Homebound – Storia di un’amicizia in India

Neeraj Ghaywan

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Shoaib e Chandan sono due amici d’infanzia cresciuti in un piccolo villaggio dell’India settentrionale, uniti dal desiderio di fuggire dalla povertà e dalla discriminazione sociale. Entrambi sognano di entrare nella polizia, convinti che indossare un’uniforme possa finalmente garantire loro rispetto e sicurezza economica. Ma il loro obiettivo si scontra presto con una realtà spietata. Su 2.5 milioni di candidati, solo 3.500 posti sono disponibili. L’attesa dei risultati si prolunga per un intero anno, mentre le pressioni familiari diventano sempre più insostenibili. Chandan, sente il peso delle umiliazioni legate alla sua casta e desidera costruire una casa per permettere ai genitori, soprattutto alla madre, di vivere con dignità. Shoaib, musulmano, deve invece sostenere la famiglia dopo che il padre, rimasto disabile, non può più lavorare nei campi. Nel frattempo, nuove possibilità e scelte difficili si affacciano all’orizzonte: accettare lavori mal pagati nel villaggio, proseguire gli studi universitari oppure rischiare tutto emigrando a Dubai in cerca di un futuro migliore. Ogni opzione porta con sé rinunce, compromessi e frustrazioni. Messa a dura prova da ambizioni divergenti, fallimenti e dalla costante umiliazione dovuta al bigottismo religioso e di casta, la loro amicizia comincia a incrinarsi. Quello che era un legame indissolubile viene lentamente consumato dalla disperazione e dal peso delle aspettative, fino a essere spinto al limite estremo.
DATI TECNICI
Regia
Neeraj Ghaywan
Interpreti
Ishaan Khatter, Janhvi Kapoor, Vishal Jethwa, Harshika Parmar, Dadhi R Paandey, Shalini Vatsa, Shreedhar Dubey, Pankaj Dubey
Durata
119 min.
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Neeraj Ghaywan
Fotografia
Pratik Shah
Montaggio
Nitin Baid
Musiche
Amit Trivedi
Distribuzione
Wanted Cinema
Nazionalità
India
Anno
2026

Presentazione e critica

Il cinema di Neeraj Ghaywan, fin dagli esordi in solitaria e poi ancora nelle esperienze collettive – Shorts e Ajeeb Daastaans – si è contraddistinto con merito all’interno del sempre più vasto panorama bollywoodiano per la sua inusuale capacità di sospensione tra cinema d’impegno sociale e intrattenimento “spettacolare”, in linea dunque con i linguaggi e le estetiche dell’industria d’appartenenza. Accadeva lo stesso nel riuscito lungometraggio d’esordio Tra la terra e il cielo, ancora una volta centrato sulle questioni opprimenti e inevitabilmente politiche della divisione in caste, dei valori morali ed etici messi sempre più in discussione dall’importanza del denaro e ancora dei ruoli sociali, minati dalle scelte d’amore e non solo. A distanza di dieci anni, Ghaywan è tornato dietro la macchina da presa, firmando regia e sceneggiatura di Homebound – Storia di un’amicizia in India, il cui titolo nostrano sulla trama dice molto, se non tutto.

Chandan e Shoaib sono amici da una vita. Cresciuti nello stesso villaggio nel Nord dell’India, a pochi passi di distanza l’uno dall’altro, non hanno mai perso occasione di definirsi al mondo fuori come fratelli. Una menzogna che è anche una mezza verità, e i due lo sanno bene. Condividono perfino lo stesso sogno, oltre alla strada e alle capanne: quello di diventare agenti di polizia e salvare le reciproche famiglie dalla povertà estrema cui appartengono da generazioni, dunque costrette ai lavori di fatica, perfino nell’anzianità, e all’accettazione costante dell’umiliazione, del degrado e del dolore. Gli esiti del concorso da agenti, però, metteranno a dura prova l’amicizia tra i due ragazzi, tanto da allontanarli per la prima volta nella loro vita. E poi chissà. Nel mezzo, l’amore, la lotta tra classi e ancora la tragicità di un’odissea talvolta mortifera e talvolta salvifica. Riusciranno a ritrovarsi?
Dei lavori precedenti di Neeraj Ghaywan torna senz’altro la centralità della strada e così le numerose sequenze in camera car: i corpi statici, ma pur sempre riflessivi, degli interpreti in sella alle moto si ripetono senza sosta, le medesime che permettono al film di respirare, scordandosi per qualche attimo della tragedia umana che attende i suoi protagonisti poco più in là, a bordo strada, tra scenari degradati ed esistenze logorate. Se la scrittura di Tra la terra e il cielo restava maggiormente ancorata alle questioni sentimentali, o per meglio dire romantiche, quella di Homebound. Storia di un’amicizia in India, affiancata da Martin Scorsese e ispirata da un saggio del New York Times del giornalista kashmiro Basharat Peer, indaga a fondo l’intimità assoluta e per questo dolce, dolorosa e talvolta inafferrabile tra due amici che si sono amati sempre, perfino nell’incomprensione e nello spietato incontro con la morte. Non più cinema di rottura, o presunto tale, come invece poteva apparire l’esordio di Ghaywan – quantomeno nei suoi intenti velleitari e in contrasto con la Bollywood del periodo, che per forza di cose non è nemmeno più quella di oggi – bensì vero e proprio modello di intrattenimento popolare, evidentemente contaminato da immaginari altri, su tutti il road movie statunitense e non solo: basti prestare attenzione al lavoro sugli scenari e a un certo utilizzo enfatico, talvolta perfino eccedente, della musica.

Poiché, se è vero che la protagonista effettiva di Homebound. Storia di un’amicizia in India è l’amicizia tra due uomini che non smettono mai di immaginarsi legati tra loro, perfino nel sangue – si veda il finale, tra questioni di documenti e poi chissà – appartenente dunque a una dimensione intimista, gentile e laconica, ai margini del racconto s’accresce sempre più la questione del viaggio e delle scelte di vita, che dapprima separano e poi riuniscono i due protagonisti. Di qui in avanti, si fa via via più imponente, se non addirittura epico, per quanto terreno, tragico e contemporaneo. Poiché il Covid-19 non è affatto questione da rifuggire, anzi, e Ghaywan lo racconta molto bene.
Due film in uno, sulla forza incontrastata dell’amicizia, dell’unione familiare e la necessità della sopravvivenza in un mondo ormai al collasso, che guarda al post apocalittico e al realismo catastrofico e angoscioso di una pandemia tutt’altro che dimenticata, o peggio finzionale. Ghaywan poggia lo sguardo su una ferita dolorosamente impressa nella memoria collettiva di ciascuno di noi, la medesima che tarda a rimarginarsi, interrogandoci ancora, e auspicabilmente per sempre, sulla scelta costante e insopprimibile dell’umanità, mettendo da parte qualsiasi egoismo, invidia e superbia, nonostante la fine del tempo e del mondo per come lo abbiamo conosciuto. Un lungo ma sentito cammino di speranza, amore e riscatto, il cui affondo sul dolore non è mai esasperato, bensì necessario e di grande realismo, oltreché sensibilità.

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Solo chi conosce abbastanza bene dal di dentro l’India può comprendere un film così stratificato. Io ci sono stato sette volte, forse non mi è del tutto ignoto il suo assunto centrale: la speranza è la protagonista sfortunata della storia. I margini della società indiana vengono ripercorsi come se fossero le carte di un tradizionale gioco da tavola di origine inglese, “Scale e serpenti”. I due amici d’infanzia protagonisti della storia sono infatti uniti dalle scale sociali che vengono loro negate e divisi dalla lunghezza dei serpenti che continuano a inghiottirli. Lo schema è feroce. Ogni progresso viene inevitabilmente interrotto da un crudele gioco del destino; ogni piccolo passo è accompagnato dalla minaccia di una rovinosa caduta. Un impiegato di basso rango impressiona i capi e viene promosso a venditore contro ogni previsione, ma la gioia è di breve durata. Un giovane operaio manda soldi a casa per finanziare un tetto di cemento, ma la sua condizione di sfavorito è transitoria. Un’aspra lite è seguita da una riunione che infonde speranza, ma dura poco. La costante soppressione della speranza riflette la struttura sociale distorta di un Paese in cui tutto, comprese le emozioni, è regolato dalla gerarchia.

Non c’è tregua: anche l’umiliazione è gerarchica. L’ambizioso dalit Chandan Kumar e l’ambizioso musulmano Mohammed Shoaib Ali, in quanto minoranze in un’epoca di dilagante fascismo, hanno un legame plasmato dalla solidarietà e dalla reciproca disillusione. Chandan difende Shoaib e Shoaib difende Chandan: sono uniti dalla condivisione degli stessi spazi. La loro fratellanza è priva di identità: le famiglie si mescolano. Potrebbero essere vittime della società, ma la loro cancellazione è per forza di cose plurale: la loro invisibilità è costretta a competere. Il film di Neeraj Ghaywan si propone di rivelare che l’oppressione in una democrazia è plasmata dalla democrazia dell’oppressione: lo stigma è relativo nell’intersezionalità di casta, fede e genere. C’è sempre qualcuno che sta peggio: che si tratti dell’indù emarginato, del musulmano della classe operaia, della ragazza dalit che frequenta l’università, del bracciante agricolo analfabeta o della donna dalit non sposata.

Si deve ammirare il film per la sua essenzialità e la capacità critica in un’epoca di intolleranza politica. Un film sulla corruzione sistemica e sull’esclusione è un’accusa diretta contro chi detiene il potere. Ogni volta che Shoaib e Chandan subiscono un torto, la storia del pregiudizio si scontra con la strumentalizzazione della tradizione: il bigottismo è talmente normalizzato che l’ironia di cercare lavoro presso il governo passa quasi inosservata. Ma la ragione per cui il film è così efficace è che è a favore dell’umanità, non contro il sistema. La maestria stilistica supporta la visione stratificata del film. Un treno stipato di aspiranti studenti di una piccola città richiama un camion carico di lavoratori migranti rimandati a casa; la gioia di un amico che porta un altro sulle spalle mentre vince una gara sportiva riecheggia l’agonia di un amico che ne porta un altro durante il lockdown da Covid. Una suggestiva inquadratura dall’alto di persone che camminano di notte su un ponte illuminato a intermittenza evoca il paradosso della luce in fondo al tunnel. C’è anche un’inquadratura che richiama L’arte di vincere, in cui la telecamera corre parallela a una moto in corsa prima di raggiungerla a un incrocio; l’influenza (persino la colonna sonora) è in un certo senso appropriata, dato che anche L’arte di vincere aveva usato l’espediente del genere biografico per esplorare gli esseri umani dietro l’arida freddezza delle statistiche.

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