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Una donna sposata

Regia: Jean-Luc Godard

INTERPRETI: Veronique Duval, Margaret Le Van, Philippe Leroy, Roger Leenhardt, Rita Maiden, Macha Meril, Bernard Noel, Chris Tophe

DISTRIBUZIONE: Regionale

SCENEGGIATURA: Jean-Luc Godard

FOTOGRAFIA: Raoul Coutard

NAZIONALITÀ: Francia, 2022

DURATA: 98 min.

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, 2022

PRESENTAZIONE E CRITICA

Questo film è una specie di “depliant” sulla donna. (…) Io non invento niente, compilo dei prospetti. Dico: ecco come si compone una donna e la mostro in “pezzi staccati”. Una macchina elettronica avrebbe potuto benissimo registrare questi diversi elementi e fornire la sua risposta, cioè la sua sceneggiatura costruita secondo una certa logica, come ho fatto io. Ho lavorato da etnologo: come Lévi-Strauss avrebbe potuto dar l’idea della donna in una società primitiva del Borneo, così io ho cercato di dare l’idea della donna in una società primitiva come quella del 1964”. (Jean Luc Godard)

Una frase ripetuta più volte comincia a perdere il significato. Un’ immagine riprodotta e serializzata va perdendo senso ad ogni rappresentazione. UNA DONNA SPOSATA riprende il discorso di Questa è la mia vita approfondendo l’aspetto antropologico: il ruolo della donna nella società dei primi anni 60.

Charlotte (Macha Méril) è una donna sposata che si divide tra gli incontri amorosi con il marito Pierre (Philippe Leroy) pilota di aereo e l’amante Robert attore teatrale (Bernard Noël). Quando rimane incinta, continua a vivere la sua vita senza scegliere. Se Nanà lottava per la sua sopravvivenza in un percorso quasi cristologico filosofeggiando sulla ricerca di identità, Charlotte è una figura monodimensionale che è il prodotto della società dei consumi. Una donna senza qualità influenzata dalla pubblicità, dai vestiti da indossare, dalla biancheria intima più seducente, dal proprio corpo (il seno, la schiena, le gambe, le mani, gli occhi, la bocca, ritagliati come da una rivista patinata e incollati in un puzzle senza anima). Una donna che rifiuta il passato e la memoria per abbandonarsi a un presente senza prospettive, dove tutto si risolve nell’attimo senza pensarci, dove si passa di taxi in taxi per sfuggire ai detective privati.

La fotografia di Raoul Coultard, già apprezzata in Questa è la mia vita, qui accentua i contrasti tra il nero e il bianco, donando ai corpi un agghiacciante impressione cadaverica: Macha Méril appare ancora più piccola e anemica sovrastata dalla gigantografia di una pubblicità di lingerie. I quartetti di Beethoven accentuano questa distanza funerea, questo rigore etnologico che mantiene lo spettatore a una distanza di sicurezza dalle inquadrature. Anche l’uso del negativo per la scena in piscina trasmette questo senso di morte del reale. Il risultato finale è quello di un disagio misto a tristezza: non è un caso che mentre scorrono le fotografie e i titoli delle riviste di moda, sentiamo Sylvie Vartan cantare “Quand le film est triste”. Noi siamo quello che compriamo. Per quanto ci laviamo le mani con il sapone, le abbiamo sempre sporche.(…)

Quando il film usci è stato completamente frainteso dalla critica che ha accusato Godard di misoginia e di didascalismo. Ma dopo quasi sessant’anni UNA DONNA SPOSATA è un ritratto profetico sulla disumanizzazione di una società tutta protesa verso l’immagine superficiale e incapace di memoria storica. L’intervento chiarificatore è quello del regista Roger Leenhardt (uno dei padri della Nouvelle Vague) sulla intelligenza: bisogna sempre prima capire e informarsi e dopo esprimere un giudizio. L’aneddoto dell’amico che nel 1940 volle rendersi conto di cosa succedeva a Vichy è esemplificativo. Più che di “nouvelle vague” Godard ci parla di “nouvelle vogue”, della nuova ossessione di essere alla moda.

Di corsa all’ultimo modello di reggiseno, di monokini/bikini, di televisore, di macchina, di aereo. Perse le coordinate morali di Nanà, la borghese Charlotte va dal ginecologo come se andasse dal salumiere, vuole sapere la differenza tra piacere e amore per ricevere la ricetta di buoni consigli e cattivo esempio. Il figlio Nicolas scompare in un decalogo di imposizioni che riflette l’ipocrisia del mondo degli adulti. Allora ancora parole, parole, parole ripetute fino allo stordimento. Parole che sembrano solo frasi recitate, parole che perdono tutto il loro valore in una commedia di nessuna arte, parole che non dubitano mai di sé stesse. Robert continua a recitare un amore inesistente. Charlotte fa finta di non accorgersene perché non ha alternative. “Ti amo, ti amo, ti amo” finché il suono vacuo della frase si scontra con la parola “si, è finita”.

(www.sentieriselvaggi.it)

 

(…) Ci sono molti modi per cercare di comprendere un film, o di analizzarlo, o almeno di studiarlo in modo non troppo superficiale. Il più canonico e diffuso parte ovviamente dallo studio del testo filmico, del montaggio definitivo, del prodotto nel senso più puro del termine, vale a dire il risultato terminale di un lavoro industriale: compiere tale esercizio su UNA DONNA SPOSATA senza allargare lo sguardo, , significa probabilmente non aver ben compreso il senso stesso del lavoro portato a termine da Godard. A comprenderlo bene fu invece, e non deve sembrare un paradosso, la censura francese dell’epoca. Il 29 settembre 1964 la commissione che si occupa di assegnare il nulla osta per la distribuzione in sala boccia in toto La femme mariée. Da un lato c’è ed è inevitabile la reprimenda contro le nudità – per quanto il montaggio di Godard e soprattutto il taglio delle inquadrature riducano i rischi di intervento censorio, come si avrà modo di scrivere più avanti –, ma dall’altro soprattutto si ha quell’articolo determinativo che non è proprio accettabile per la morale comune. “La” donna sposata equivale a supporre che ciò che viene raccontato nel film non sia un caso specifico, ma la condizione della donna all’interno della società borghese. Godard deve dunque accettare il compromesso e che il suo film parli solo di “Una” donna sposata, e anche così non è facile convincere la commissione, al punto che deve intervenire André Malraux in persona, e perfino Georges Pompidou. La censura ha però colto nel segno, perché ha compreso – meglio di molta critica dell’epoca, e forse anche di oggi – come a Godard interessi solo relativamente portare avanti una storia: Charlotte e le sue relazioni, quella coniugale e quella adulterina, sono solo un diversivo, o per meglio dire servono a portare avanti sotto la superficie il discorso che realmente interessa al regista. UNA DONNA SPOSATA è un film che cerca di analizzare la realtà collettiva, la massa, il popolo nella sua abitudine strutturale: il destino di Charlotte, che non sa di chi sia effettivamente il figlio che porta in pancia, è del tutto irrilevante, quel che conta è la quotidianità di un’esistenza condivisa, che è dopotutto uniformata da un mondo mosso da una propaganda pubblicitaria ottundente, esasperante. (…)

(www.quinlan.it)