…che Dio perdona a tutti

Pif

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Sicilia, oggi. Arturo è un agente immobiliare quasi infallibile nel suo lavoro, molto meno nella vita sentimentale. Vive da solo, è piuttosto sfiduciato e coltiva un’unica, incrollabile passione: i dolci. La sua vita si illumina quando incontra quella che è, senza dubbio, la sua anima gemella. Flora è perfetta: bella, divertente, gentile, brillante… ed è pure pasticciera. Tra loro nasce un amore immediato e travolgente. A dividerli, però, c’è una presenza invisibile ma potentissima: Dio. Flora è una cattolica fervente, mentre Arturo ha smesso di credere da bambino. Pur di non perdere la donna della sua vita, sceglie di fingersi credente e intraprende un percorso sentimentale e spirituale che lo porterà a confrontarsi con la fede e con la verità. Questa volta, però, non è solo: ad accompagnarlo c’è un complice davvero inatteso, il Papa.
DATI TECNICI
Regia
Pif
Interpreti
Pif, Giusy Buscemi, Francesco Scianna, Carlos Hipólito, Maurizio Marchetti, Domenico Centamore
Durata
113 min.
Genere
Commedia
Sceneggiatura
Pif, Michele Astori
Fotografia
Guido Michelotti
Montaggio
Giogiò Franchini
Distribuzione
PiperFilm
Nazionalità
Italia
Anno
2026

Presentazione e critica

Affettuosamente ironico e satirico, ma niente affatto irriverente o blasfemo nei confronti della religione e della Chiesa cattolica. Anzi c’è da scommettere che a papa Francesco il film di Pif sarebbe piaciuto e non solo perché la figura del pontefice, terzo protagonista della vicenda, è un esplicito ed amorevole omaggio a papa Bergoglio. Come di consueto, fedele al proprio inconfondibile stile e alle tradizionali modalità di recitazione, Pif ha realizzato una commedia spiazzante, insolita ed originale, benché eccessivamente scontata nell’happy end conclusivo. Questa volta Pif si è calato nel ruolo di Arturo, agente immobiliare palermitano, appassionato di dolci, consumati abbondantemente come surrogato alla mancanza di affettività e preferiti perfino ai piaceri del sesso. Finché l’imprevisto incontro con Flora, pasticcera di talento ed erede di una gloriosa tradizione familiare nel settore, rivoluziona le priorità dei desideri di Arturo. Insomma, facilitato dalle comuni passioni dolciarie, l’amore esplode improvviso e reciproco: l’unico problema è che

Flora è una cattolica osservante, credente e praticante e così, per non deluderla, Arturo, sinceramente agnostico, al punto di chiedersi “se la storia dell’esistenza di Dio non sia una gran minchiata”, finge di possedere anch’egli la fede. Quando, inevitabilmente, la sua recita viene scoperta, Arturo viene abbandonato e, per riconquistare Flora, non gli resta che vivere e mettere in pratica i precetti e i comandamenti evangelici, trasformandosi in un fondamentalista, che sorprende e sconcerta la stessa Flora. Immerso in un’atmosfera paradossale e surreale, sarà l’intervento del papa, qualcosa di più di una semplice apparizione frutto di una crisi glicemica, a risolvere questioni e dilemmi. Il tutto concluso, oltre i titoli di coda, da una sorpresona finale, dove la realtà supera la fantasia.

Tratto dall’omonimo romanzo di Pif, sceneggiato dall’autore insieme e Michele Astori, …che Dio perdona a tutti non risparmia qualche velenosa annotazione sulla società siciliana, ma soprattutto riflette, con leggerezza e una sottile linea provocatoria, sul tema della coerenza e sulle difficoltà di applicazione del vangelo ai nostri giorni. Lo fa mescolando cassate e messe, cannoli e vie crucis, e tuttavia, nonostante il dichiarato amore per la ricotta, più che tracce e rimandi pasoliniani, dal film di Pif emerge una celebrazione dolciaria che fa pensare al cinema di Ozpetek.

 

Cinecriticaweb

Nel cinema di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, l’ironia porta spesso con sé una ferita di ordine morale, come se la battuta, prima ancora di cercare l’effetto, avesse il compito di scoprire una crepa, di mettere a nudo una zona d’imbarazzo collettivo, un piccolo inciampo della coscienza civile o sentimentale. …che Dio perdona a tutti s’iscrive dentro questa linea con una leggerezza solo apparente, perché l’involucro da commedia popolare, fragrante di lessico siciliano, di devozione domestica, di pasticceria e catechismo, custodisce in realtà un oggetto più instabile e più sottile: un film sul rapporto fra fede e recita, fra desiderio e impostura, fra appartenenza culturale e verità vissuta. Pif riparte dalla Sicilia, da uno spazio simbolico dove il sacro continua a impastarsi con il teatro sociale, con la festa e con il lutto, con il cibo e con la memoria orale, secondo quella maniera tutta isolana di far convivere sensualità e devozione nel gesto, nella tavola, nello sguardo. E proprio dentro questo paesaggio, saturo d’immagini e di residui rituali, costruisce una parabola che preferisce il tono lieve alla dichiarazione frontale e che, per questa via obliqua, arriva a toccare un punto delicato: il momento in cui la fede, smettendo di essere semplice linguaggio d’ambiente, torna a chiedere conseguenze. L’infanzia di Arturo, collocata nell’estate del 1982, fornisce al film un’origine insieme buffa e decisiva. Il bambino che affida alla preghiera l’esito di Italia-Brasile lega l’idea di Dio a una domanda elementare, quasi contrattuale, ancora del tutto interna alla logica infantile del premio e della giustizia. Il trauma arriva quando la preghiera sembra funzionare e, proprio per questo, spalanca il dubbio: perché la sua richiesta dovrebbe valere più di quella di un altro bambino, sincero, fervoroso, convinto di meritare un segno? In quel cortocircuito fra innocenza e arbitrio Pif colloca una piccola scena teorica, perché la crisi della fede si manifesta subito come impasse interpretativa, come impossibilità di attribuire un senso pacificato all’idea di grazia. Arturo esce da quell’episodio con una fede incrinata e con una nuova forma di assoluto a disposizione: i dolci. La cassata, il cannolo, l’iris, lo sciù diventano così il vocabolario alternativo di una trascendenza tangibile, un sistema di consolazioni carnali capace di sostituire il cielo con la ricotta, la promessa con il gusto, l’astrazione con la materia.

Il film trova qui uno dei suoi nuclei più fertili: il dolce come oggetto teologico rovesciato. Pif lo filma, lo illumina, lo accarezza con la macchina da presa come se ciascun vassoio custodisse una piccola epifania terrestre. Quei corpi zuccherini, barocchi, lucidi, lavorati con una cura quasi liturgica, raccolgono in sé desiderio, memoria, compensazione, perfino una tenue ma evidente carica erotica. In un autore meno consapevole il motivo gastronomico rischierebbe la scorciatoia folklorica; qui diventa invece un sistema figurativo coerente, una grammatica del piacere che regge anche il discorso sul personaggio. (…)

 

 

 

Quinlan