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West side story

Regia: Steven Spielberg

INTEPRETI: Ansel Elgort, Rachel Zegler, Maddie Ziegler, Rita Moreno, Ariana DeBose, Corey Stoll, Brian d'Arcy James, Ana Isabelle, Reginald L. Barnes, Mike Faist, David Alvarez, Jamila Velazquez, Sean Jones, Patrick Higgins, Ben Cook, Ricardo Zayas

SCENEGGIATURA: Tony Kushner

FOTOGRAFIA: Janusz Kaminski

MONTAGGIO: Sarah Broshar, Michael Kahn  

DISTRIBUZIONE: The Walt Disney Company Italia

PAESE: USA

DURATA: 156 min.

WEST SIDE STORY, il film di Steven Spielberg, è la nuova versione del classico musical del 1957 con le musiche di Leonard Bernstein, libretto di Arthur Laurents e parole di Stephen Sondheim, che nel 1961 dette origine al film di Robert Wise e Jerome Robbins vincitore di 10 premi Oscar. La storia, immortale, è quella di Romeo e Giulietta di Shakespeare, ambientata in una moderna metropoli divisa da razzismo e pregiudizi. Due gang, i giovani immigrati portoricani Sharks, capeggiati da Bernardo, e gli americani bianchi Jets, con a capo Riff lottano per il controllo del territorio del West Side newyorkese e si scontrano ripetutamente per le strade. Durante un ballo a cui partecipano entrambe le fazioni, Maria sorella di Bernardo, e Tony, un bravo ragazzo ex membro dei Jets, si innamorano a prima vista. La loro storia, appena iniziata verrà infranta dal clima d'odio che divora le due comunità, fino ad un tragico finale di sangue, morte e dolore, che darà ai superstiti la consapevolezza dell'assurdità delle loro divisioni.

 C'è stato un momento, tanti anni fa, in cui Steven Spielberg si trovò a valutare se accettare o meno l'offerta di dirigere un film di Harry Potter. Sul perché alla fine, dopo qualche mese di lavoro, Spielberg rifiutò il progetto ci sono molte ipotesi e teorie: ma le dichiarazioni ufficiali del regista parlano, parafrasando, di un film il cui successo era già tanto scontato in partenza da non rappresentare per lui alcuna sfida. Chiunque conosca il cinema dell'americano, sa quali vertiginosi successi artistici e di pubblico un film di Potter realizzato da lui avrebbe potuto ottenere. Al contrario, realizzare e vendere oggi un musical, e un musical lontanissimo dai postmodernismi di Baz Luhrmann, anzi ultra classico come WEST SIDE STORY, era qualcosa di meno scontato. Anche perché i musical mica son roba per tutti. Anche perché il romanticismo sfrenato di quella storia lì, ispirata al Romeo e Giulietta di Shakespeare, infarcito di canti e balli, mica va giù a tutti. Allora ecco che WEST SIDE STORY è, ce ne fosse stato il bisogno, il film che conferma come Steven Spielberg potrebbe vendere ghiaccio agli eschimesi, se quel ghiaccio fosse cinema. ll cinema. Quella cosa di cui si parla tanto, e che oggi è sempre più rara, e che è fatto di immagini in movimento, sì, ma anche di sguardo, idee, montaggio, costruzione, capacità di diventare qualcosa di più, di travalicare i confini dell'immagine e farsi fantasmagoria. Quella cosa che Spielberg padroneggia alla perfezione. Come spesso accade, bastano un paio di inquadrature, qualche stacco di montaggio, una manciata di movimenti di macchina per capire che quella cosa lì che si dipana davanti ai nostri occhi e sullo schermo ha qualcosa di speciale, di magico, di fantasmagorico. Che è il cinema quello vero. Quella cosa di cui Spielberg è maestro.

 È la prima volta che Spielberg gira un musical, ma alla fine dei conti non è proprio così.
Certo, ci sono le canzoni e le musiche e le coreografie, e mica sono canzoni e musiche e coreografie qualunque, ma quelle firmate da Stephen Sondheim, Leonard Bernstein, Jerome Robbins, che il regista e i suoi collaboratori ripropongono con enorme rispetto, pochi cambiamenti, un adattamento fedele e personale al tempo stesso: inutile qui stare a fare la filologia, perché in fin dei conti non è questo quello che conta, come non conta la “politica” di questa storia, e di come è stata aggiustata ai tempi woke che viviamo. Ci sono le canzoni e le musiche e le coreografie, dicevamo, ma in fin dei conti il modo di muovere la macchina da presa attorno e dentro i balletti, vicino ai personaggi, per le strade e per i vicoli di una New York fatta perlopiù di macerie, barriere e ostacoli, è in fin dei conti quello che conosciamo e ci aspettiamo da uno come Spielberg. Da uno che con il movimento delle immagini e dei personaggi ha sempre creato una musica, una danza. Musical. Cinema.

 (www.comingsoon.it)

 

(…) Vi è spesso nei musical, anche in quelli più riusciti, uno scarto tra il momento in cui i personaggi danzano e quello in cui agiscono, una frattura che solo la musica sa tenere assieme, mentre alla visione essi appaiono distinti, inconciliabili. In WEST SIDE STORY la regia di Spielberg raggiunge una precisione straordinaria nel far scaturire la danza dal corpo stesso dell’immagine, al punto che non vi è più distanza tra storia e movimento e l’uno è semplicemente la naturale prosecuzione dell’altra. Una contiguità che riconosciamo immediatamente nella corsa dei portoricani a inizio film, nello scontro all’aperto con i Jets, nel gesto che avvinghia un ragazzo mentre scavalca la recinzione e lo fa piroettare nell’aria. O ancora nella bellissima scena del risveglio di Maria dopo il furtivo incontro con Tony, un piano sequenza – l’ennesimo – in cui la macchina da presa duetta con Rachel Zagler, dapprima conducendo le danze e in seconda battuta lasciandosi condurre in un continuo scambio di ruoli che ripete la struttura di un passo-a-due. (…) E quando nell’ultimo atto si ispessiscono le ombre morali dei personaggi e si allungano quelle fisiche – splendidamente disegnate dalla luce di Janusz Kaminski, che nell’intreccio di macchie scure prodotte dall’incedere delle bande rivali al magazzino ci regala una delle immagini memorabili di quest’anno – avvertiamo distintamente l’impressione di una fine, come se innanzi ai nostri occhi non fossero i personaggi a congedarsi, ma tutto un modo di intendere e pensare il cinema. In un film che è anche studio sulle possibilità di rilancio di una tradizione e in cui il dialogo col capostipite passa dall'ampliamento di alcune intuizioni del testo originale alla presenza di Rita Moreno – là Anita, qui il corrispettivo di Doc – Spielberg inscena una indimenticabile elegia della settima arte come motore estetico della vita. Situato alla convergenza delle due anime del regista WEST SIDE STORY  è opera di puro piacere cinematografico, una di quelle occasioni artistiche che ci esaltano e commuovono a un tempo e hanno altresì quel vigore e quella grazia necessarie per impadronirsi di un angolo della nostra immaginazione senza più lasciarlo.

(www.ondacinema.it)

 

(…) Da diversi decenni Steven Spielberg ha reso chiaro il suo desiderio di realizzare un vero e proprio musical, comunicandolo esplicitamente soprattutto con apposite sequenze in film come 1941 - Allarme a Hollywood e Indiana Jones e il tempio maledetto. Ed era destino che il suo percorso lo portasse a uno dei classici del teatro statunitense, andato in scena per la prima volta nell'autunno del 1957, quando il cineasta aveva dieci anni. Un classico che è anche un ritratto della New York dell'epoca, che Spielberg e lo sceneggiatore Tony Kushner evocano con una certa ironia nella sequenza d'apertura, alludendo alla futura costruzione del Lincoln Center, uno dei principali luoghi di cultura della Grande Mela. Un'allusione puramente visiva, con un approccio che ricorda in parte i titoli di testa di Angels in America, la miniserie che portò sullo schermo il più noto testo teatrale di Kushner.

E proprio l'apparato visivo è ciò che maggiormente distingue l'operato di Spielberg dal West Side Story del 1961, dove il regista Robert Wise affiancò il coreografo originale Jerome Robbins per ricreare il più fedelmente possibile l'estetica di Broadway sullo schermo. Nella nuova versione, che aderisce maggiormente al testo, il lavoro di Justin Peck - uno dei più noti coreografi di oggi - si rifà a quello di Robbins solo per alcune, strategiche inquadrature, proponendo per lo più nuove composizioni visive per i vari numeri canori. Numeri che, complice la fotografia caldissima di Janusz Kaminski e la consulenza di John Williams per le musiche, danno a questo revival - termine che non usiamo a sproposito, trattandosi di quello adoperato in ambito teatrale per le nuove rappresentazioni di classici affermati - una vitalità tutta sua, un'energia libera e travolgente, dove tutto è messo in scena con la passione di chi non può fare a meno di inseguire i propri sogni, che si tratti dei personaggi o del regista.

È un film d'epoca ma non nostalgico, che aggiorna laddove necessario. Persino il ritorno in scena di Rita Moreno, che ai tempi vinse l'Oscar per il ruolo di Anita, va oltre l'ammiccamento per regalarci un personaggio nuovo, anima dolente che cerca di spingere le nuove generazioni verso un futuro più luminoso. E la luce principale è la nuova Maria, la scoperta Rachel Zegler, che dopo aver interpretato il ruolo a teatro esordisce sul grande schermo con una spontaneità che rende perfettamente accessibile ogni sfumatura della sua performance anche qualora i dialoghi non fossero di immediata fruizione (per volere di Spielberg, le battute in spagnolo - che rimangono tali anche nei doppiaggi internazionali - non sono mai sottotitolate). Una piccola grande rivelazione, volto di un giovane cast che, a differenza del conflitto tra Jets e Sharks, ha tutte le carte in regola per andare incontro a un avvenire molto positivo.

(www.movieplayer.it)