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Un altro giro

Regia: Thomas Vinterberg

INTERPRETI: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Lars Ranthe, Magnus Millang, Maria Bonnevie, Susse Wold, Helene Reingaard Neumann

SCENEGGIATURA: Tobias Lindholm, Thomas Vinterberg

FOTOGRAFIA: Sturla Brandth Grøvlen

MONTAGGIO: Janus Billeskov Jansen, Anne Østerud 

DISTRIBUZIONE: Medusa Film e Movies Inspired

NAZIONALITÀ: Danimarca, 2020

DURATA: 115 min

CANDIDATO AI GOLDEN GLOBE 2021 PER: MIGLIOR FILM IN LINGUA STRANIERA

“Per tutta la mia carriera, ogni volta che ho avuto un’idea e le persone intorno mi hanno detto ‘No, no, è una follia’, sapevo con certezza che dovevo prendere il coraggio e buttarmi”. Questa frase di Thomas Vinterberg detta alla rivista Screen International descrive bene il lavoro più rischioso e audace che lui abbia fatto, UN ALTRO GIRO. Ha vinto l’Oscar come Miglior film straniero e avrebbe dovuto essere al Festival di Cannes l’anno scorso (se non fosse che l’edizione non si è tenuta). Ha uno spunto che spiega al mondo la differenza tra cinema d’autore e commerciale in materia di idee e capacità di prendersi dei rischi trattando in modi anticonvenzionali temi spinosi.

Quattro amici, che sono anche insegnanti in un liceo, discutendo di uno studio (reale) dello psichiatra norvegese Finn Skarderud secondo cui un leggero stato di alterazione alcolica sia di beneficio per il corpo umano, decidono di provarlo. Decidono, cioè, che da quel momento in poi cercheranno di essere sempre un po’ brilli, il che significa bere solo di giorno e in orari di lavoro, mai la sera e mai nel weekend. È una premessa contro tutto e tutti, in un film che non ha paura di essere un inno all’alcol (con quello che di tragico accadrà alle vite dei protagonisti per effetto della folle decisione). Al centro, in particolare, c’è uno dei quattro amici, quello con la vita più disastrata, silenzioso eppure così desideroso di contatto umano da accettare immediatamente l’esperimento.

 

Se già la scelta di una storia simile era abbastanza audace, la vita si è messa di mezzo influenzando lavorazione, senso e significati di quanto raccontato. Durante la prima settimana di riprese la figlia 19enne di Thomas Vinterberg (regista e sceneggiatore) è morta in un incidente d’auto. Il film è stato portato avanti per un periodo dall’aiuto-regista e poi terminato dal suo autore. Ida, la ragazza, aveva molto supportato il desiderio del padre di girare UN ALTRO GIRO e la tragedia della sua scomparsa è entrata nella storia dandogli un tono di incredibile rivincita. Una seconda occasione per tutti per vivere di più e meglio. Paradossalmente. Che poi è quel che ha detto lo stesso Vinterberg ritirando l’Oscar. Il film è diventato un modo per elaborare il lutto attraverso l’opposto della morte.

L’idea era lì dal 2013, ma solo nel 2019 ha cominciato a prendere forma, scritta e pensata esattamente con quel cast in cui spicca Mads Mikkelsen. È la tecnica di Vinterberg fin dal lavoro che lo rese famoso, Festen – Festa in famiglia, ovvero scrivere con già in mente gli attori che interpreteranno i personaggi, in modo che poi questi si sentano più coinvolti e inclini a migliorare, intervenire e non solo timbrare il cartellino e andarsene. “Quello che volevamo fare era un film sulla vita, non solo nel senso di essere vivi, ma proprio di vivere”, è la conclusione di tutto e, nonostante un lutto reale avvenuto in mezzo alla lavorazione, lo stesso Un altro giro questo è: la storia di persone che desiderano vivere e sono pronte a tutto per farlo, con un finale che finisce per diventare più famoso del titolo a cui appartiene.

È una scena di ballo con al centro Mads Mikkelsen (che pochi sanno essere stato un danzatore professionista, addirittura formato alla scuola di Martha Graham, prima di diventare attore); una scena strana che facilmente può suonare fuori luogo e inappropriata, ma che è anche la vera summa di tutto. Spesso al cinema il ballo è espressione della gioia di vivere, nel caso di questo film, al termine delle peripezie a cui abbiamo assistito, i personaggi ballano e bevono, bagnati dallo champagne, fermandosi per dare un sorso di birra e finendo con movenze da professionista: “Ha iniziato dicendo che ormai era vecchio, erano anni che non ballava più… E poi subito ha fatto quella mossa che si attorciglia una gamba intorno all’altra, come facesse yoga!”, racconta Olivia Anselmo, la coreografa che ha lavorato con Mikkelsen.

Per tutto il film i quattro attori protagonisti recitano l’essere ubriachi a diversi livelli. Ci sono momenti in cui sono devastati, altri in cui sono solo un po’ brilli e quindi più espansivi, altri ancora in cui stanno in mezzo tra questi due punti. È complicatissimo e nessuno sa – lo ammette il regista stesso – quanto sia stata recitazione e quanto qualcuno si sia aiutato davvero bevendo un po’. La pressione di stare in scena facendo qualcosa di così difficile, davanti a colleghi professionisti, ognuno in competizione per non risultare fasullo o incapace in quei casi è alta e, per ammissione di Thomas Vinterberg, nessuno controllava che non bevessero davvero. Gli interpreti, comunque, negano.

Sarebbe però sbagliato derubricare UN ALTRO GIRO a un film sull’alcolismo, perché è il suo opposto: è una celebrazione dell’alcol fatta per celebrare la vitalità. Parlando sempre dell’ultima scena Vinterberg ha detto: “Non volevamo che il finale fosse solo sulla danza, desideravamo che fosse un modo di mostrare che cosa c’è dentro quel personaggio. Più che un ballo è una performance, un viaggio interiore”.

(www.wired.it)

 

Dopo una pioggia di premi, tra cui 4 European Film Awards e l’Oscar 2021 come Miglior film in lingua straniera, UN ALTRO GIRO di Thomas Vinterberg, brillante dramedy a tema alcoolico, capace di possedere il gusto euforico di una sbronza, e insieme tutti i dolori di un risveglio in pieno hangover. (…) Secondo Nicolaj, professore di Psicologia, gli studi di un filosofo norvegese dimostrerebbero come gli esseri umani sarebbero dovuti nascere con lo 0,5% di alcool nel sangue. Questa piccola ma costante percentuale comporta un leggero senso d’ebrezza, ma è anche in grado di aprire al mondo le nostre menti.

(…) “What a life, what a life, what a beautiful beautiful life” è il tema centrale di UN ALTRO GIRO. Il ritornello che esploderà nella sequenza finale, che vira verso il film insolito dei Musical esistenzialisti, insieme a Mads Mikkelsen, irresistibile mentre si abbandona finalmente a un balletto degno di Gene Kelly in Singin’ in the rain.

E sarà meglio avvertirvi. È facile che le note di questa canzone, i versi del ritornello, finiscano per imprimersi nella vostra testa, seguendovi ben oltre i titoli di coda. Lo stesso vale per la gamma di emozioni, sensazioni, pensieri attraversati da UN ALTRO GIRO, un film che lascia storditi. Saranno i lunghi mesi della pandemia, o magari i codici estetizzanti delle produzioni contemporanee, ma l’autenticità del cinema di Vinterberg resta un dato incontrovertibile, capace di colpire lo spettatore come un’esperienza cinematografica d’intensità incomparabile rispetto a qualunque film visto in streaming in questi mesi. Non è semplicemente la stranezza di questa parabola senza morale, l’onestà del punto di vista, o magari l’eccezionale interpretazione di Mads Mikkelsen e dei suoi compagni di bevute. Vinterberg sa avvicinare la realtà degli uomini, delle emozioni e della vita con un linguaggio straordinariamente diretto. Un linguaggio minimale, spogliato di qualunque regola su trama e intreccio. E il risultato è UN ALTRO GIRO, un film che non risponde a nessuna definizione di genere. Resta perfino riduttivo ricorrere alla categoria americana della dramedy, già che il regista sceglie deliberatamente di rifiutare il genere. Si muove infatti fuori dalle regole, gli schemi che tradizionalmente definiscono la commedia, il dramma, la tragedia.

 

Queste tre storiche categorie si presenteranno tutte a fasi alterne all’interno del film, insieme all’intera gamma delle relative emozioni. Eppure, il regista cerca strenuamente la verità della vita vissuta fuori dalle dinamiche del climax, dei plot-twist, i monologhi, le scene madri e tutti quegli artifici che sperimentiamo normalmente nella rappresentazione cinematografica.

Dagli anni di Dogma 95 il regista ha messo a punto il suo linguaggio audiovisivo partendo dalla camera a mano, la camera a spalla, la steady-cam. Un occhio che non resta a distanza di sicurezza dalla scena, ma è sempre al centro dell’azione. Ed è proprio questo senso di costante vicinanza fisica al personaggio a restituirci un senso di verità quasi straniante.

Un livello di autenticità di certo anomalo, lontano dalle nostre abitudini di spettatori. In questo caso di Martin, attraverso il volto, lo sguardo di Mads Mikkelsen, ci sembrerà di conoscere tutto. Dall’apatia alla rassegnazione, ma anche l’euforia e il desiderio di rinascita, nonostante l’amarezza del disincanto.

 (www.lascimmiapensa.com)