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Ultima notte a Soho

Regia: Edgar Wright

INTERPRETI: Thomasin McKenzie, Anya Taylor-Joy, Matt Smith, Diana Rigg

SCENEGGIATURA: Krysty Wilson-Cairns, Edgar Wright

FOTOGRAFIA Chung Chung-hoon

MONTAGGIO: Paul Machliss

DISTRIBUZIONE: Universal Pictures

NAZIONALITÀ: Gran Bretagna, 2021

DURATA: 117 min.

Edgar Wright è un regista che non ha mai avuto paura di osare, sin dalle sue prime prove, la mitica Trilogia del Cornetto, passando per un film ipertrofico e oggi molto da rivalutare come Scott Pilgrim vs the World. Dopo Baby Driver la sua attenzione si è ulteriormente concentrata sulla rivisitazione dei generi e delle correnti. ULTIMA NOTTE A SOHO è un nuovo tassello di questa ricerca. Presentato fuori concorso a Venezia 78, e naturalmente come proiezione di gala al BFI London Film Festival, LAST NIGHT IN SOHO segue la giovane Eloise che dalla bella Cornovaglia si trasferisce a Londra per studiare e coronare il suo sogno, che già era stato di sua madre, di diventare stilista.

Ma Londra è una città dura, e se ne accorgerà molto presto, soprattutto quando incredibilmente si troverà a vivere la vita di Sandie, un’aspirante cantante nella scintillante Swingin’ London del 1965.

Meglio fermarsi qui, perché ULTIMA NOTTE A SOHO…è un film ricchissimo di colpi di scena e, come ha chiesto lo stesso Wright alla stampa proprio in occasione della prima mondiale del film a Venezia, è opportuno svelarne il meno possibile. Quello di cui si può parlare è invece l’abilità con cui il regista, insieme alla co-sceneggiatrice Krysty Wilson-Cairns, è riuscito a mantenere un difficilissimo equilibrio tra i molti generi e le altrettante ispirazioni che compongono questo omaggio a una città tanto incredibile quanto terribile.

Da Londoner consumato, Wright trasmette alla perfezione le due facce di Londra, che in oltre cinquant’anni non sono cambiate. Una metropoli che fa innamorare a prima vista, salvo poi ricordarti che non c’è niente che faccia più paura di una storia d’amore.

Il regista di Hot Fuzz mischia tutto quello che la città offre e lo trasforma in cinema di generi. C’è il musical, la commedia romantica, il melò, il thriller e l’horror puro, raccogliendo la lezione dei suoi padri putativi. Bava, Argento, De Palma, ma anche il Free Cinema inglese e il cinema classico americano. Ma al di là di ciò che è evidente, la cosa davvero sorprendente è il sottotesto politico che sorprende. Eloise e Sandie sono due personificazioni di Londra (un po’ come Sabrina Ferilli lo è di Roma ne La grande bellezza e Luisa Ranieri di Napoli in È stata la mano di Dio), un luogo in cui tutto è permesso, ma dove in realtà tutto è fermo.

L’establishment britannico ha infranto nei decenni le speranze delle nuove generazioni. Londra è una città viva suo malgrado, in cui a dettare legge è il mondo finanziario, e in cui i movimenti artistici e culturali sono una eccellente copertura della strisciante ipocrisia di chi ha portato il paese in una direzione diametralmente opposta.

Thomasin Mckenzie e Anya Taylor-Joy, entrambe destinate a carriere radiose, così come è perfetto Matt Smith nei panni di un oscuro dandy della Londra dei Sixties.

Ma la vera chicca è la presenza di tre monumenti del cinema inglese, passati tra le mani di autori come Tony Richardson, Basil Dearden e Richard Lester, nel caso di Rita Tushingham, o di Ken Loach, Fellini e Pasolini per Terence Stamp, fino alla divina Diana Rigg, scomparsa subito dopo la lavorazione di Ultima notte a Soho e a cui Wright dedica doverosamente il film.

ULTIMA NOTTE A SOHO è uno di quei film meravigliosamente anarchici di cui il cinema avrà sempre bisogno. E di cui sarebbe bello poter godere più spesso.

 (www.ciakmagazine.it)

 

Da L’alba dei morti dementi a Hot Fuzz, fino e Baby Driver, Edgar Wright ha fatto carriera parodiando i cliché della cultura pop, pur trattando la storia dei suoi generi preferiti con una certa reverenza nostalgica. Con ULTIMA NOTTE A SOHO (LAST NIGHT IN SOHO), presentato in anteprima fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, il regista britannico ha deciso di mettere da parte il suo noto stile ipercinetico – fitto di tagli di montaggio rapidi e di battute post-modernamente ironiche – per realizzare un thriller psicologico per lo più lineare.

ULTIMA NOTTE A SOHO è sia una lettera d’amore per la città di Londra sia un ammonimento per coloro che oseranno, nonostante i suoi molti pericoli nascosti, fare della capitale la loro casa. In una prima volta per Edgar Wright, il film (co-scritto con la sceneggiatrice di 1917, Kristy Wilson-Cairns) è anche incentrato su personaggi femminili complessi, una gradita deviazione dai suoi protagonisti tipicamente maschi.

Al centro del film c’è Eloise, una ragazza di provincia che si trasferisce a Londra per frequentare la scuola di moda e che alla fine realizza il suo sogno di diventare una stilista. Oppure è il sogno di sua madre? Una cosa difficile da capire; Eloise è infatti ancora ossessionata dai ricordi della madre affetta da schizofrenia, che a volte la terrorizzano in pieno giorno nonostante la donna sia ormai morta suicida da molti anni.

Come altri, Eloise si rende presto conto che Londra non è lastricata d’oro e adornata di rose fresche. È una grande città, dove le speranze possono essere annientate e i sogni bruciati, dove la tua compagna di stanza potrebbe facilmente essere crudele, se non addirittura un’omicida, e i predatori sono in agguato dietro ogni angolo oscuro. Eppure, Londra è ancora la città che Petula Clark e Audrey Hepburn una volta chiamavano ‘casa’. Finché possiamo vedere le tracce di quegli anni d’oro, è abbastanza facile guardare oltre tutto il resto. Quando Eloise decide di affittare una stanza in una vecchia casa scricchiolante di proprietà della severa Miss Collins, si ritrova a sognare Soho negli anni ’60. Poi, all’improvviso, Eloise inizia a rivivere la vita di un’aspirante cantante di nome Sandy, attraverso una serie di spiazzanti visioni.

Anticipati dai trailer promozionali, ULTIMA NOTTE A SOHO gestisce poi i ‘viaggi nel tempo’ con una certa qualità onirica, giocando con la percezione degli spettatori se stiano assistendo a veri eventi soprannaturali o più semplicemente a proiezioni uscite dalla fervida immaginazione delle nostre giovani protagoniste.

Luci brillanti, insegne scintillanti di negozi e abiti abbaglianti definiscono allora l’aura magica degli Swinging Sixties, assicurando che il pubblico si innamori immediatamente dell’ambientazione proprio come fa Eloise. E certo aiuta il fatto che sia l’ipnotica femme fatale Sandy, di cui McKenzie ricrea ogni mossa con una precisione inquietante, a guidarci in questo tempo.

 

Vedere queste due giovani attrici rispecchiare i movimenti l’una dell’altra è una vera impresa coreografica, in particolare durante una fenomenale sequenza di danza in piano sequenza in cui Eloise e Sandy si scambiano di posto senza soluzione di continuità ogni pochi secondi.

Edgar Wright chiarisce rapidamente che ULTIMA NOTTE A SOHO è un’opera sui pericoli di romanticizzare il passato, concentrandosi sull’oscurità di quegli anni e sugli orrori in agguato. E il film, non a caso, dà il meglio di sé quando mette in pratica le ispirazioni date dalle produzioni della Hammer e dal Giallo all’italiana per stabilire le sue atmosfere da incubo.

Questo è Edgar Wright, quindi abbondano cenni e citazioni più o meno velate, col regista che rende omaggio ai lavori di Mario Bava, a A Venezia… un dicembre rosso shocking di Nicolas Roeg e a Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven. Il suo film offre anche effetti speciali spaventosi quando si addentra in territori più spettrali e influenzati dal cinema horror, utilizzando una fotografia rosso intenso in modi che riportano alla mente i classici di Dario Argento, oltre a immagini che lo avvicinano a piccoli classici moderni come i titoli della saga di The Conjuring.

 (www.ilcineocchio.it)