento, i corsi per essere assunta da una ditta di pulizie, l’inizio del lavoro insieme ad un gruppo di altre donne, con le quali inizierà a familiarizzare.

Marianne però nasconde un segreto. È una scrittrice che sta raccogliendo materiale per il suo nuovo libro sul tema della precarietà del lavoro e ha deciso di vivere in prima persona, senza rivelare la sua vera identità, l’instabilità finanziaria e l’invisibilità sociale. Scoprendo però anche un’altra realtà, quella dell’assistenza reciproca e della solidarietà, dei legami e dell’amicizia.

Identità sospese: Juliette Binoche è chiamata ancora una volta ad un’interpretazione che rifletta sulla natura stessa dell’essere attrice, impersonare qualcun altro da sé e farlo doppiamente una volta in scena, cosa che nel Sils Maria di Olivier Assayas era già avvenuta in maniera magnifica. A Carrère tutto sommato basta questo, ed è anche comprensibile, senza la smania di dover infarcire di chissà quali altri elementi – stilistici, linguistici, narrativi – un insieme già di per sé abbastanza rimarchevole, che emerge con forza grazie al campionario di varia umanità con cui la protagonista finisce per stringere rapporti “reali”, e profondi.

E la domanda sottintesa che si pone poi la protagonista, e con lei il regista/scrittore (noto per i suoi romanzi-verità) è destinata a rimanere senza risposta, nonché dolorosa: per portare in superficie la realtà di un mondo che non ci appartiene, raccontandolo dal di dentro come se in quel momento fosse “nostro”, basta far finta di diventare qualcun altro? E una volta raggiunto l’obiettivo, basta dismettere quell’abito?

 (www.cinematografo.it)