Grand ciel

Akihiro Hata

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Vincent lavora in un cantiere dove stanno costruendo un quartiere futuristico, "Grand Ciel", un progetto all'avanguardia che si presenta come rivoluzionario, sicuro, ecologicamente responsabile e in grado di offrire tra i 5000 e i 10000 posti di lavoro. È stato assunto da poco, è precario ed è disposto a lavorare anche di notte; cerca infatti di dare una svolta alla sua vita e cerca di guadagnare abbastanza per poter permettersi un appartamento dove andare a vivere con la compagna Nour e Ilyès, il figlio di lei. Un giorno improvvisamente scompare un operaio, Ousmane. Con gli altri compagni di lavoro Vincent si mette alla sua ricerca. Tra loro il più combattivo è soprattutto Saïd che cerca risposte chiare dai vertici dirigenziali. Vincent invece non assume una posizione chiara; non vuole perdere il lavoro e, incoraggiato dalla possibilità di una promozione, ha un comportamento sempre più ambiguo. Nel frattempo, si perdono le tracce di un altro operaio.
DATI TECNICI
Regia
Akihiro Hata
Interpreti
Damien Bonnard, Mouna Soualem, Samir Guesmi, Tudor Istodor, Issaka Sawadogo, Zacharia Mezouar, Sophie Mousel
Durata
91 min.
Sceneggiatura
Akihiro Hata, Jérémie Dubois
Fotografia
David Chizallet
Montaggio
Suzana Pedro
Musiche
Carla Pallone
Distribuzione
No.Mad Entertainment
Nazionalità
Francia, Lussemburgo
Anno
2025

Presentazione e critica

C’è qualcosa, nel cantiere raccontato da Grand Ciel, che mi ha ricordato (in meglio) The Brutalist, o meglio il brutalismo. Tutto quel cemento, quel calcestruzzo, quei luoghi grigi e essenziali, illuminati da neon o strisce led che nella loro fisicità esibita diventano espressione metafisica, e non solo perché il film di Akihiro Hata (regista giapponese formatosi cinematograficamente in Francia) rende quel luogo il teatro di qualcosa di sovrannaturale e spaventoso, come se si fosse dentro un film gotico dove però l’architettura è, appunto, brutalista.
Brutale, sebbene anche elegante, è poi il commento sociale che è implicito a questo film rarefatto e misterioso, tanto nitido nell’immagine e nel contenuto quanto pieno di ombre quando si tratta di personaggi e storia. Il Grand Ciel è il futuristico grattacielo che è il cuore di un nuovo quartiere, uno “smart district” simile a tante analoghe utopie urbane contemporanee, il luogo dove persone come Vincent e gli altri protagonisti del film – gente appartenente alla classe operaia, gente che lavora attraverso agenzie interinali, sottopagata, sfruttata, a volte mobbizzata – sogna di abitare un giorno mentre trascorre le notti a costruirlo. Fuori tutto è rendering, uffici moderni, comunicazione (la stessa comunicazione per cui finirà a lavorare la compagna di Vincent) che promette un futuro migliore per tutti; dentro è fatica, turni, pressioni per lavorare di più e non per forza meglio, incidenti. E poco importa se al livello -6 una qualche misteriosa malattia del cemento spinga a rifare di continuo le solette attorno ai piloni delle fondamenta, se laggiù l’aria e le superfici si riempiono di una polvere misteriosa, e se alcuni operai sembrano svanire letteralmente nel nulla.

Il modo in cui Akihiro Hata racconta questa misteriosa e invisibile (ma non impalbabile) minaccia è efficace, ma ancora di più è quello con cui tratteggia il suo protagonista, e le tensioni che man mano si vengono a creare tra lui e i suoi colleghi di lavoro quando da semplice operaio Vincent viene promosso capo squadra, e inizia a prendere più le parti dei padroni che non quelle dei suoi compagni di lavoro e di classe.
Non è tanto che, come sta scritto nelle note di regia pubblicate sul sito della Biennale (Grand Ciel era nel concorso Orizzonti di Venezia 2025), Vincent abbia paura del declassamento sociale: è più il terrore di non poter più arrivare a quanto tutti e tutto quello che è attorno a lui sembra avergli promesso, e imposto di desiderare. La paura di non potersi più permettere, un giorno, l’appartamento in quel quartiere che lui e gli altri hanno costruito e stanno costruendo. La paura di rinunciare a un sogno indotto da altri.

È ovvio che Grand Ciel parla di tutto ciò di cui troppo poco si parla oggi: di precarietà, di lavoro, morte sul posto di lavoro, alienazione, massificazione, perdita della coscienza di classe. Ma non è un film comunista, o marxista: è semplicemente un film che vuole rimettere l’uomo, l’elemento umano, davanti al profitto e ai miraggi cui spinge la gente a credere. Perché in fondo a tantissimi di noi sarà accaduto nella vita di essere un po’ come Vincent, e di rovinare quanto di buono si ha già, e la propria integrità, nel nome di qualcosa che qualcuno ci vuol far credere si possa un giorno avere, e che forse non vogliamo nemmeno. Basta vedere Vincent, felice al barbecue coi suoi amici operai, rigido e a disagio quando si trova a partecipare alla festa dei “creativi”, di gente che è di un mondo che non è il suo, e non è detto affatto che se lo fosse sarebbe meglio.

C’è l’ombra del cinema di Laurent Cantet in questo debutto nel lungometraggio di Akihiro Hata, in particolare nel modo in cui mostra il mondo del lavoro e soprattutto quanto condiziona la vita dei protagonisti, elementi già presenti in Risorse umane e A tempo pieno.

L’approccio è subito evidente all’inizio del film; al gruppo di operai viene chiesto di continuare a lavorare anche se sono rimasti al buio. E c’è chi, come Vincent, che accetta di stare al gioco, non solo per poter mantenere l’impiego ma per cercare di avere una vita migliore assieme alla sua compagna. La scomparsa misteriosa di Ousmane è un segnale dichiarato; gli operai sono mostrati come se fossero delle figure invisibili, quasi dei fantasmi. Per questo il cineasta giapponese che vive a Parigi dal 2003, lascia una traccia politica forte mescolando il realismo sociale a una dimensione fantasy alienante. Grand Ciel è infatti un film che vive di contrasti. Non solo a livello di genere ma anche di illuminazione; infatti, l’oscurità del quartiere si alterna invece alla luce chiara del quartiere futuristico.

Superata la fase descrittiva, Hata riesce a creare un clima claustrofobico e angosciante, anche con un notevole lavoro sul suono, evidente negli inquietanti e premonitori rumori che accompagnano il team di operai quando scende sottoterra e in quello ripetuto del martello pneumatico. Grand Ciel è una rappresentazione autentica del capitalismo e trova, da un punto di vista cinematografico, una strada nuova per farlo. Inoltre, denuncia con efficacia la precarietà delle condizioni del lavoro degli operai e la mancanza dei necessari controlli di sicurezza. Il volto spaventato, immobile, trasformato di un ottimo Damien Bonnard incarna tutta la sua speranza ma anche la sua impotenza. Questa opposizione è evidente nelle scene in cui Vincent guarda gli annunci immobiliare e in cui racconta la storia del padre che lavorava a una fabbrica che costruiva cruscotti per le automobili. Qui emerge il vissuto, anche disperato, di un film che non fa sconti e lascia emergere verità che sono come cicatrici profonde.

Del resto, Grand Ciel è ispirato alla vicenda di Mamadou Traoré, un lavoratore interinale privo di documenti che è morto sul posto di lavoro nel 2015 ed è come se non fosse mai esistito. Solo grazie al lavoro della CGT (Confederazione del Lavoro, il sindacato più importante di Francia) si è potuta conoscere la sua storia. Hata ha trovato la chiave giusta sia per raccontarla sia per mostrarla con i tempi ansiogeni di un thriller senza pause e di prenderla come punto di partenza per dare voce a una condizione universale . Un gran bell’esordio.

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