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Triangle of Sadness

Regia: Ruben Östlund

INTERPRETI: Harris Dickinson, Charlbi Dean, Woody Harrelson, Zlatko Buric, Oliver Ford Davies, Iris Berben

SCENEGGIATURA: Ruben Östlund

FOTOGRAFIA: Fredrik Wenzel

MONTAGGIO: Mikel Cee Karlsson, Ruben Östlund

DISTRIBUZIONE: Teodora Film

NAZIONALITÀ: Svezia, Gran Bretagna, USA, Francia, 2022

DURATA: 149 min.

 

Vincitore della Palma d'Oro per il miglior film al Festival di Cannes, 2022

Fuori Concorso all’Edizione di 'Alice nella Città, 2019, Sezione Autonoma e Parallela della Festa del Cinema di Roma

PRESENTAZIONE E CRITICA

Un uomo si mette a urlare durante una cena di gala. Gli invitati sorridono imbarazzati, almeno sino a quando questo tipo strano, a petto nudo, inizia a sbraitare come una scimmia. Un comportamento straniante che di colpo distrugge ogni etichetta alto-borghese. Apriamo la nostra recensione di TRIANGLE OF SADNESS rievocando la scena cult di The Square, il film di Ruben Östlund che a Cannes vinse la Palma d'Oro cinque anni fa. L'eco di quelle urla scimmiesche si sente forte anche nel nuovo film del regista svedese, ancora una volta interessato a distruggere con lucido cinismo le nostre regole sociali. Ci riesce con un film intelligente, ispirato e sovversivo, che parte da una coppia di giovani modelli per poi allargarsi piano piano, arrivando a fotografare la società capitalista. L'istantanea di TRIANGLE OF SADNESS è roba preziosa, perché è stata scattata da un regista spietato e sincero nel farci ridere delle nostre disgrazie. Un regista che ci ha regalato il primo, sincero colpo di fulmine di un concorso in cui per ora gioca un altro campionato.

Cos'è il triangolo della tristezza citato nel titolo? È una piccola porzione della nostra fronte, poco sopra le sopracciglia. È quel muscolo che i modelli e le modelle irrigidiscono per sembrare sexy (e dannatamente tristi) quando si mettono in posa. Cosa che accade soprattutto nei poster dei brand di alta moda, perché per le marche più accessibili si mettono a sorridere sempre. Parte da questo minuscolo particolare TRIANGLE OF SADNESS, un dettaglio quasi insignificante ma verissimo che mette subito le cose in chiaro: Östlund ha voglia di mettere a nudo ipocrisie, abitudini e meccanismi sociali di cui siamo tutti vittime e complici. Tutto inizia con Carl e Yaya, giovane coppia di modelli abbastanza infelice. Lui è insicuro, a tratti paranoico. Lei totalmente vittima della sua immagine da esporre e vendere come merce su Instagram. I due vengono invitati a una crociera di lusso, piena di gente ricchissima e capricciosa. Una volta a bordo il mare si agita perché Östlund crea una tempesta che non risparmia nessuno e travolge tutti. Al centro del triangolo della tristezza ci sono le derive più assurde e paradossali della società capitalista: le sue regole rigide, la sua impostazione gerarchica e classista, i suoi pregiudizi, le sue assurdità. Alla ricerca della bruttezza dietro la presunta bellezza.

Così TRIANGLE OF SADNESS scardina l'assurdo con l'assurdo, e inizia a creare una marea di situazioni talmente paradossali da fare il giro e diventare emblematiche. Un esempio? Un ragazzo che litiga con la sua ragazza, infastidito dal fatto che lei dia per scontato che lui debba offrirle la cena. In questo film tutto è ribaltato come una maschera tolta e buttata via. Si può parlare di satira? Secondo noi sì, se per satira intendiamo un atteggiamento corrosivo nei confronti di chi è al potere. In questo film il potere sono i soldi, l'agio ostentato, il delirio in cui vivono i ricchi totalmente fuori dal mondo, al sicuro nella loro bolla dorata. Una bolla che TRIANGLE OF SADNESS fa scoppiare di continuo.

Pura dinamite. TRIANGLE OF SADNESS è esplosivo in tutti i sensi. Fragoroso come una risata impossibile da trattenere davanti a un film a tratti esilarante. Grottesco senza mai sembrare staccato dal reale, Östlund esaspera i toni e detta le sue leggi del contrappasso mettendo sotto torchio tutti i suoi personaggi esasperati. Lo fa con una scrittura eccezionale (secondo noi da premiare a Cannes e con una nomination agli Oscar già in tasca), ispirata, capace di tenere 2 ore e mezza di film in perfetto equilibrio tragicomico tutto il tempo. Eccezionale l'idea di un film "matrioska al contrario". Prima piccolo e privato, poi sempre più ampio. Con questo film Östlund ha scritto il suo Il signore delle mosche (infatti di mosche nel film ne volano parecchie), ovvero un esperimento sociale estremo in cui è impossibile non riconoscere la disgrazia dell'umanità. Cinico come Parasite, di cui richiama le piramidi sociali da sovvertire, TRIANGLE OF SADNESS è il tipico film che ti fa ridere e sogghignare a denti stretti, perché siamo davvero tutti sulla stessa nave. Tutti colpevoli e impossibili da salvare durante il nostro naufragio. È un repentino cambiamento di scenario ad aprire il terzo e ultimo atto di TRIANGLE OF SADNESS, intitolato L'isola. Dopo l'assalto dei pirati e il naufragio dello yacht, un piccolo gruppo di superstiti approda in un luogo circoscritto (l'isola del titolo, appunto); qui i naufraghi vengono raggiunti da una scialuppa contenente riserve di viveri e acqua e con a bordo un'inserviente dello yacht, Abigail, l'addetta alla pulizia dei bagni. Da lì in avanti, il film di Ruben Östlund prosegue su nuovi binari: all'affresco satirico sull'alta borghesia immersa nella pigra routine di una crociera di lusso si sostituisce una situazione sulla scia de Il signore delle mosche di William Golding, con otto comprimari costretti a fare fronte comune in attesa che qualcuno venga a salvarli. Ed è a questo punto che emerge la figura di Abigail, la cui presenza dominante muterà di colpo gli equilibri fra i personaggi.

Tema centrale di TRIANGLE OF SADNESS, ricompensato con la Palma d'Oro al Festival di Cannes 2022, è la natura di rapporti basati sul concetto di censo e sulle rigide gerarchie che contraddistinguono una società capitalista. I membri dell'equipaggio dello yacht vengono istruiti da Paula, la manager dello staff, a rispondere sempre in maniera affermativa ai passeggeri; nessuno riesce ad arginare le bizze del capitano Thomas Smith, sebbene questi sia un inetto in perenne stato di ubriachezza; e una fievole lamentela da parte del modello Carl costa il posto di lavoro a uno dei marinai. Se la lunga sezione centrale del film illustra appunto le assurdità e le storture di un sistema di 'caste', la terza parte ripropone dinamiche simili, ribaltando però i ruoli e mostrando in che modo tale concezione gerarchica sia stata introiettata da ciascuno dei naufraghi.

D'impulso, gli ex-passeggeri scampati al disastro continuano a comportarsi da ricchi clienti ai quali tutto è dovuto; è lo stesso impulso che spinge Paula, perfino sull'isola deserta, a voler esaudire ogni loro richiesta con la maggior solerzia possibile. È l'arrivo di Abigail, interpretata dall'attrice filippina Dolly de Leon, a ribaltare le suddette gerarchie: "Lì inserviente", dichiara Abigail, richiamata da Paula ai doveri a cui era sottoposta sullo yacht, "qui capitano". È una scena emblematica: Abigail, che è stata in grado di pescare un polpo e di accendere un fuoco, reclama un'inedita posizione di autorità in virtù del suo essere indispensabile alla sopravvivenza dell'intero gruppo. E i suoi compagni di sventura, già assuefatti al concetto di autorità, non esitano ad accettare il nuovo 'regime' in cambio di un pezzetto di polpo: "Tu capitano", è l'atto di obbedienza pronunciato da ciascuno di loro, ammaestrati da un frammento di cibo come si farebbe con un animale domestico.

Del resto, la componente satirica di TRIANGLE OF SADNESS è fin dall'inizio ben manifesta, nonché più esplicita e di facile lettura rispetto all'opera precedente di Ruben Östlund, The Square; in tal senso, nel terzo atto il regista svedese ci illustra il modo in cui le dinamiche esistenti fra le classi sociali tenderanno a riprodursi anche laddove le categorie legate al censo vengono meno. Nella sua prima apparizione, Abigail era una cameriera senza nome (come tante altre) che si affacciava alla cabina di Carl e della sua fidanzata Yaya per occuparsi delle pulizie, ma veniva respinta dalla coppia di modelli, ancora a letto. Quando ricompare sullo schermo, la donna si impone come la leader indiscussa dei naufraghi; ed è significativo che proprio una 'proletaria' come lei, Paula, sia la più refrattaria a riconoscere il nuovo status quo e la trasformazione dei rapporti di potere. Perché di potere, invariabilmente, si tratta: un potere che sull'isola non deriva più dal denaro, ma dall'acqua potabile, dal pesce e dai bastoncini di pretzel.

L'affondo di Östlund, a questo punto, si dirige in direzione di Carl. Nell'incipit del film, il modello impersonato dal venticinquenne londinese Harris Dickinson viene mostrato come una sorta di automa seminudo che reagisce a comando (la gag Balenciaga/H&M) e avverte la propria inferiorità - nel reddito e nel prestigio - accanto alla partner. Anche sullo yacht, Carl è sostanzialmente l'ultimo fra i ricchi: colui che può permettersi la crociera solo perché essa è stata offerta gratuitamente alla sua fidanzata influencer. Carl, tutto sommato, ne è consapevole, così come è consapevole che il proprio 'valore' dipende interamente dallo statuto di cute boy, come lo apostrofa Abigail; e il cute boy non ha remore ad adeguarsi alle circostanze, di fatto prostituendosi ad Abigail al fine di ricevere cibo ("Io ti amo; tu mi dai il pesce") e avere il privilegio di dormire sulla barca. È l'ennesimo esempio di mercificazione, una delle infinite declinazioni di un capitalismo che non è più solo un sistema economico, ma un autentico modus vivendi.

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