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Un altro mondo

Regia: Stéphane Brizé

Genere: Drammatico
Anno: 2021
Paese: Francia
Durata: 96 min
Distribuzione: Movies Inspired
Fotografia: Eric Dumont, Anne Klotz
Montaggio: Anne Klotz
Produzione: Nord-Ouest Films
 
- IN CONCORSO ALLA 78. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2021).
- REALIZZATO CON LA PARTECIPAZIONE DI CANAL +, CINÉ +, FRANCE TÉLÉVISIONS; IN ASSOCIAZIONE CON SOFITVCINÉ 7, LA BANQUE POSTALE IMAGE 13, CINEVENTURE 5, MANON 10; CON IL SOSTEGNO DI REGIONE ÎLE-DE-FRANCE, REGIONE NOUVELLE-AQUITAINE E DIPARTIMENTO DI LOT-ET-GARONNE; IN PARTNERSHIP CON IL CNC.
- FILM DELLA CRITICA 2022 PER IL SINDACATO NAZIONALE CRITICI CINEMATOGRAFICI ITALIANI (SNCCI).

Trama:

Un altro mondo, film diretto da Stéphane Brizé, racconta la storia di un dirigente d'azienda, Philippe Lemesle (Vincent Lindon), che a causa del suo lavoro e delle forti pressioni esercitato da esso sulla sua vita privata, è prossimo alla separazione con sua moglie. È così che le scelte professionali dell'uomo si ripercuotono su tutta la sua famiglia, cambiandone totalmente l'assetto. L'amore tra lui e sua moglie è ormai logoro e Philippe è incessantemente incalzato dal sui superiori, che sono passati dal volerlo come leader a tenerlo come un semplice dirigente esecutore, sottoposto ai loro pressanti ordini.
Proprio in questa delicata situazione lavorativa e privata, l'uomo si ritrova a dover scegliere quale direzione dovrà prendere la sua vita da questo momento in poi. Cosa sceglierà Philippe? Il lavoro o la famiglia?

(www.comingsoon.it)

Dopo La legge del mercato (2015) e In guerra (2018), il regista francese Stéphane Brizé conclude la trilogia sul mondo del lavoro con protagonista Vincent Lindon: se i primi due sono passati in Concorso a Cannes, Un autre monde trova la competizione a Venezia 78. A parte la collocazione, il terzo capitolo muta la prospettiva, ovvero inquadra il lato padronale della barricata: guardia giurata nel primo, sindacalista nel secondo, stavolta Lindon è un dirigente d’azienda, ossia il direttore di stabilimento Philippe Lemesle.

Philippe non se la passa bene, il lavoro ben remunerato se non prestigioso gli ha tolto più che dato: si sta separando dolorosamente dalla moglie (Sandrine Kiberlain), il figlio autistico richiede attenzione, la proprietà preme per nuovi tagli, l’organico già ridotto all’osso e vessato freme, e lui in mezzo, non più manager ma esecutore, insieme vittima e carnefice.
Dai colletti blu ai colletti bianchi, dai povericristi agli happy few, Brizé non cambia né il protagonista, un superbo Lindon, né muta l’ottica sociologica, se non politica: che cosa muove oggi il mercato del lavoro, chi sono gli schiavi e chi i padroni, il fallimento e il successo, e come si declina l’odierno homo homini lupus?

Senza dire troppo del film, la parabola di Philippe, al soldo della multinazionale e alla mercé di sé stesso, ha una curvatura ambigua e progressivamente consolatoria, perfino ottimistica: tra le due, meglio l’ambiguità, sebbene si tratti forse più di irresolutezza ideologica. Il problema di ogni caduta è l’atterraggio, e cadere in piedi cui prodest?

Strepitosamente recitato (anche la Kiberlain è ottima), tagliato da musiche stranianti e contrappuntato da sequenze pletoricamente metaforiche, Un autre monde è intenzionalmente per il grande pubblico: loda la dignità dell’uomo, che ha costi, ma non prezzo. Ma cinematograficamente non va al di là di una robusta sufficienza.

(www.cinematografo.it)

Il film ritrae un dirigente che sta perdendo il senso della sua vita mentre il suo matrimonio si sta disintegrando e che combatte sempre di più per trovare una certa coerenza in un sistema che serve da anni. Un sistema in cui è diventato estremamente complicato per lui imporre gli ordini che riceve dall'alto. Molti dirigenti hanno raccontato al mio co-sceneggiatore Olivier Gorce e a me di come le loro vite personali e professionali vengano gradualmente svuotate si significato perché non viene più chiesto loro di pensare ma semplicemente di agire. Abbiamo voluto dare conto delle conseguenze del lavoro di coloro che sono considerati i primi luogotenenti delle loro compagnie ma che in realtà sono semplicemente individui che si ritrovano tra l'incudine e il martello.

Il film è stato pensato prima della crisi generata dal coronavirus. Tuttavia, ha una fortissima risonanza oggi nel mostrare un sistema essenzialmente incoerente che si sta esaurendo.

Nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare la straordinaria crisi sanitaria che stiamo vivendo. Se da un lato può essere vista come una fonte di caos quasi senza precedenti, dall'altra può essere considerata come un'opportunità per porci delle domande, per trasformare la costrizione in vantaggio e non essere i perdenti della storia. È come quando i nostri corpi o la nostra psiche collassano e costringono la macchina a fermarsi, indicando che abbiamo dimenticato di mettere in discussione qualcosa di essenziale ma intangibile, un punto cieco nella nostra vita. È una metafora del disordine del nostro mondo sulla scala di un individuo: i profondi sconvolgimenti che attraversa il protagonista lo costringono a mettere in discussione le sue azioni, le sue responsabilità e il suo posto all'interno dell'azienda e della sua famiglia.

(www.filmtv.it)

È noto che il cinema di Stéphane Brizé sia un cinema d’attori. Perciò, per alcuni irriducibili, “vecchio stile”. È un po’ meno noto invece che questo stesso cinema, così attoriale e così irriducibilmente d’attori, acquisti una posizione d’immagini e anche morale proprio grazie agli attori. Perché è a partire dall’attore che Brizé cerca il suo punto di vista, suo cioè in quanto autore. Non è scontato. E non tutti vi riescono, chi sopraffatto dal peso della star, chi semplicemente inadeguato a dirigerlo, l’attore.
 
Nei film di questo regista incorrotto la distanza tra sguardo e attore è la giusta distanza che intercorre tra realtà e sua messa in scena. Nell’attore Brizé crede a tal punto che sembra conferirgli la regia. Ossia il peso delle misure da prendere, delle proporzioni da tenere. L’attore è nodo nevralgico ma è anche, e prima di ogni cosa, strumento di visione. Nel cinema di Stéphane Brizé l’attore è chiamato a costruire la scena, a montarla, e darle carattere e movimento. Un gesto sbagliato e il film tutto ne soffre, in quanto “il cinema di Brizé sorprende sempre per quello che si potrebbe definire una specie di accordo fotogenico (nel senso che i registi francesi degli anni Venti attribuivano al termine) tra dispositivo e realtà, accordo perfetto (anche in questo caso, l’unico possibile) che traduce il tempo delle cose e degli uomini in intensità drammatica, senza mai smarrirlo, per difetto, nella pura descrizione, e senza mai deformarlo, per eccesso, nella dimostrazione di qualcosa” (Luca Malavasi).
Vincent Lindon, che della trilogia del lavoro di Brizé – La legge del mercatoIn guerra e Un autre monde – è protagonista assoluto, è dunque l’interprete non in quanto attore per convenzione, ma come tramite. Allo spettatore allora non resta che cercare una ragione, la ragione, non tanto nel film, quanto nel suo attore. E qui, in questo film che è l’Insider di Brizé, dove ancora una volta il soggetto è vittima dei suoi sentimenti perché il cinema di Brizé, parafrasando un dialogo di Un autre monde, «finisce per esservi impaludato, a scapito della spietata lucidità sulla realtà», è proprio Lindon il motivo e l’impulso. Vedere Un autre monde significa osservare il suo attore, crederlo, pensarlo. Tra spettatore e attore nasce una relazione: il film prende forma sull’attore, e noi, che guardiamo, più che immedesimarci esercitiamo un amore.
L’altro mondo possibile, dunque, è quello che sceglie il manager Philippe Lemesle: è il mondo del suo attore, Vincent Lindon, il più grande attore contemporaneo, perché è lì, nell’attore, nel suo sottrarsi e nel suo fuggire (degli occhi), nella sua carenza di cinismo, che Brizé e Un autre monde conquistano la verità. Nel cinema di Stéphane Brizé l’attore non è colui che dice la battuta, è piuttosto il suo colore, la concretizzazione di un’idea, il volume di un pensiero, di un’attitudine, di una condizione. In Un autre monde, che è un superlativo film manniano, ovvero del Mann più umano e umanista, tra autore, attore e spettatore non c’è soluzione di continuità; quando finisce, il film, rimane la memoria di un accordo impensabile eppure fattivo, tutt’altro che un compromesso, anzi, direi una celebrazione, principalmente la celebrazione di una fede (nel cinema, nell’attore).
 
(www.cineforum.it)