Gusci (Sic@Sic)

Elisa Chiari, Francesca Trovato

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La trama ruota attorno a dodici uova benedette poste a protezione del matrimonio di Lucia dal malocchio. Quando due di queste uova scompaiono misteriosamente, la sorella maggiore Elena riceve il compito di ritrovarle. Le due donne intraprendono così un viaggio assolato attraverso le zone del Monferrato alessandrino, esplorando legami familiari, distanze e antichi rituali di provincia.
DATI TECNICI
Regia
Elisa Chiari, Francesca Trovato
Interpreti
Claudia Baralla, Giulia Boffa
Durata
17 min.
Genere
Cortometraggio
Sceneggiatura
Elisa Chiari, Francesca Trovato, Zelia Zbogar
Fotografia
Martino Pellion di Persano
Montaggio
Morena Terranova
Musiche
Kyoto
Nazionalità
Italia
Anno
2026

Presentazione e critica

Quello che cuce con armonia il breve racconto è il sonoro – votato a una elegiaca rappresentazione dell’estate. Il canto di cicale, il cinguettio degli uccelli, la natura che domina l’arido paesaggio. Tra le fronde e il mare inizia il cammino delle due sorelle alla ricerca delle uova. Lo spartito musicale, curato per Gusci da Kyoto, diventa via via più umano e i suoni della natura sfumano in canti quasi biblici e ancestrali. Anche il montaggio, con le sue cuciture quasi astratte e concettuali, lavora per un cortometraggio in cui si avverte il senso di apparenza ma anche la minaccia che il nido nasconde. Filmico e profilmico collaborano a un racconto fabuloso sul folklore più antico e sulle sue affascinanti credenze. Quello che però dà spessore all’opera non è tanto il motore tematico principale: la ricerca delle uova, ma il rapporto tra le due sorelle. Quasi mai insieme, e adesso invece ritrovate a fare squadra. Un momento di vita importante si sta per aprire per la protagonista e la sorella Elena è chiamata a farci i conti.

Distanza e vicinanza si alternano continuamente, come i due fuochi caratterizzanti del loro rapporto. I dialoghi sono asciutti ma densi di significato. In poche sequenze si delineano bene i caratteri delle due donne e tutto ciò che di incompreso adesso è destinato a venire alla superficie. Tutto converge alla fine al rafforzamento del topos principale: il guscio. Il guscio è il Paese da cui scappa Elena e dove è destinata a restare la futura sposa. Il guscio è il concetto di casa che le due sorelle non condivideranno più. A due uova è legato il destino favolistico del matrimonio in arrivo. Ma con le uova, si fa i conti anche con i gusci, mai stati, in tutti i loro sotto-significati, tanto fragili.

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Due sorelle che non hanno nulla in comune, tranne provenire dallo stesso paesino di una provincia indefinita. La maggiore, Elena (Claudia Baralla), è tornata lì per il matrimonio della minore, Lucia (Giulia Boffa). Elena non capisce perché Lucia abbia scelto di rimanere in un luogo che potrà offrirle poco nel futuro, lei invece vive in città, con la fidanzata. E mentre è alle prese con la sua corsa mattutina, lo sguardo degli anziani abitanti grava sul suo corpo. Poi Lucia le telefona in ansia, interrompendo l’allenamento: sono scomparse due uova. Nella loro terra è usanza prima di sposarsi portare dodici uova in una chiesa in cima alla montagna, per farle benedire contro il malocchio. Elena recupera quelle mancanti e, seppur riluttante, accompagna Lucia. Un breve viaggio dove potranno completare il rituale e comprendere le differenze che le separano l’una dall’altra.

L’essenza di Gusci, cortometraggio di Elisa Chiari e Francesca Trovato, è in tutto ciò che viene lasciato fuori dall’inquadratura. Ma lo è ancora di più la sospensione del giudizio verso le proprie protagoniste. Come affermano le due registe, selezionate quest’anno alla Sic@Sic della Settimana della Critica di Venezia proprio con Gusci (prodotto da Base Zero), vedere questo racconto come uno scontro tra tradizione e modernità sarebbe riduttivo. Si tratta piuttosto di una storia che nasconde il peso delle aspettative, sociali e culturali, e sulle diverse modalità con cui due giovani donne possono reagire a esse.

Nate entrambe nel ‘97, Elisa Chiari e Francesca Trovato collaborano dal 2020, spaziando tra finzione e documentario, con un focus sulle questioni di genere e il rapporto tra identità e territorio. La loro collaborazione precedente Mother Mare (2024) – Chiari alla regia, Trovato al montaggio – esplora l’ultimo matriarcato d’Europa, nella piccola isola estone di Kihnu nel Mar Baltico. Con il progetto Lùnadiga, da cui è tratto Gusci, hanno ricevuto il premio Ids Solinas Documentario nel 2023 e hanno poi partecipato al Torino Film Lab. Insieme fanno parte di Altremuse, collettivo artistico per la decostruzione delle narrazioni nella storia dell’arte e nella cultura visiva. Abbiamo parlato al telefono con le registe.

(…)  Parlando di «Gusci», perché avete scelto un’ambientazione così indefinita?

Trovato: Per lasciare uno spazio d’interpretazione. Credo che il tema della province spopolate sia molto attuale e non solo in Italia. C’è chi resta e chi invece è costretto a scappare. Durante i sopralluoghi ci chiedevamo com’era possibile costruire una vita in questi luoghi, ma in verità si può. Molto del film nasce dal dialogo con i giovani che abitano quegli stessi territori. Il punto di partenza però è il rituale delle uova, anch’esso con una duplice interpretazione. È una forma di protezione, ma anche una rappresentazione delle pressioni sociali.

Quindi è un rito che esiste realmente?

Chiari: In parte sì, ma l’abbiamo rielaborato. Nasce da anni di ricerche sulla magia popolare. In Gusci la superstizione rappresenta lo sguardo della famiglia, della comunità, di tutte quelle aspettative che finiamo per interiorizzare e che influenzano le nostre scelte. La dimensione sospesa del rito ci ha poi permesso di far emergere le tensioni in modo più complesso. Le protagoniste non dovevano essere solo dei modelli contrapposti. Lo spettatore non si doveva immedesimare in nessuna delle due sorelle, ma allo stesso tempo poteva empatizzare con entrambe.

Ilmanifesto

Dodici uova benedette proteggono il matrimonio di Lucia dal malocchio. Quando due di esse scompaiono, la sorella maggiore Elena viene incaricata di recuperarle. Insieme, le due intraprendono un viaggio assolato attraverso legami e distanze comuni: il rito deve essere portato a termine.
Quello che cuce con armonia il breve racconto è il sonoro – votato a una elegiaca rappresentazione dell’estate. Il canto di cicale, il cinguettio degli uccelli, la natura che domina l’arido paesaggio. Tra le fronde e il mare inizia il cammino delle due sorelle alla ricerca delle uova. Lo spartito musicale, curato per Gusci da Kyoto, diventa via via più umano e i suoni della natura sfumano in canti quasi biblici e ancestrali. Anche il montaggio, con le sue cuciture quasi astratte e concettuali, lavora per un cortometraggio in cui si avverte il senso di apparenza ma anche la minaccia che il nido nasconde. Filmico e profilmico collaborano a un racconto fabuloso sul folklore più antico e sulle sue affascinanti credenze. Quello che però dà spessore all’opera non è tanto il motore tematico principale: la ricerca delle uova, ma il rapporto tra le due sorelle. Quasi mai insieme, e adesso invece ritrovate a fare squadra. Un momento di vita importante si sta per aprire per la protagonista e la sorella Elena è chiamata a farci i conti. Distanza e vicinanza si alternano continuamente, come i due fuochi caratterizzanti del loro rapporto. I dialoghi sono asciutti ma densi di significato. In poche sequenze si delineano bene i caratteri delle due donne e tutto ciò che di incompreso adesso è destinato a venire alla superficie. Tutto converge alla fine al rafforzamento del topos principale: il guscio. Il guscio è il Paese da cui scappa Elena e dove è destinata a restare la futura sposa. Il guscio è il concetto di casa che le due sorelle non condivideranno più. A due uova è legato il destino favolistico del matrimonio in arrivo. Ma con le uova, si fa i conti anche con i gusci, mai stati, in tutti i loro sotto-significati, tanto fragili.

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