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Tre piani

Regia: Nanni Moretti

INTERPRETI: Margherita Buy, Nanni Moretti, Alessandro Sperduti, Riccardo Scamarcio

SCENEGGIATURA: Nanni Moretti, Federica Pontremoli, Valia Santella

FOTOGRAFIA: Michele D'Attanasio

MONTAGGIO: Clelio Benevento

MUSICHE: Franco Piersanti

DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

NAZIONALITÀ: Italia, Francia

DURATA: 119 min

Tre piani, tre famiglie e la trama del quotidiano che logora la vita, disfa i legami, apre le ferite, consuma il dramma. Al piano terra di un immobile romano vivono Lucio e Sara, carriere avviate, spinning estremo e una figlia che parcheggiano dai vicini, Giovanna e Renato. Al secondo c'è Monica, che ha sposato Giorgio, sempre altrove, ha partorito Beatrice senza padre e 'ha' un corvo nero sul tavolo. All'ultimo dimorano da trent'anni Dora e Vittorio, giudici inflessibili che hanno cresciuto Andrea al banco degli imputati. Un incidente nella notte travolge un passante e schianta il muro dello stabile, rovesciando i destini e mischiando i piani.

Nanni Moretti mette in scena per la prima volta la storia di un altro, affrontando la profusione narrativa delle serie, coi loro intrighi incrociati, i colpi di scena, la partitura corale. Ma è di letteratura che si tratta. Adattamento del romanzo omonimo di Eshkol Nevo, ambientato a Tel Aviv, Tre piani trasloca a Roma padri tossici, mariti infedeli o assenti, donne che amano troppo, bambine incustodite e fantasmi borghesi.

Il film fa un'irruzione fracassante nelle loro vite: una macchina finisce in un appartamento nella prima scena e l'incidente avrà conseguenze immediate, indirette o lontane nel tempo. Gli inquieti condomini di Prati sono assediati dal regista, scossi dalle fondamenta e costretti nell'epilogo a lasciare con le loro stanze, la zona di confort.

Piantato all'ultimo piano dell'immobile, Nanni Moretti incarna il ruolo di un magistrato in conflitto (morale) col figlio, che ha provocato un incidente mortale. Dieci anni, tre tempi e due ellissi servono un racconto dove le disillusioni ideologiche sono diventate individuali, l'umorismo irreperibile.

Tre piani è un film nero che punta la durezza di un mondo in cui gli uomini non si capiscono più. Impensabile anche solo fare corpo "con una minoranza" di persone. L'intransigenza, la sfiducia e l'egoismo dettano i comportamenti dei personaggi guidati sovente dalla paura e dal senso di colpa.

Moretti osserva tre famiglie alle prese col dolore, il lutto, la responsabilità e moltiplica i punti di vista e i personaggi. Sovrappone piuttosto che collegare i destini dei suoi protagonisti, le cui azioni avranno esiti impilati uno sull'altro, come i piani del suo condominio. (…) Dentro un primo piano si mette in scena e al centro del mondo come una volta per far esistere 'meglio' il fuori campo: il condominio come l'Italia tutta intera, in crisi politica e morale.

(www.mymovies.it)

 

Si potrebbe raccontare un po’ tutto il cinema di Nanni Moretti a partire dal suo rapporto con le stanze, con le case, con i palazzi… E non sarebbe nemmeno un approccio ozioso, perché tutto sommato si tratta di uno spazio simbolico implicito al suo continuo relazionarsi con la questione dello stare insieme, con il dialogo costante tra la dimensione intima dell’esistere e la ricerca di un perimetro esistenziale comune. Non deve dunque stupire l’idea di Tre piani, un film che parte dalla stratificazione di vite e microdrammi familiari elaborata da Eshkol Nevo nel suo omonimo romanzo e arriva a una elaborazione ulteriore dell’universo morettiano, cristallizzato nella forma algida, quasi inespressiva che impone alla messa in scena. Moretti adatta il romanzo come conseguenza di un percorso che lo ha portato a un dialogo implicito col superamento del confine privato dell’ego, un cammino che nell’abbattimento dei muri, nello scavalcamento dei confini proprietari, persino identitari, si sta aprendo allo sgomento del mondo (tutti i suoi ultimi film ne sono testimonianza).

Un passo oltre La stanza del figlio ci sono i Tre piani di questo condominio romano, livelli differenti di elaborazione della stessa problematica tensione dello stare insieme: al primo piano c’è il sospetto che diventa ossessione e dunque paura, quella nutrita da Lucio che teme che la figlia abbia subito attenzioni morbose dall’anziano vicino sulla via della demenza, al quale lui e sua moglie Sara hanno l’abitudine di affidarla. Al secondo piano c’è la solitudine che diventa il buco nero della depressione, dunque ancora la paura, quella che attanaglia Monica quando mette al mondo sua figlia e il marito è lontano, su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare. Il terzo piano è quello dell’abitudine che imprigiona gli affetti nella gabbia dell’ordine e perde di vista la sostanza delle relazioni, generando dunque ancora e sempre paura: è quella che paralizza Vittorio e Dora, una coppia di giudici, alle prese con un figlio che non hanno saputo amare e che deve fare i conti col giudizio della legge per aver travolto e ucciso una donna mentre guidava ubriaco.

Ogni piano un livello di confronto con il dissidio tra la natura delle persone e il loro stare nel mondo: Moretti definisce degli spazi conclusi, rigidi, quelli di ogni storia, di ogni appartamento, di ogni famiglia, ma per tutti pone in essere lo stesso bisogno di libertà, di apertura al mondo. Come Habemus Papam, come Mia madre, come Santiago, Italia anche Tre piani è un film che parte da una condizione di chiusura, di separatezza dal mondo nutrita come spazio identitario e necessario, per spingersi sulla via di una liberazione che è dispersione nel coraggio dell’esistere come responsabilità morale del confronto. Ognuna delle storie che compongono questo trittico nasce da una fuga, dalla vertigine di uno smarrimento e dialoga proprio con la necessità infine conquistata dei protagonisti di uscire dal perimetro delle loro paure, di liberarsi in un mondo che accoglie nella sua generosità invisibile. È questa la responsabilità morale reciproca che gli abitanti dei Tre piani di questo condominio devono imparare a condividere, al di là della correttezza formale dei rapporti. Perché la strada opposta porta alla solitudine e dunque alla paura, che sono il vero spettro di ognuno. (…)

(www.sentieriselvaggi.it)

 

Una giovane donna incinta che esce di casa per partorire; un'auto impazzita che investe una passante e sconquassa, letteralmente, il condominio dove tutto si svolge (e una bambina osserva). Nanni Moretti mette in chiaro fin da subito che Tre piani parla di vita e di morte. Una morte che, in un condominio che è mausoleo, limbo ultraterreno, prigione emotiva, può essere tale anche in vita. Mai Moretti era stato così severo. Così algido e livido, così determinato a non concedere nulla a nessuno. A sé stesso, allo spettatore - non c'è spazio nemmeno per una risata, né per una commozione che non sia sorda e dolorosa, e mai liberatoria - e ai suoi personaggi, in un film dove l'operazione di sottrazione è intensa e costante, fino al sottovuoto esistenziale: nella scrittura e nella regia. Nella recitazione.

I personaggi di Tre piani sono inerti, sono fantasmi, sono robot. Esseri umani devitalizzati (e non sempre è facile capire dove finisce l'ossessione di Moretti per questo stato indotto di devitalizzazione, e dove inizino invece i limiti di certe recitazioni). Solo il contatto coi i figli, coi bambini così amati e toccati e stretti, sembra poter dare ai protagonisti di Tre piani l'occasionale scintilla della vita, quella vita che sfuma anno dopo anno, quinquennio dopo quinquennio, e della quale ci si accorge solo quando si lasciano le abitazioni così impeccabili e così fredde, e ci si accorge di quel che c'è fuori, per la strada, nel mondo.

Fosse pure una rivolta contro gli immigrati, una manciata di arnie in un bosco, o un corteo di ballerini di tango, come quello di un finale nel quale Moretti sembra quasi, e quasi con sottile ansia, voler riaffermare il legame con il suo cinema passato, con quella parte di sé che ha negato per tutto il film.

Da sempre caustico critico della sua generazione e della sua classe sociale, Moretti qui sembra voler additare e insieme seppellire definitivamente tanto le speranze quanto gli errori del passato. Celebrare il funerale di una borghesia che si è chiusa nelle sue case, nel suo benessere, nella sua indifferenza, che si è aggrappata alle sue ossessioni e alle sue regole, e ha smesso di essere. Sta ai suoi figli cercare nuove strade ("questa non è la nostra strada", ripetono alcuni personaggi, condannando se stessi e loro figlio), partire per nuovi orizzonti, nuove libertà, nuove vite. Difficile dire perché Moretti si sia cimentato in un film tanto duro e spiazzante, e in una storia così angosciante, e inquietante.

Forse ci sono ragioni personali, forse storiche. Forse il Moretti "profetico" ci ha intravisti reclusi in casa per la pandemia, soli coi nostri vuoti, aiutati solo dalla vitalità dei nostri figli. Forse aveva solo voglia di percorrere fino in fondo e alle estreme conseguenze - oltre sarebbe davvero difficile andare - un cammino iniziato con Habemus Papam e proseguito con Mia madre. Per prepararsi a cambiare nuovamente, a rinascere a nuovo cinema, con il prossimo film.

 (www.comingsoon.it)