A cena con il dittatore

Manuel Gómez Pereira

Image
A Cena con il Dittatore, film diretto da Manuel Gómez Pereira, è ambientato nella Spagna del 1939, a due settimane dalla fine della Guerra Civile. Francisco Franco ordina una cena celebrativa al lussuoso Hotel Palace di Madrid, simbolo della vittoria del nuovo regime. L’organizzazione dell’evento viene affidata al giovane tenente Santiago Medina e al rigoroso maître dell’hotel, Genaro Palazón. Il principale ostacolo è la mancanza di cuochi affidabili. I migliori sono repubblicani incarcerati e destinati alla fucilazione. Per garantire un banchetto impeccabile, Genaro ottiene la liberazione temporanea di alcuni prigionieri di sinistra con competenze culinarie. Tra loro, l’infermiera María (Nora Hernández) che riesce a far inserire anche il compagno Ángel, presentato come sommelier.
DATI TECNICI
Regia
Manuel Gómez Pereira
Interpreti
Mario Casas, Alberto San Juan, Asier Etxeandia, Nora Hernández, Oscar Lasarte, Martín Páez, Elvira Mínguez, Toni Agustí, Eleazar Ortiz, Carlos Serrano, Carmen Balagué, Antonio Resines, Sofía Kofoed, Xavi Francés, Sergio Caballero
Durata
106 min
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Jose' Luis Alonso De Santos, Yolanda García Serrano, Manuel Gómez Pereira, Joaquín Oristrell
Fotografia
Aitor Mantxola
Montaggio
Vanessa Marimbert
Musiche
Anne-Sophie Versnaeyen
Distribuzione
Officine UBU
Nazionalità
Spagna, Francia
Anno
2025

Presentazione e critica

Madrid, 1939. Sono trascorse appena due settimane dalla fine della Guerra Civile e il generale Franco ordina di organizzare una cena celebrativa presso l’ex lussuoso Hotel Palace, ora in funzione come ospedale di fortuna. Il giovane tenente Santiago Medina e il meticoloso maître dell’albergo Genaro Palazon sono i responsabili dell’evento, ma il tempo è poco e i preparativi molti e davvero complessi. Tanto per cominciare l’intera brigata di cucina si trova in carcere perché tutti “rossi” e repubblicani. Trovare in giornata altri chef a piede libero? Impossibile, dato che “tutti i migliori chef di Madrid sono di sinistra”. Medina e Genaro ottengono il temporaneo rilascio della brigata proprio qualche istante prima della fucilazione; i patti sono chiari, un giorno di libertà per preparare un banchetto da Re. I preparativi sembrano procedere senza intoppi, ma i cuochi vogliono approfittare dell’occasione per salvarsi la pelle e ideare un rischioso piano di fuga. A cena con il dittatore di Manuel Gómez Pereira prende a piene mani dalla tradizionale commedia grottesca spagnola, da quell’humor negro che ha caratterizzato i primissimi film spagnoli di Marco Ferreri, in stretta collaborazione con lo sceneggiatore Rafael Azcona, a sua volta collaboratore di Luis García Berlanga. Si ride dei potenti e si ride dei poveracci, senza esclusione di colpi, in un clima frizzante che alleggerisce il tragico contesto socio-politico. La confezione estetica e la gestione degli spazi, al contrario, ricorda a tratti il raffinato cinema classico hollywoodiano alla Lubitsch e in alcuni momenti quella commedia all’italiana del secondo dopoguerra in cui i protagonisti cercavano di cavarsela nelle situazioni più spinose e delicate. Tratto dalla commedia teatrale La cena de los generales di José Luis Alonso de Santos (adattata dal regista con Joaquín Oristrell e Yolanda García Serrano), il film non si fa problemi a mettere in ridicolo l’uomo in divisa e ciò che rappresenta, ma al contempo non si fa nessuno scrupolo a mostrare un fascista che uccide a sangue freddo chi gli si mette contro. In un momento storico segnato da guerra, fame e povertà, Franco impone l’organizzazione di una grande cena in quello che, di fatto, era diventato un ospedale. Mentre fuori dalle mura dell’albergo si muore di fame, per il banchetto compare magicamente un camion colmo di prelibatezze, tra cui prosciutti, polli, carne di vitello e addirittura gli introvabili frutti di mare. La cena assume così un forte valore politico, un atto di violenta oppressione e smisurata arroganza. La lotta della brigata di cucina, di conseguenza, diventa resistenza partigiana. Un conflitto che si allarga nei confronti degli acerrimi nemici e fedelissimi del caudillo; i camerieri di sala. A cena con il dittatore è una commedia piacevole scritta con intelligenza e messa in scena con misura, capace di muoversi con disinvoltura tra registro satirico e tensione drammatica. Il film perde di ritmo e tensione nell’ultimo atto, proprio quando la vicenda dovrebbe ingranare la marcia trasformando la cena in una sorta di Fuga per la vittoria a tavola. Tuttavia, il film esprime il meglio di sé nella dimensione politica, il confronto tra la Spagna franchista e quella contemporanea viene condotto con grande puntualità, senza appesantire il discorso e insistere più del dovuto nella caricatura. La Storia del paese come specchio deformante del presente, e non nostalgia. “Nella Spagna di Franco non c’è spazio per quelli come me”, dice sconsolato uno dei protagonisti in una battuta che sintetizza alla perfezione il cuore tematico del film.

 

Sentieriselvaggi

(…) È quasi sicuramente una pura coincidenza; il titolo originale di A cena con il dittatore, La cena, è lo stesso di un film di Ettore Scola del 1998 con cui condivide l’unità di luogo, tempo e azione tranne nella parte finale. Anche se il regista Manuel Gómez Pereira non l’ha direttamente citato, elenca comunque alcune figure di riferimento della ‘commedia all’italiana’ soffermandosi, tra gli altri, su due attori e un regista. I primi due sono protagonisti di una celebre commedia antibellica come La grande guerra, il cineasta ha diretto invece Una vita difficile (sempre con Sordi protagonista) dove l’affresco storico della parte iniziale potrebbe aver rappresentato più di uno spunto. Al tempo stesso A cena con il dittatore guarda all’eleganza della commedia classica statunitense, in particolare il ‘cinema d’interni’ di Lubitsch e soprattutto a Vogliamo vivere!, da cui sembra riprendere la rappresentazione tragica in chiave di commedia. Nel film ci sono infatti delle scene forti come quella in cui sta per avvenire la fucilazione o quella in cui il falangista Alonso spara in testa a un cuoco perché si rifiutava di servire Franco ad altri momenti invece più divertenti. (…)

Mymovies

La fame, nei regimi, resta quasi sempre fuori campo. Il potere preferisce la tovaglia, l’argenteria, la messa in scena dell’ordine; ha bisogno di superfici lisce, di porcellane intatte, di una liturgia che trasformi la violenza in protocollo. A cena con il dittatore parte da questa intuizione crudele e quasi perfetta: nella Spagna del 1939, appena due settimane dopo la fine della guerra civile, mentre il paese è ancora un corpo esausto, sporco di macerie e di rappresaglie, Franco ordina una cena celebrativa all’Hotel Palace di Madrid. Già questo basterebbe a definire il film: un banchetto dentro la penuria, la coreografia della vittoria apparecchiata sopra il lutto, la tavola come prolungamento del comando.

(…) La cosa più riuscita di A cena con il dittatore è forse proprio questa: non trasformare i personaggi in puri ingranaggi comici. Gómez Pereira, regista che viene da un cinema brillante, di dialoghi rapidi, di geometrie sentimentali e nervose, ritrova qui il piacere del meccanismo ma lo sporca con la Storia, con la fame, con la paura che continua ad abitare i corridoi anche quando le uniformi pretendono di avere già vinto tutto. Il suo cinema degli anni Novanta, da Boca a boca a L’amore nuoce gravemente alla salute, riaffiora nella precisione dell’intreccio, nei tempi della battuta, nell’arte di far collidere i corpi dentro uno spazio chiuso; solo che stavolta il materiale è più cupo, e la commedia viene obbligata a camminare sopra un terreno che non smette mai di restituire cenere. Per questo il film non cerca la risata fragorosa, ma un sorriso teso, intermittente, spesso amarissimo: non la gag che cancella, piuttosto quella che scopre, che incrina, che lascia intravedere il dolore proprio mentre lo devia. Il dittatore, in fondo, resta il convitato necessario e insieme il grande buco nero della messa in scena. Mangia poco, domina molto: questa sproporzione, che il film coglie con lucidità, è la chiave di quasi tutto. Il corpo del tiranno appare più piccolo della violenza che amministra, più mediocre dell’apparato che lo circonda, e proprio da questo scarto prende forma il comico. (…) A sorreggere questa tenuta c’è anche un lavoro di spazio e di luce tutt’altro che secondario. Con il passare delle ore, il banchetto assume sempre più il ritmo di una bomba a orologeria, e l’Hotel Palace si fa piccolo mondo del dopoguerra, vero ingranaggio drammatico in cui la luce modula senza tregua paura, gioia forzata, violenza e attesa. L’hotel non è soltanto il contenitore dell’azione, ma il suo centro nervoso: luogo di rappresentanza e di rovina, di passaggi servili e d’improvvise aperture, spazio che esige di essere rianimato proprio mentre porta ancora addosso il trauma del conflitto. Tutto resta in bilico: la festa e il funerale, il servizio e la ribellione, l’obbedienza e il desiderio di scomparire prima che sia troppo tardi. Si potrebbe definire il film una farsa d’epoca, una parabola di guerra, un racconto di sopravvivenza. Tutte formule utili, ma nessuna del tutto sufficiente. Perché il punto più interessante non sta soltanto nella bravura con cui Gómez Pereira tiene insieme i registri, né nell’efficacia degli attori, tutti chiamati a lavorare in una zona di precisione senza esibizione. Sta nel fatto che il film comprende una verità essenziale: i regimi vogliono essere presi sul serio, e proprio per questo la commedia può diventare una delle loro più precise forme di svelamento. Mostrare un dittatore che pretende il cerimoniale mentre il mondo attorno è fame, polvere e umiliazione significa già restituire il potere alla sua natura di teatro feroce, di macchina ridicola e mortale insieme. Alla fine, ciò che resta addosso non è tanto la brillantezza del congegno, che pure c’è, quanto il suo retrogusto. Un banchetto preparato da affamati, una vittoria servita in tavola come se fosse normalità, una cucina che diventa insieme luogo di costrizione e laboratorio di fuga: A cena con il dittatore trova qui la sua verità più amara e più lucida. E proprio mentre sorride, il film continua a far sentire il rumore di fondo della Storia, il cigolio sinistro di un paese che prova a rimettersi in piedi sotto il peso di un ordine già marcio. È in quella frizione, fra argenteria e miseria, fra galateo e terrore, fra il riso e la fame, che la commedia smette di essere ornamento e torna a essere, semplicemente, una forma d’intelligenza. E proprio nel suo ultimo scarto il film suggerisce che quel banchetto non appartiene a un solo regime, ma a una più vasta e feroce grammatica del potere europeo del Novecento.

 

Quinlan