Boris Hadzija, Hoda Taheri

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Anno
Presentazione e critica
Si costruisce sulle radici, nessuno lo sa meglio di Hoda, rifugiata iraniana a Berlino, e Boris, giovane gay serbo e futuro padre del loro bambino. Eppure è su nuove regole che la coppia, prossima al matrimonio, prova a immaginare la propria vita insieme. Hoda Taheri e Boris Hadžija si raccontano a quattro mani tra documentario, autofiction e saggio politico. Basata a Berlino, la coppia artistica realizza un film situato da qualche parte tra la loro vera vita e tutte quelle che possono immaginare.
Navigando nel vasto campo delle possibilità, la fluidità è la cifra dominante di quest’opera prima, I Plant my hand in the garden rispecchia (letteralmente) le identità che mutano e disattente i ruoli familiari attesi. I corpi dei protagonisti si fanno spazio politico, esplorando in maniera frontale la sessualità e la nudità. Le scene intime e mai gratuite, sono atti di ribellione dove i nostri si riappropriano del proprio corpo in faccia alle istituzioni. Ma fuori dal talamo, quello che ciascuno condivide con terzi, le cose si complicano.
Confrontati con la pesante burocrazia tedesca, con le tradizioni, incarnate dalle rispettive madri, e i sogni premonitori che ‘tagliano’ col coltello perché non tornino a tormentarli, il progetto di reiventare la famiglia e la relazione sentimentale subisce una battuta d’arresto e conduce a uno svelamento sorprendente che cambia le regole del gioco. Forse una resa, forse una liberazione, forse una performance o la rottura dell’idea stessa di messa in scena.
Debutto in lungo per due autori che hanno già lavorato ai fianchi lo stesso soggetto in una trilogia precedente (Mother Prays All Day Long, As If Mother Cried That Night e Mother Is a Natural Sinner), I Plant My Hand in the Garden si tiene su due movimenti: uno di “espulsione” e uno di “inserimento”.
Fin dal titolo, il loro esordio mette mano a un nuovo giardino urbano per creare un senso di appartenenza e una prospettiva verso relazioni materiali e affettive altre, senza dimenticare le origini, appese nella prima sequenza a una connessione internet che torna a funzionare. Può sembrare futile ma è al contrario essenziale quando una madre e sua figlia vivono a troppi chilometri di distanza. Ed è esattamente così che sono vissuti i grandi avvenimenti quotidiani di I Plant My Hand in the Garden: si discute di matrimoni e di gravidanze come di Visto e di rete che si spera non venga tagliata. Le conversazioni allo stesso modo possono suonare banali come quelle di ogni giorno, per poi scartare di colpo e sollevare il tiro discutendo di cadaveri accumulati in sacchi neri durante la manicure. Niente di sorprendente per le protagoniste, il macabro è parte integrante della loro routine e la repressione in Iran si fa sentire fino in Europa. Nel processo di reinserimento i protagonisti connettono il passato al futuro, sovrapponendo i piani temporali, come la vita che flirta con la finzione. I loro personaggi, e la narrazione che si portano dietro, confluiscono come affluenti in un fiume che navigano tra ambivalenze affettive ed etiche e in modi che riconfigurano il luogo, l’identità e la comunità di accoglienza. L’attenzione a queste esperienze mette in discussione e al contempo rivendica modi di appartenenza al cuore di mondi diversi, compositi e diseguali.
Riflessa in uno specchio, nella vivace sequenza di apertura, Hoda incarna da sola la rifrazione, lo scarto tra una cultura e l’altra, tra la cultura occidentale che l’accoglie e quella persiana da cui proviene, rivelando subito, dietro un accappatoio o un abito nuziale, l’urgenza del corpo. Si spoglia sovente Hoda, un gesto naturale come respirare, è lei il corpo conduttore che scruta e discute il paradigma sessuale che governa il rapporto uomo-donna, che abita gaiamente un film a temporalità instabile, dove il passato infila l’ingresso del soggiorno e da quello stesso passaggio riparte lasciando spazio a un nuovo tempo, a un nuovo uomo, a una nuova relazione. Tra liberazione e riappropriazione, I Plant My Hand in the Garden è l’evoluzione di un percorso intimo e sociale, una conversazione aperta sulla genitorialità e l’amore, su cui tutti, nel film, hanno la propria opinione.
Rifugiata iraniana a Berlino, Hoda invita la madre e la sorella a raggiungerla in Europa perché è incinta e si sposerà in Serbia con il fidanzato Boris, anche lui trasferitosi in Germania. Boris in realtà è gay, e sua madre lo sa, e mentre i preparativi vanno comunque avanti lui, la madre e il fratello devono occuparsi del padre alcolizzato. Tornati a Berlino, Hoda e Boris vivono insieme, il loro matrimonio è stata una montatura per mettersi in regola in attesa del figlio ed entrambi hanno la propria vita. Quanto, però, saranno in grado di portare avanti la finzione e non avere ripercussioni emotive? Registi, sceneggiatori e interpreti principali del loro film, Hoda Taheri e Boris Hadzija mettono in crisi il concetto di autobiografia, nonché ruoli sessuali, familiari e sociali all’interno di una comunità.
Nelle note d’intenzione del film, Taheri e Hadzija, ribadiscono la natura personale della vicenda («la vicenda è una ricostruzione plasmata da esperienze autobiografiche) e soprattutto del loro rapporto con la finzione, che nelle loro intenzioni «non è mai un oggetto a cui i personaggi devono adeguarsi, ma al contrario qualcosa da smantellare». Del resto, in I Plant My Hand in the Garden – titolo che viene da un sogno raccontato da Hoda alla madre – ogni cosa viene progressivamente decostruita, riscritta, rivista, per l’appunto smantellata.
La narrazione prima di tutto, dal momento che il film è composto da una serie di lunghi piani fissi in cui i personaggi sono inseriti in spazi precisi (una stanza, l’abitacolo di un’auto, un negozio), ripresi spesso a distanza, in posizioni anch’esse bloccate, a parlare, ridere, fare sesso, o semplicemente a occupare uno spazio come figure di un dipinto. Niente, nel film, viene veramente raccontato, ma piuttosto indagato nei suoi presupposti o nei suoi effetti, come se i due autori volessero rompere dalle fondamenta l’idea di stessa di rappresentazione.
Entrambi artisti queer, Taheri e Hadzija non solo si pongono l’obiettivo di mettere in discussione ogni ruolo, etichetta o dimensione del vivere comune, dai concetti di padre e madre, a quelli di figlio e figlia, marito e moglie, compagna e compagno, ma anche, attraverso un cinema essenziale al limite dell’ermetismo, l’idea stessa di spazio (il passaggio da Berlino alla Serbia e ritorno lo si intuisce dai dettagli, non viene mai specificato), di tempo (in una lunga sequenza c’è una sorta di flashback in divenire in cui i piani temporali si sovrappongono) e ovviamente di finzione, con la classica rottura della quarta parete e lo svelamento di una vera e proprio messinscena che cambia le carte in tavola. La sensazione che scaturisce dalla visione di I Plant My Hand in the Garden è simile a uno stordimento percettivo che alla lunga, piano dopo piano, discussione dopo discussione, incertezza dopo incertezza, spinge lo spettatore a interrogarsi sulla natura delle cose che vede e sulla verità dei personaggi. Dove sono la vita, la finzione, la verità e la menzogna, nel gioco serio allestito dai due autori?
La risposta resta volutamente incerta, finendo però – e chissà quanto volutamente – per coinvolgere il film stesso, che privo di vera e propria ironia finisce per cadere vittima della sua stessa vaghezza. Se, insomma, non bisogna credere a niente di ciò che si vede, perché non coinvolgere in questa certezza negativa i registi stessi e il loro lavoro?
