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Un anno con Salinger

Regia: Philippe Falardeau

INTERPRETI: Philippe Falardeau

SCENEGGIATURA: Philippe Falardeau

FOTOGRAFIA: Sara Mishara

MONTAGGIO: Mary Finlay

MUSICHE:Martin Léon

DISTRIBUZIONE: Academy Two

NAZIONALITÀ: Italia, 2021

DURATA: 101 min.

Film di apertura della Berlinale, 2020

Nel 1995 Joanna Rakoff è una giovane laureata che lascia la California per trasferirsi a New York e coronare così il suo sogno: vorrebbe diventare scrittrice ma deve inizialmente accontentarsi di un lavoro come assistente di Margaret, un'agente letteraria che vanta tra i suoi clienti colui che in ufficio viene chiamato confidenzialmente "Jerry", vale a dire J.D. Salinger, l'autore di una pietra miliare della letteratura come Il giovane Holden, che però vive ormai da anni in quasi totale isolamento, senza dare alle stampe nuove opere. Incaricata di leggere e rispondere a tutte le lettere indirizzate al leggendario scrittore, Joanna inizia così a conoscere meglio anche se stessa, mettendo alla prova le proprie capacità e delineando le sue ambizioni per il futuro.

Scritto e diretto dal franco-canadese Philippe Falardeau (candidato all'Oscar per Monsieur Lazhar) basandosi sull'omonimo memoir della stessa Joanna Rakoff, Un anno con Salinger è dunque essenzialmente un racconto di formazione in cui lo scrittore diventa una figura chiave, seppure a distanza, nel percorso della protagonista mentre si fa strada nel mondo del lavoro e dell'età adulta.

 Il film ha sollevato paragoni principalmente con Il diavolo veste Prada per la contrapposizione tra la giovane impiegata ambiziosa ma insicura, dallo sguardo ingenuo ed entusiasta, e la più matura e navigata donna in carriera, in parte cinica e disillusa, ma dotata di esperienza e acume, mentre attorno a loro si muove il coro greco dei colleghi, dispensatori di umorismo e pillole di saggezza.

I riferimenti ad autori e opere letterarie sono ovviamente presenti, ma senza diventare esclusivamente una collezione di nomi e citazioni che renderebbero la pellicola accessibile solo a un pubblico di esperti e appassionati; quello che il film sottolinea è piuttosto il potere che ha la scrittura di commuovere le persone, facendole appassionare, riflettere, identificare con i personaggi di carta di cui leggono le avventure: un aspetto, questo, evidenziato con l'espediente di mostrare i fan di Salinger che prendono volto e corpo, leggendo loro stessi le proprie lettere.

Ma la sceneggiatura affronta anche altri temi, tra cui la scrittura intesa come pura espressione artistica e, all'opposto, le esigenze del mercato e del business, la ricerca di un equilibrio tra i gusti personali e il valore o il potenziale di un prodotto, la vita sentimentale che spesso va di pari passo con quella lavorativa, e anche le difficoltà di salute mentale come depressione e bipolarismo. La trama a volte sembra un po' smarrirsi dietro a tutti i suoi fili narrativi, alcuni dei quali (fra cui uno riguardante lo stesso Salinger) vengono accennati per poi però rimanere parzialmente incompiuti, senza approfondimento.

A fare da cornice alla vicenda c'è una New York (ricostruita in realtà a Montreal) bagnata spesso da luci calde e dorate che danno alla città un aspetto quasi fiabesco, come se la protagonista si trovasse nel suo personale Paese delle meraviglie in cui si muove tra edifici art déco e appartamenti fatiscenti, luoghi ricchi di fermento intellettuale in un clima culturalmente un po' snob, liberale ma non troppo; l'atmosfera rétro è accentuata anche dall'avversione di Margaret per le nuove tecnologie, per cui si guarda con sospetto ai computer in favore delle vecchie e rassicuranti macchine da scrivere, e da una colonna sonora in cui si ascoltano brani jazz e di musica classica. Un anno con Salinger è quindi un film che offre un altro ruolo da protagonista a Margaret Qualley, figlia d'arte in rapida ascesa, (come dimostra anche il recente successo della serie Netflix Maid), in una commedia elegante nella forma e dal tocco piuttosto leggero nella narrazione, che all'aria vintage unisce temi eternamente attuali come le incertezze e le sfide legate al crescere e cercare il proprio posto nel mondo, senza perdere di vista l'incanto e la passione.

(www.movietele.it)

 

Joanna, interpretata dalla Margaret Qualley di C’era una volta a… Hollywood, sogna di diventare una scrittrice. Di più: vuole essere "straordinaria". E dopo aver visitato New York - la New York dell'Algonquin, del Waldorf, del New Yorker, la New York che è il sogno di tutti gli aspiranti all’Olimpo letterario - lascia fidanzato e Berkley per trasferirsi lì.

È a suo modo ingenua, perché giovanissima, ma è determinata tanto quanto la Tess McGill di Una donna in carriera, e come il personaggio di Melanie Griffith finisce per lavorare per Sigourney Weaver; che qui non è una dirigente dell'alta finanza, né l'ancora più rapace Miranda Priestly di Il diavolo veste Prada, ma la severa (e in fondo buonissima) titolare di un'agenzia letteraria. E mica una qualsiasi: quella che rappresenta J.D. Salinger in persona.

Sì, perché siamo nella seconda metà degli anni Novanta, quando il leggendario autore di "Il giovane Salinger", "Franny e Zooey" e dei "Nove racconti" era ancora vivo, ma già da tre decenni viveva lontano da tutto e da tutti, quasi come un eremita, refrattario alla sua stessa fama (che, peraltro, in questo modo contribuiva ad alimentare).

E difatti il lavoro di Joanna, all'inizio, è quello di leggere tutta la corrispondenza di ammiratori, studiosi, accademie e produttori indirizzata allo scrittore. Leggerla (perché dopo Mark David Chapman, trovato a leggere il romanzo più noto di Salinger dopo aver ucciso John Lennon, i suoi agenti vogliono stare tranquilli), e rispondere con un formulario standard rimasto lo stesso dagli anni Sessanta.

E dire che Joanna, Salinger non l'ha nemmeno mai letto. Eppure, riesce perfino a farsi prendere in simpatia dallo scrittore - che in agenzia chiamano confidenzialmente "Jerry" - che per telefono capisce subito le sue aspirazioni, ben diverse dal ruolo da segretaria che ricopre in agenzia, e la sprona a scrivere. Tutti i giorni. Anche fosse solo per quindici minuti al mattino. Eppure, leggendo certe accorate lettere, s’incuriosisce nei confronti di quell’uomo così misterioso, e cortese, e ne scopre la letteratura. E tutto cambia: perché leggere (e scrivere, anche) cambia. La vita.

MY SALINGER YEAR è tratto da un libro omonimo pubblicato nel 2014, nel quale Joanna Rakoff racconta quella che è stata la sua vera esperienza in quella celebre agenzia, del tentativo poi abortito di un piccolo ma volenteroso editore di ripubblicare in un volume singolo "Hapworth", il lungo racconto di Salinger apparso nel 1965 sul New Yorker. Della sua vita di poco più che ventenne, dei suoi rapporti sentimentali e di come ha trovato il coraggio di inseguire il suo sogno e trovare la sua strada. La storia di MY SALINGER YEAR è quindi vera, e quella verità è catturata e restituita da Philippe Falardeau, che del film è sceneggiatore e regista, e che è capace di raccontare in maniera elegante e credibile momenti di semplice intimità, di commovente incertezza, e di giovanile esaltazione.

Volutamente antimoderno, illuminato da una fotografia dorata (vagamente neo-alleniana) e tutto giocato sui toni del marrone, quello di Falardeau è un film che manderà in sollucchero gli amanti della cultura letteraria high-brow le cui icone - New York, il New Yorker, l'Algonquin, lo stesso Salinger, appunto - sono citate in maniera chiara a più riprese, ma mai volgarmente ostentate. Il suo essere "colto" non è mai arrogante, e non è semplice e fastidioso name-dropping quando la Joanna della Qualley si ritrova faccia a faccia con Rachel Cusk (sì, proprio quella di "Resoconto", "Transiti" e "Onori", ma prima di quei libri) o con Judy Blume.

È un onesto e riuscito racconto di formazione, e una commedia gradevole, un feel good movie capace anche di ragionare di letteratura e di mercato letterario, di emozioni e vita, e di emancipazione femminile.

Tutto è ammantato da una certa grazia: quella che hanno anche i volti del cast: da una Sigourney Weaver che ammorbidisce le sue rigidità in un fare compostamente materno a una Qualley la cui spontaneità fa dimenticare l'eccesso di faccette, passando per comprimari di livello come Brían F. O'Byrne, Colm Feore e la giovane Seána Kerslake, attrice irlandese che ricorda la Scarlett Johansson degli esordi.

(www.comingsoon.it)