Andrea de Sica

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Classificazione
Presentazione e critica
Inizio anni Sessanta. Il marchese Lelio vive con la moglie in una lussuosa villa su un’isola di sua proprietà. È spesso frequentata da gruppi di amici e vengono organizzati dei party. In uno di questi conosce Elena, moglie di uno degli invitati. Tra loro scatta subito il colpo di fulmine. La passione è travolgente. Si sposano e all’inizio sono felicissimi. Fanno sesso facendosi guardare dagli altri e creano giochi erotici che coinvolgono altre persone che vengono filmati dal marchese. Poi di colpo tutto finisce. Il gioco si trasforma in ossessione. Il marchese è sempre più geloso e manipolatore e pensa di controllare e decidere non solo sulla vita della moglie ma anche su quella di due fidati domestici. Elena non è più felice, non si alza dal letto neanche per mangiare fino a quando si riprende e ritrova la voglia di vivere. Ma non più con suo marito. Il mare in tempesta. Il cielo. Un luogo isolato. Ci sono già tutti gli elementi per fare di Gli occhi degli altri un torbido melodramma che s’incrocia con le forme di un thriller che richiama l’anima elegante e decadente del cinema di François Ozon. Dialoga infatti con il cinema del regista francese per il modo in cui ricrea un’ambientazione che è più incantata che realistica, filma lo splendore e l’illusoria armonia non solo dei luoghi ma anche dei corpi, guarda a un universo che appare incontaminato ed esplora le molteplici forme del desiderio e dell’ossessione con rimandi hitchcockiani. Proprio già dal titolo emerge dichiaratamente il voyerismo del maestro del brivido. Ma i protagonisti di Gli occhi degli altri non vengono spiati e pedinati. Sono invece proprio loro che cercano lo sguardo degli altri, che amano farsi vedere, scoprire, già dal momento in cui il marchese Lelio ed Elena vengono scoperti da un dipendente della villa. La loro immagine diventa anche speculare, riflessa, come il filmino del matrimonio, determinante nella sequenza della festa in maschera di Capodanno nella parte finale dove nel contatto, anzi nello scontro della proiezione sul corpo di Elena ci sono anche gli echi del cinema di Ferreri di Dillinger. Ma ancora Hitchcock ritorna nella dimensione claustrofobica dello spazio. L’isola diventa inaccessibile – evidente anche nella scena in cui Lelio spara a un gruppo di turisti che si erano avvicinati, altro potente spaccato delle abitudini, i vizi di una classe sociale sempre al di sopra della legge – e si trasforma per Elena in una specie di prigione proprio come il castello di Manderley per il personaggio della seconda signora de Winter interpretata da Joan Fontaine in Rebecca. La prima moglie.
Sotto questo aspetto Andrea De Sica conferma una grande capacità di muoversi degli spazi chiusi, inaccessibili, al pari del collegio del suo primo lungometraggio, I figli della notte. Ma con in più l’illusione della fuga. Il mare in lontananza, il rumore del vento, sono anche le deviazioni possibili di un cinema gotico segnato però non dall’oscurità ma dalla luce persistente della fotografia di Gogò Bianchi. Suddiviso in quattro atti, Gli occhi degli altri è liberamente ispirato alla storia al delitto Casati Stampa avvenuto a Roma il 30 agosto 1970 quando il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino ha ucciso la moglie Anna Fallarino e Massimo Minorenti, giovane amante della donna, prima di suicidarsi. De Sica utilizza però solo la traccia di quell’episodio. Il film è piuttosto una morbosa ballata della morte, la declinazione noir di La voglia matta. Filippo Timi sembra essere uscito da un romanzo dell’Ottocento con il fisico di Laurence Olivier. Jasmine Trinca a sua volta buca lo schermo in ogni sguardo, movimento, gesto. Non è solo un film di notevole intensità emotiva e passionale. Rappresenta piuttosto il passo più convinto che definisce l’identità dello sguardo di De Sica, che poteva anche essere girato da un cineasta nel pieno della carriera e non solo al terzo lungometraggio. In parte è l’opera della maturità, in parte è l’improvviso slancio sul futuro di un cineasta che (ancora) crede in modo convinto alla bellezza e all’ipnosi del cinema.
Il cinema, a volte, si nutre della cronaca più oscura per trasformarla in racconto, rielaborando fatti reali fino a renderli materia filmica stratificata e ambigua. È il caso de Gli occhi degli altri di Andrea De Sica, che prende ispirazione dal celebre Delitto Casati-Stampa – uno degli episodi più morbosi e discussi della storia italiana degli anni ‘70 – trasfigurandolo e spostandolo dalla villa romana dell’originale a un’isola pontina battuta dal vento invernale. Un cambio di coordinate che non è solo geografico ma anche emotivo perché dal caldo decadente dell’estate si passa a un freddo più interiore, quasi anestetizzante. La trama segue Lelio, aristocratico inquieto e smargiasso che ha l’abitudine di invitare nella sua isola privata amici e conoscenti per lunghe vacanze, feste e battute di caccia. Quando tra i suoi invitati conosce Elena, legata sentimentalmente a un suo amico, scatta la scintilla. L’anno successivo, Lelio e Elena stanno insieme, impegnati in una relazione aperta che si nutre di voyeurismo e voglia di controllo. La coppia, infatti, invita giovani uomini del luogo per incontri sessuali con Elena che Lelio osserva e spesso documenta con la sua videocamera, alimentando una spirale di desiderio e dominio. Ma ciò che inizialmente appare come un gioco erotico si trasforma progressivamente in qualcosa di più disturbante, e quando Elena decide di interromperlo, gli eventi andranno inevitabilmente in contro a una tragedia annunciata. Già dal titolo, Gli occhi degli altri mette a fuoco il proprio nucleo tematico: il voyeurismo come pratica e come condanna, il bisogno patologico di osservare, essere visti e giudicati. Lelio non guarda soltanto, ma sembra vivere attraverso lo sguardo della sua videocamera e degli altri, in una continua proiezione di sé che diventa una prigione. De Sica costruisce così un racconto che scava nelle ipocrisie dell’alta borghesia, demolendone il mito attraverso una rappresentazione fatta di vizi, ossessioni e disumanizzazione. Emblematica, in questo senso, la sequenza in cui il marchese spara dal pontile verso i turisti in barca: un gesto assurdo e grottesco che diventa metafora brutale del disprezzo verso il “popolo”, ridotto a bersaglio o a strumento di piacere, come da lì a breve accadrà con gli amanti di sua moglie. Il ritmo è volutamente compassato, uno svolgimento a lenta combustione che permette ai personaggi di emergere ma che rischia, al contempo, di raffreddare il coinvolgimento dello spettatore. L’impianto narrativo richiama certo cinema francese anni ’60, in particolare quello di Claude Chabrol, anche se si notano echi dall’Henri-Georges Clouzot più torbido. Però, nella sua declinazione italiana, De Sica sembra guardare con maggiore insistenza a titoli come Così dolce… così perversa, Orgasmo, Paranoia di Umberto Lenzi o Lo strano vizio della signora Wardh di Sergio Martino, con quella miscela di erotismo, thriller e critica sociale che caratterizzava il nostro cinema di genere tra fine anni ’60 e inizio ’70. Un richiamo che non sembra affatto azzardato considerando l’amore che Andrea De Sica ha manifestato per il cinema di genere già nei suoi due film precedenti. (…) A tenere viva la tensione ci pensa soprattutto Jasmine Trinca, magnetica e sensuale che ricorda nell’aspetto una Florinda Bolkan diretta da Elio Petri. Lei è il vero motore del film, il suo personaggio domina la scena, restituendo complessità e carnalità a una figura che rischiava di rimanere schiacciata dalla scrittura. (…) Visivamente, invece, il film colpisce: la ricostruzione degli ambienti è curata, e spicca in particolare la sequenza della festa di Capodanno a tema spaziale, un tripudio di costumi e suggestioni rétro che richiamano certo immaginario fantascientifico pop anni ’60, quasi fosse un omaggio al cinema di Mario Bava. È uno dei momenti in cui il film si concede finalmente un guizzo estetico più libero e personale. Il finale, cupo e senza sconti, rappresenta forse il momento più riuscito dell’intera opera: una chiusura nerissima che restituisce il senso tragico della vicenda, anche se sarebbe stato interessante anticiparne l’esplosione e mostrarne con maggiore coraggio le conseguenze.
