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UTAMA - Le terre dimenticate

Regia: Alejandro Loayza Grisi

INTERPRETI: José Calcina, Luisa Quispe, Candelaria Quispe, Placide Ali, Félix Ticona, Santos Choque, René Calcina, René Pérez, Jorge Yucra Nogales, Juan Carlos Calcina

SCENEGGIATURA: Alejandro Loayza Grisi

FOTOGRAFIA: Barbara Alvarez

MONTAGGIO: Fernando Epstein

DISTRIBUZIONE: Officine UBU

NAZIONALITÀ: Bolivia, Uruguay, Francia, 2022

DURATA: 87 min.

 

Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival 2022

PRESENTAZIONE E CRITICA

La storia raccontata in UTAMA - LE TERRE DIMENTICATE è una di quelle che non si vedono mai sullo schermo di un cinema. Di cui non si legge sui giornali ma tutt'al più può capitare di vedere in tv in qualche documentario etnografico. Il popolo andino che prende il nome dall'antichissima lingua Quechua che risale all'impero Inca, vive, o per meglio dire sopravvive, sugli altipiani di Perù, Bolivia ed Ecuador. Considerati nel migliore dei casi per il loro modo di vestire e il loro aspetto come pittoreschi come relitti del passato, gli indigeni di queste zone hanno dovuto spesso subire la repressione della cultura ufficiale, quella “moderna”, che pretende di cancellare anche la loro lingua. Ma sono ancora lì, allevatori di lama, radicati su una terra brulla una volta sorvolata dai giganteschi condor, anch'essi in via di estinzione, tenacemente attaccati ai loro riti e alle antiche tradizioni. I loro figli e nipoti hanno preso spesso la via della città, dove gli anziani non vogliono andare. Perché se è difficile sradicare una persona di età avanzata dal luogo in cui ha sempre vissuto e di cui conosce ogni anfratto e ogni segreto, lo è ancora di più in questi casi, dove la "scelta" è quella tra assimilazione e cancellazione della propria lingua e cultura o morire lavorando e faticando, lì dove sono nati i propri figli, la modernità non è mai arrivata e il cambiamento climatico si sente con più drammatica evidenza che altrove.

Alla sua opera prima di finzione dopo aver lavorato nel campo della fotografia e del documentario, il boliviano Alejandro Loayza Grisi ci porta nella casa di un'anziana coppia, Virginio e Sisa, molto legata, la cui vita è resa ancora più difficile da una prolungata siccità. Lui rifiuta testardamente la realtà: la pioggia tornerà, è sempre successo, basterà salire sulla montagna con gli altri abitanti del villaggio e offrire in sacrificio un lama, compiere un rituale che si fa dalla notte dei tempi per riavere l'acqua che permetta di abbeverare gli animali e gli esseri umani. Col presentimento della propria morte, Virginio rifiuta ostinatamente l'intervento del nipote Clever, che viene dalla città nella speranza di sottrarre gli amati nonni a un destino inevitabile. Il vecchio, che ha da tempo rotto i rapporti col figlio, non ne vuol sapere: sa di essere malato e che il volo del condor (un animale che in fin di vita compie una specie di suicidio, gettandosi dalla montagna con le ali chiuse) gli preannuncia la fine. Ma vuole morire dove ha sempre raccolto le pietre per la moglie, insieme alla donna con cui ha passato la vita e che cerca a modo suo di convincerlo.

Pieni di luce abbacinante e di silenzi naturali, dimenticati dal nostro mondo, i paesaggi di Utama (la nostra casa in lingua quechua) fanno da cornice a una tenera storia d'amore e al tempo stesso denunciano con la forza delle immagini lo stato in cui abbiamo ridotto il pianeta, la sorte che tocca a molti suoi abitanti e che finirà per riguardare anche noi, anche se ci sembrano storie estreme e remote, se non porremo riparo allo sfruttamento sconsiderato delle risorse del pianeta. È un film che fa riflettere UTAMA. Fa pensare alle culture, alle lingue e ai mondi che stanno scomparendo anche per colpa nostra, per un benessere materiale e tecnologico per il mondo occidentale divenuto imprescindibile e a cui, come a un vorace Moloch, abbiamo sacrificato tutto. Alle cose e ai legami semplici, ai popoli che tentano di sopravvivere tenacemente attaccati alla terra su cui sono nati e cresciuti, una terra sempre più arida e avara, su cui il cielo si rifiuta di versare le sue lacrime. Non è un caso se tra i numerosi riconoscimenti che il film ha vinto in giro per il mondo, partendo dal Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, molti siano stati quelli del pubblico. Perché è impossibile restare indifferenti alla forza di questo racconto per immagini e sentimenti, interpretato con estrema bravura da una vera coppia quechua, il cui reale attaccamento rende il messaggio del film ancora più commovente e forte.

(www.comingsoon.it)

Si vede quanto Alejandro Loayza Grisi, prima di debuttare alla regia di un film, abbia affinato l'occhio grazie ai documentari e, soprattutto, alla fotografia. Il suo sguardo, infatti, in una staticità che sfrutta la costanza per muoversi in avanti, racchiude il senso di un film che va elaborato e compreso un poco alla volta, dimenticandosi per un attimo dell'orologio. Ma non perché l'opera duri chissà quanto (appena 87 minuti), piuttosto perché UTAMA-LE TERRE DIMENTICATE, è un film che fa del silenzio il protagonista principale. Un silenzio potente che si allarga verso i confini smisurati della Bolivia, consumata e inaridita da una crisi climatica che si fa sempre più feroce.

Tra maestosità visiva e un approccio politico all'emergenza (non basta più parlare di messaggi ecologisti), iniziamo questa nostra recensione di UTAMA rimarcando proprio la necessità all'azione e al pensiero concreto che dovrebbero affrontare di petto un allarme che non può più essere rimandato. Il cinema - e l'arte in generale - può essere un ulteriore viatico, e allora Alejandro Loayza Grisi con la sua opera (scelta per rappresentare la Bolivia agli Oscar del 2023, nonché vincitrice del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival) ci spiega quanto il cambiamento climatico stia costringendo le comunità a cambiare radicalmente il loro stile di vita. (…)

(…) Se girare UTAMA è stata una vera sfida cinematografica (lavorare a 4.200 metri sul livello del mare non è propriamente come girare in un teatro di posa), la costruzione filmica che ha voluto mettere in scena in regista si basa essenzialmente su due elementi: la fotografia e il suono. La macchina da presa segue i movimenti della luce, dettati dallo splendido lavoro di Bárbara Álvarez, andando ad immergersi nel suono di Federico Moreira, capace di carpire l'ineluttabilità della natura stessa. Se l'ispirazione per la sceneggiatura è arrivata dai numerosi viaggi del regista in Bolivia, è stata la necessità di raccontare una storia a smuovere la macchina produttiva: quello che vediamo in UTAMA non potremmo vederlo in nessun notiziario o in nessun documentario.

ll cinema, e il suo senso forse più ancestrale, rendono il valore del racconto un punto nevralgico da cui partire per spiegare quanto problemi apparentemente lontani sono, invece, drammaticamente vicini: migrazioni forzate, tradizioni distrutte, la perdita della propria identità. Allora, seguendo i silenzi e la giusta pazienza di visione (insomma, non è un film facilissimo e, a tratti, risulta alquanto estremo), UTAMA regala inquadrature di accecante bellezza, senza però perdere mai di vista la realtà dei personaggi, attanagliati dai demoni di un profondo cambiamento che non è più possibile ignorare. Del resto, la parola "utama", in lingua quechua vuol dire "la nostra casa".

(www.movieplayer.it)