Rocco Papaleo

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Musiche
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
E intanto, fra jazz e teatro-canzone, umorismo e malinconia, incanto infantile e saggezza millenaria, salite e discese, disciplina e caos, Il Bene Comune è il film più bello di Rocco Papaleo, che dopo Onda su onda e Scordato torna alla natura aspra, selvaggia e forte di Basilicata coast to coast e alla strada da percorrere rigorosamente a piedi, per sentire sotto le scarpe la terra arida o fangosa. In barba al tutto e subito, il regista sventola nuovamente la bandiera del piano piano, del passo dopo passo, di una trasformazione che avviene lentamente e grazie al confronto con il prossimo, che come noi è un grumo di imperfezioni, seppure unico e inimitabile. Allo stesso modo di altri prima di lui, Papaleo parla di resilienza, ma non lo fa attraverso un cinema moraleggiante o ricattatorio che sottopone i suoi personaggi a una via crucis prima del salto, del catartico scatto in avanti. No, l’attore che in Follemente è stato il disincantato Valium cerca una via soltanto sua, e la trova nel centenario Pino Loricato del Parco Del Pollino, che se ne sta lì, attaccato alla montagna, solitario e indomito, a guardia di un panorama mozzafiato che è un balsamo per l’anima. A Papaleo, però, non interessa la gita in solitaria, quella di un Alex Supertramp qualsiasi, perché la resilienza, o comunque il coraggio di resistere in mezzo alla tempesta della vita, è frutto di una condivisione, di un cammino, ovviamente anche interiore, in cui si ascolta e si viene ascoltati.
I personaggi del film, che sono una guida turistica, quattro detenute con l’attrice “di insuccesso” che le aiuta nel loro percorso di recupero e un ragazzo che corre senza scopo, si scambiano le esistenze e, mettendosi in gioco, creano un legame, facendo del ponte la seconda metafora de Il Bene Comune, e allora questo bene comune altro non è se non il senso di appartenenza a un gruppo, un contesto, una comunità in cui ci si sente a proprio agio. Rocco Papaleo, tuttavia, ci tiene a dire che ascoltare significa imparare una storia, perché le storie, fin dai tempi di Esopo e delle sue favole, avvicinano chi le racconta a chi le sente raccontare, che si riconoscono simili solo per il fatto di essere esseri umani.
Il C’era una volta di Rocco non passa solamente attraverso il teatro-canzone, perché il nostro menestrello va felicemente a scomodare il teatro greco e perfino il Bertold Brecht dello “straniamento”, che poi significa buttare giù la cosiddetta quarta parete. Le donne del film si presentano infatti guardando in macchina, come a chiamare in causa lo spettatore, che il regista fa agevolmente muovere tra passato, presente e questo tempo un po’ sospeso. Rocco Papaleo ci mostra, nel film, un femminile che si è preso “goffamente” la propria rivincita: contro un marito violento, contro il sistema, contro un amore disonesto, contro la diffidenza della società verso chi arriva da fuori. La rivalsa è passata attraverso il crimine, e quindi lo spaccio di droga e l’incendio doloso, ma la poesia e la struttura narrativa de Il Bene Comune rendono questi gesti picareschi e favolistici, degni di un Robin Hood, di una Carrie di Carrie – Lo sguardo di Satana e di tanti altri antieroi. Il Bene Comune, infine, è un film di grandissime attrici, alcune alle prese con ruoli inediti, come la grande Vanessa Scalera che interpreta un personaggio comico. Accanto a lei Claudia Pandolfi in versione Teresa Mendoza de La Regina del Sud e Teresa Saponangelo che strizza l’occhio a Bonnie di Bonnie e Clyde. Poi ci sono Rosanna Spaparano e la cantante Livia Ferri. I loro personaggi non giocano alla guerra fra i sessi, tema forte di troppe commedie, perché il film lascia spazio a un maschile morbido, in un caso risolto e nell’altro smarrito, confuso, in stallo. Anche in quest’ultimo caso c’è un tragitto concreto e metaforico da compiere, e se alla fine della gita non arriveranno tutte le risposte, poco importa: l’importante è essersi messi almeno un po’ in gioco.
“Ognuno di noi è diventato una bella storia da raccontare.” Ci resta in mente questa frase dopo aver visto Il bene comune, ci torna in mente il meraviglioso finale di Big Fish di Tim Burton e l’enfasi sulle storie che danno spessore, corpo, profondità agli esseri umani. Nessuno di noi è solo un nome o un volto, ma un’entità complessa che può essere capita solo andando oltre il ritratto superficiale e bidimensionale, guardando le sfumature, le motivazioni, i percorsi. Cose che vanno raccontate, capite, oltre il primo sguardo che fin troppo spesso ci facciamo bastare. Rocco Papaleo lo racconta in un film ambizioso, complesso, maturo. Corale nel senso più ampio, profondo e giusto del termine, riflettendo in quella coralità il senso stesso di un’umanità in cui i singoli sono (devono tornare a essere) importanti, in cui il risultato è superiore alla somma delle singole parti. Contro l’individualismo che separa dei nostri giorni. Di nuovo dietro la camera, Rocco Papaleo mette insieme un cast ricco e ragionato, da Vanessa Scalera a Claudia Pandolfi e Teresa Saponangelo, per un film che consideriamo riuscito e prezioso.
Ma di che parla il film di Rocco Papaleo? Di un viaggio, come tante grandi storie. Di una guida turistica e un’attrice che accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino alla ricerca di quello che viene percepito come simbolo di resilienza, il secolare Pino Loricato, l’albero più vecchio d’Europa. Il cammino di questo gruppo eterogeneo diventa presto un viaggio di trasformazione scandito da incontri e musica che si va a formare come in una splendida jam session, mentre le personalità dei singoli emergono, si mettono a fuoco e si rivelano in tutta la loro complessità. Si ritrova senso di appartenenza, almeno fino a quando un imprevisto non mette tutto il discussione, ma con la consapevolezza che raccontarsi è un importante primo passo verso qualcosa di più grande. (…)
(…) Tanti volti, tante anime che il regista ha immaginato con passione e scritturato di conseguenza, che vanno a completare un quadro che proprio nel suo insieme porta con sé e incarna il senso generale de Il bene comune, quella voglia di conoscere, far conoscere, per provare ad annullare le distanze tra i singoli. Perché è solo con la conoscenza che si può arrivare a capire. Ed è con il racconto, con la comunicazione, che si arriva a conoscere per sperare di poter annullare le distanze che ci separano. Un film corale, come è corale la musica quando viene suonata da una band, un’orchestra, un gruppo di musicisti che la interpreta dal vivo. E non è un caso che proprio la musica sia così importante per il film di Rocco Papaleo, non operando da semplice commento alle scene, ma parte integrante della storia e del modo in cui viene raccontata, con una band che accompagna e valorizza il racconto dei protagonisti.
