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Un eroe

Regia: Asghar Farhadi

INTEPRETI: Amir Jadidi, Mohsen Tanabandeh, Fereshteh Sadre Orafaiy, Sahar Goldust, Sarina Farhadi

SCENEGGIATURA: Asghar Farhadi

FOTOGRAFIA: Ali Ghazi

MONTAGGIO: Hayedeh Safiyari

DISTRIBUZIONE: Lucky Red

PAESE: Iran, Francia, 2021

DURATA: 127 min.

Se, in un'annata così ricca di autorialità e qualità come quella di Cannes 2021, UN EROE di Asghar Farhadi si è aggiudicato il Grand Prix un motivo c'è: è un film bellissimo. Il grande regista iraniano nel 2021 è tornato a stupire con una storia sul concetto di narrazione e oppressione mediatica, di verità e menzogna funzionale non solo a raccontare il suo Iran, ma la società moderna in generale. Dolente, potentissimo ed intimo, UN EROE è senza ombra di dubbio uno dei migliori titoli del 2021 appena trascorso e dei film al cinema a gennaio 2022, un'opera che conferma la vivida maestria di uno dei narratori per eccellenza della contemporaneità odierna.

Periodo davvero difficile e complicato quello di Rahim a causa di un socio in affari verso cui ha un debito che non è riuscito a saldare in tempo, per colpa (secondo lui) di un complotto ai suoi danni. Ora, in prigione e condannato a tre anni, oltre ai problemi economici si aggiungono anche quelli personali, dal momento che è stato lasciato dalla moglie, con la responsabilità di badare al giovane figlio balbuziente.

Senza speranza e prospettive, inaspettatamente durante due giorni di permesso concessigli, si trova a fare i conti con una borsa piena d'oro, trovata per caso dalla sua nuova compagna Farkhondeh. Chiunque al suo posto si terrebbe quel tesoro per poter pagare i debiti e così cambiare la propria vita, ma lui invece inaspettatamente decide che quella borsa va restituita ai legittimi proprietari, così da poter ricostruirsi una reputazione. Per Rahim, in un Iran ancora così legato al concetto di onore, si tratta dell'opportunità di un riscatto morale che inizialmente pare avverarsi, anche grazie alla copertura mediatica data alla sua storia dalle autorità a fini propagandistici. In breve tempo però, egli si renderà conto che i vecchi problemi hanno semplicemente lasciato lo spazio a quelli nuovi, che ora si è messo da solo in trappola dentro un mondo fatto di sospetti e oppressione. Si troverà costretto a rispondere a nuove accuse, a chi non crede che quel ritrovamento sia stato casuale. E se in fondo Rahim non fosse il santo che vuole far credere? Se ci fosse qualcosa di più di una semplice storia di problemi finanziari e sfortuna?

Come regista, Farhadi ha sempre prediletto racconti sul concetto di verità e ricerca, come aveva fatto anche in Tutti lo Sanno, ma anche in grado di dargli la possibilità di parlare della realtà sociale e culturale dell'Iran, di questo paese sempre in bilico tra modernità e tradizione, diviso tra antichità e prospettiva futura.

Lo ha fatto con The Salesman, Una Separazione, About Elly: Farhadi ha sempre cercato di spostare il nostro sguardo sul concetto di ipocrisia nella società attuale, mentre ci parlava di un Paese in cui la reputazione ancora oggi è tutto, secondo un astruso codice d'onore che deve sempre e comunque rispondere all'antico adagio per il quale la voce del popolo è la voce di Dio. Anche in UN EROE ritroviamo la stessa incertezza, la stessa straordinaria abilità con cui questo cineasta sa sempre giocare con i personaggi, con la trama, far finta di dare delle certezze al pubblico per poi toglierle. Il tutto all'interno di un iter narrativo in cui ci siamo portati inizialmente a simpatizzare per il protagonista, salvo poi trovarci preda di dubbi, perplessità e infine al sospetto che forse non è quel personaggio positivo e sfortunato che pensavamo inizialmente. Farhadi con UN EROE conferma il suo non credere alla netta divisione del mondo in buoni o cattivi. Nelle persone comuni, crea da sempre un'istantanea della sua ostilità verso il concetto di potere, in qualsiasi forma esso si manifesti.

Non esistono persone senza macchia o senza paura, non esiste la santità se non come ideale fuori dal tempo e dallo spazio, dalla realtà di un mondo profano in cui passare dalla parte del torto a quella della ragione, e viceversa, è questione di un attimo. In questo Rahim risulta senza ombra di dubbio uno dei suoi personaggi più riusciti, soprattutto perché incapace di dimostrare a chi gli sta attorno ma anche a noi, la realtà dietro le sue intenzioni, dietro una vita fatta di misteri e incongruenze.

UN EROE ha quindi il suo più grande punto di forza nella sceneggiatura, che viaggia con la sincronia e il tempismo di un orologio svizzero, e che ci guida in un mondo fatto di falsi specchi, ma soprattutto ci mostra uno storytelling tossico. Farhadi infatti si concentra molto sull'aspetto propagandistico e mediatico messo in atto verso il protagonista su come i media possono costruire e allo stesso tempo distruggere un'esistenza. La narrazione mediatica oggi è quindi distante per il regista dall'essere fonte di verità, quanto semplicemente strumentale ad ogni tipo di finalità di chi la sappia padroneggiare; il sintomo più evidente della mancanza di certezze con cui siamo costretti a fare i conti. Il che, calcolando in che situazione ci troviamo tutti da due anni a questa parte, fa di questo film anche una perfetta metafora del caos semantico e mediatico in cui il mondo stretto della pandemia si sta dibattendo. Come sempre la sua regia è semplicemente perfetta, a tratti quasi ipnotica, con la sua capacità di rendere l'insieme claustrofobico, di elevare a livello universale un iter diegetico teoricamente intimo, privato. Ma questo del resto è sempre stato uno dei tanti talenti di Farhadi, tessitore di fiabe nere e disturbanti, di racconti basati su concetto di contraddizione e frammentarietà, di una verità sempre impalpabile. Solo una certezza ci rimane alla fine di questi 128 minuti: viviamo nell'era della ferocia, del sospetto come religione, delle emozioni negative, di una mancanza di empatia totale verso il prossimo, in nome di un egoismo assolutamente ingiustificato e terrificante.

(https://cinema.everyeye.it)

 

Del cinema di Asghar Farhadi, regista iraniano classe ’72 divenuto celebre soprattutto grazie alla vittoria agli Oscar di Una separazione (2011) e Il cliente (2017), si dice spesso che è un’indagine, dalle implicazioni morali, sull’inafferrabilità di ciò che è vero, poiché ciò che è vero è sempre velato dalle rifrangenze delle nostre percezioni.

Eppure, se guardiamo attentamente il suo ultimo lavoro, UN EROE è possibile sconfessare facilmente la prima, più superficiale, impressione: come in About Elly (2009), l’opera in cui la poetica farhadiana si è rivelata allo stesso tempo precocemente e compiutamente, anche in questo film la verità dei fatti è molto più semplice di quello che si crede, di quanto chi si ritrova nella posizione di assistere, in condizione di insipienza, a un fatto anomalo – in About Elly, l’improvvisa scomparsa di una giovane maestra, in UN EROE, la restituzione di un tesoro – si fabbrica per deviare rispetto alla via lineare della resa all’evidenza.

Con il consueto mestiere Farhadi duplica nella finzione cinematografica quel che osserva nella società iraniana contemporanea: una cultura del sospetto e della complicazione resistente a ogni cambiamento e in grado di trasformare una storia di redenzione in una fantasmagoria grottesca di contronarrazioni insinuanti e decostruenti, amplificate nella loro frammentarietà anche da quei social che sminuzzano il reale per garantire al loro pubblico sempre più vasto (e indolente) emozioni processabili rapidamente, indignazioni pronte al consumo.

Così Rahim, un pittore-artigiano dagli occhioni verdi e lo sguardo pulito, in prigione perché non è riuscito a saldare il debito contratto con l’ex cognato, nonostante possegga il candore dell’idiota dostoevskijano e abbia compiuto, senza secondi fini, un gesto di grande nobiltà – la restituzione di una borsa dal cui contenuto avrebbe potuto ricavare il suo ‘riscatto’ –, finisce per pagare non solo in termini di libertà, ma anche di reputazione, per la sua bontà senza ombre. Non riesce, infatti, a schivare i fantasmi che albergano negli altri uomini, in chi non può e non vuole riconoscere al bene, così come al male, il suo statuto di banalità. E in chi, come l’ex cognato e la figlia di quest’ultimo, fa anche dell’onestà un campo di battaglia, il terreno di una competizione fallica, della misurazione di un primato.  

E non è dunque tanto vero che, per Farhadi, la realtà ha più facce, è anzi vero il contrario: che ciascuno si ostina a voler complicare le letture elementari per inseguire la promessa di significati, vittima di quell’incespicare del pensiero che trova concretizzazione simbolica nella struggente balbuzie del figlio di Rahim, in una disarticolazione del linguaggio che denuncia le trame che ci incantano e incatenano, quelle stesse che non vogliamo vedere in noi stessi e, così, cerchiamo fuori, negli ultimi, negli ottusi, negli ingenui. C’è del marcio in Iran, sì, come dappertutto. Ma c’è del marcio sempre e soprattutto nei lacci inutilmente tortuosi delle nostre menti prigioniere e imprigionanti.

(www.cinematographe.it)