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Una voce fuori dal coro

Regia: Yohan Manca

INTERPRETI: Maël Rouin Berrandou, Judith Chemla, Dali Benssalah, Sofian Khammes, Moncef Farfar, Luc Schwarz, Olga Milshtein, Loretta Fajeau-Leffray, Carla Tarley, Mailys Bianco

SCENEGGIATURA: Yohan Manca, Hédi Tillette de Clermont-Tonerre

FOTOGRAFIA: Marco Graziaplena

DISTRIBUZIONE: I Wonder Pictures e e Unipol Biografilm Collection

NAZIONALITÀ: Francia, 2021

DURATA: 108 min.

Presentato a Un Certain Regard a Cannes74 e poi al Festival di Giffoni, dove ha vinto il Gryphon Award come Miglior Film in Generator +13

PRESENTAZIONE E CRITICA

Nour ha quattordici anni ed è l'ultimo di quattro fratelli, tutti più grandi di lui e dalle personalità focose, irascibili, mutevoli. I quattro sono abituati a fare famiglia tra loro, da quando il padre è morto e la madre è in coma. I fratelli più grandi si arrangiano tra vari lavoretti, e con l'inizio dell'estate anche Nour viene coinvolto per contribuire all'economia familiare e alla cura della madre malata. Ma un giorno incontra Sarah, un'insegnante di canto che lo coinvolge nel suo corso. Per Nour è l'occasione di scoprire una passione innata che gli viene dai genitori, e per aprirsi a un mondo diverso da quello in cui è cresciuto.

L'opera e il canto di Pavarotti rappresentano la chiave di crescita per un adolescente intrappolato in un contesto difficile, ben evocato dal vivido affresco familiare di un regista francese all'esordio.

Yohan Manca adatta per lo schermo del materiale teatrale, tradendo però la dimensione da palcoscenico e privilegiando invece le riprese in esterna, curiose e sempre in movimento come ben si addice all'estate delle "grandes vacances" che sta per iniziare. Il contesto è quello di Sète, cittadina francese della Costa azzurra dal famoso porto e dall'anima vacanziera. Spesso ritratta sul grande schermo, prima da Agnès Varda, poi ultimamente in modo memorabile da Abdellatif Kechiche, che ne ha fatto un indelebile protagonista dei due epici capitoli di Mektoub, my love.

UNA VOCE FUORI DAL CORO non può che esistere all'ombra di quelle opere-mondo, un'ammissione che è evidente anche dal coinvolgimento del medesimo direttore della fotografia, il bravissimo italiano Marco Graziaplena. La sua cinepresa coglie una Sète col sole sempre di taglio, oppure tinta di rossastro attraverso le tende dell'aula in cui Sarah addestra gli allievi al bel canto È un mondo duro ma anche scanzonato, proprio come le anime dei tre fratelli maggiori: Abel, il più serio, Mo, il più leggero. E poi c'è Hédi, anima perennemente "contro". Nour li guarda tutti dal muretto, ancora escluso dalle virili e animate partite di calcio sulla spiaggia.

Pur nelle sue linee narrative convenzionali, con le tensioni tra i fratelli su come trovare i soldi per andare avanti, una mascolinità rigida da navigare e l'idea di un mondo dalle prospettive limitate che ammette solo la possibilità di andarsene o soccombere, il bel film di Manca trova il tempo di tratteggiare con sentimento ogni personaggio, e di sfruttare come si deve lo straordinario volto del piccolo Maël Rouin-Berrandou.

Nour è una miniera d'oro sia come controcampo comico nei momenti più allegri che come punto focale nel canto, risorsa che viene prevedibilmente presa in giro da tutti all'inizio ma che finisce per diventare il collante della famiglia, grazie ai ricordi di un papà italiano che imitando Pavarotti corteggiava la mamma.

(www.mymovies.it)

 

Presentato al Festival di Cannes, nella sezione Un Certain Regard, UNA VOCE FUORI DAL CORO (in originale MES FRÈRES ET MOI) vanta numerosi elementi, che lo rendono alquanto pregevole e non dimenticabile. Una tipica scena estiva introduce lo spettatore nella storia e nel mood: in spiaggia, sotto il sole cocente, si sta svolgendo una partita di pallone. La voce fuori campo di Nour presenta se stesso e i suoi fratelli, descrivendo la realtà nella quale vivono. La musica, fondamentale su tutti i livelli, accompagna le immagini che scorrono sullo schermo, donando loro una connotazione precisa. Gli umori ed i sentimenti vengono, in tal modo, sostenuti, arricchiti e suggeriti dalle canzoni della colonna sonora.

Il giovane cineasta francese, classe 1989, ha le idee ben chiare e sa come metterle in mostra. Forte dell’esperienza da cui nasce il suo primo lungometraggio, Manca sembra svelarsi, strato dopo strato, attraverso le vicende e le figure dei protagonisti. Ciascuno di loro ha una sua identità e una strada da percorrere, che alla fine li porterà a ritrovarsi, come fratelli e come famiglia. Uniti da un affetto sincero, seppur duramente messo alla prova dalla sofferenza legata alla situazione della madre, Nour e gli altri crescono, maturano, in un’estate. In quanto vera e propria disciplina, il canto si rivela, per il ragazzino, una tappa imprescindibile da affrontare. Lo studio, il rispetto, l’impegno, i sacrifici, hanno un’utilità non esclusivamente per le lezioni, quanto, soprattutto, per portare avanti un’esistenza consapevole, solida, soddisfacente.

Tra i personaggi più cruciali e riusciti, Sarah ne diviene il tramite, capace di cambiare la prospettiva e di mostrare uno spiraglio di luce dietro il buio. A patto di saper condividere la gioia di una canzone.

(www.newscinema.it)

 

Il regista Yohan Manca racconta come è stato concepito questo film che ingloba molti ricordi d’infanzia.

“È liberamente ispirato alla pièce teatrale Pourquoi mes frères et moi on est parti… di Hédi Tillette de Clermont-Tonnerre, che ho messo in scena e interpretato quando avevo 17 anni. È composta da quattro monologhi, uno per ogni fratello, e una delle tematiche è l’incontro di uno di loro con l’arte, nonostante non mostri alcuna predisposizione naturale. E proprio questa esperienza mi è molto familiare perché è ciò che io stesso ho vissuto. Ho inserito molti dei miei ricordi d’infanzia nel film. Come il fatto che i quattro fratelli provengano dai quartieri popolari – io, infatti, vengo dal Senna e Marna e da Pantin (Parigi est). Inoltre, ho origini mediterranee, mia madre è spagnola e mio padre è italiano, e volevo parlare proprio di queste origini e dell’immigrazione dai paesi del Mediterraneo.

Innanzitutto mi sono infatuato di un’aria de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti intitolata “Una furtiva lacrima”. Poi, qualche anno dopo, ho incontrato Judith Chemla, l’attrice che interpreta Sarah, l’insegnante di canto del film. Non sapevo niente dell’opera, ma quando ho sentito Judith cantare La Traviata mi sono innamorato. Quando ho deciso quale fosse la

vocazione di Nour, ho pensato subito all’opera, mi è sembrata una scelta ovvia e interessante. Il teatro e la recitazione erano troppo vecchia scuola, il cinema non era abbastanza in contrasto con l’universo di Nour e la danza era già stata usata da Stephen Daldry in Billy Elliot. Quindi ho optato per l’opera. Ho pensato fosse una bella idea quella di combinare l’arte, campo spesso considerato elitario, con un’ambientazione popolare, e ho capito di essere sulla strada giusta quando un produttore ha reagito al progetto dicendo: “L’opera non c’entra niente con i quartieri popolari!” Ma, semplicemente, non è vero!

Adoro quelli che io chiamo “i fossili di famiglia”, cioè tutti i segreti e i misteri che le famiglie hanno. Ad esempio, ho scoperto molto tardi che mio nonno suonava la chitarra. Da quel momento in poi, l’ho guardato con occhi diversi. Sapere che i tuoi genitori o antenati avevano una sensibilità artistica non è una cosa da poco. I resti del passato sono una tematica che si è imposta per forza di cose mentre scrivevo la sceneggiatura. Anche la famiglia di Nour ha un passato nella musica: lui è cresciuto immerso nella musica e vuole rendergli onore. La sua è una storia sia musicale che geografica: suo padre era italiano e cantava alla madre delle canzoni italiane, probabilmente per dimostrarle che avrebbe potuto essere un tenore eccellente. Questa sensibilità artistica di cui Nour si appropria mi ha permesso di pensare ai miei parenti che non hanno sviluppato un proprio talento e che forse erano frustrati per quel motivo. Ed è proprio questo aspetto che spinge Nour a inseguire il suo obiettivo e raggiungerlo, cosa che suo padre non ha saputo o potuto fare.

Volevo che fossero tutti diversi per ricreare ciò che vedo ogni giorno nella mia famiglia e nelle persone intorno a me e che mi fa sorgere la domanda: come è possibile che abbiamo lo stesso sangue e reagiamo in modi così diversi? Inoltre, a rischio di sembrare megalomane e leggermente schizofrenico, volevo affrontare i diversi aspetti del mio carattere a diverse età: da piccolo, da adolescente, da giovane adulto, ecc. Ad esempio, la malizia e l’irascibilità di fronte a ogni minima cosa dei ragazzi che si credono già adulti, o i loro atteggiamenti burberi e spavaldi. Ovviamente, ho esagerato tutte queste caratteristiche. Il fratello maggiore, Abel (interpretato da Dali Benssalah), ha tante certezze, ma ha anche un lato vulnerabile, sensibile e affettuoso (…)”.

(www.cineblog.it)