Il Dio dell’amore

Francesco Lagi

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Un racconto corale che intreccia i destini sentimentali di uomini e donne, i loro modi di amarsi, ferirsi e rincorrersi. I personaggi si muovono all’interno di una trama fitta dove ogni incontro è nodo e snodo, ogni legame è insieme inizio e fine. Le loro storie si intrecciano come fili di un unico grande disegno, dominato da una forza più grande e sfuggente: il Dio dell’Amore. A guidarci in questo viaggio nel cuore dei sentimenti è una figura straordinaria: Ovidio, il poeta dell’amore per eccellenza, maestro di seduzione e voce eterna dell’animo umano. Riemerso dalla Roma imperiale per fare irruzione nella nostra epoca disillusa e iperconnessa, Ovidio osserva e racconta le vicende con uno sguardo arguto e disincantato, capace di cogliere le crepe e le verità nascoste sotto il velo dei gesti quotidiani. Ma il vero burattinaio dietro ogni intreccio resta lui: il Dio dell’Amore. Creatura mutevole e imprevedibile, ora benevola e giocosa, ora feroce e spietata, è lui a orchestrare gli incontri e le separazioni, a mescolare passione e disillusione, desiderio e smarrimento, dolcezza e ferite. È un viaggio nell’animo umano, dove l’amore si mostra in tutta la sua forza contraddittoria e profondamente imperfetta. Un inno alla fragilità che ci rende vivi, alla confusione che ci scuote, e alla bellezza che, nonostante tutto, ci ostiniamo a cercare negli altri.
DATI TECNICI
Regia
Francesco Lagi
Interpreti
Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Corrado Fortuna
Durata
117 min.
Sceneggiatura
Francesco Lagi, Enrico Audenino
Distribuzione
Vision Distribution
Nazionalità
Italia
Anno
2026

Presentazione e critica

Il poeta Publio Ovidio Nasone, “autore di best seller sempreverdi”, si aggira per la Roma di oggi, seguendo il percorso di varie coppie, ognuna in qualche modo collegata anche alla coppia successiva. La giornalista Ada, dopo tanti tentativi andati a vuoto, si scopre incinta non del compagno docente d’arte Filippo, ma di un antico ex, il musicista Pietro. Filippo a sua volta ha una giovane amante, l’allieva e cameriera part time Silvia, che attira anche le attenzioni di Arianna, cardiochirurga moglie di Ester. La psicoterapeuta Ester è invece attratta anche da un suo paziente, l’autista di bus Jacopo, che è ossessionato dalla sua ex Linda, guarda caso attuale compagna di…Pietro. Il cerchio è completo, anzi, il Girotondo, come nella commedia di Arthur Schnitzler, diventata poi il film Il piacere e l’amore di Max Ophüls. Ma ci sono anche tracce di Love Actually e tanto Woody Allen in Il dio dell’amore, commedia romantica olistica in cui i movimenti del cuore “ci attraversano tutti in una continua metamorfosi”, come dice Ovidio autocitando la sua opera più nota.

Francesco Lagi, che dirige e cofirma la sceneggiatura di Il dio dell’amore insieme a Enrico Audenino, fa il giro delle passioni più o meno corrisposte, seguendo i suoi personaggi attraverso le quattro stagioni dell’anno come se fossero tessere vaganti di un mosaico che fatica a ricomporsi, e ricordando che vale sempre raccontare l’amore, perché “di cosa si può scrivere altrimenti?”. La sua mano leggera e la sua regia competente, che alterna inquadrature canoniche a brevi sequenze girate in camera a mano come frammenti di home movies, con tanto di sguardi in macchina dei protagonisti, scompone e ricompone continuamente non solo le coppie, ma anche i luoghi, dato che la storia d’amore è anche con una Roma geograficamente corretta e insolitamente spopolata, in modo da farci vedere bene i luoghi celebri di solito nascoste dalle folle di turisti – Trinità dei Monti, Fontana di Trevi, la Galleria Borghese, e via elencando.

Il paragone con il recente film di Muccino Le cose non dette (in particolare per la trama che coinvolge Ada, Filippo, Silvia e Pietro), evidenzia la differenza radicale nei toni fra i due registi: là dove Muccino è concitato e ansiogeno, Lagi è gentile e rasserenante nel posare sui suoi personaggi lo stesso sguardo indulgente dell’Ovidio interpretato da Francesco Colella, storico sodale del regista presso la compagnia Teatrodilina, da cui proviene anche Anna Bellato che in Il dio dell’amore interpreta Arianna. Tutto il cast asseconda la dolcezza e la pietas dello sguardo di Lagi, così come fa il commento musicale di Stefano Bollani che accosta i “giri virtuosi e a volte incomprensibili dell’amore” alle sue improvvisazioni jazz. Il dio dell’amore è una commedia delicata e gentile che non va mai a fondo (questa l’unica riserva) ma scalda il cuore, scivola sulla superficie dei rapporti umani con discrezione e glissa sul dolore degli addii per concentrarsi sulle nuove possibilità che si aprono per tutti, purché si accetti di seguire lo swing giusto e abbandonarsi al flusso della vita come continua capacità di “trasformarsi e diventare altro”.

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Tutto inizia come un film brutto e banale degli anni Sessanta: con una versione moderna del poeta Ovidio a Roma, tra i monumenti, che pontifica sull’amore eterno. Se non lo interpretasse Francesco Colella, uno dei migliori attori emersi in questi ultimi anni (sempre grazie a Lagi), sarebbe già smielato e fastidioso, invece è un inizio che attira perché nulla è come ci si aspetterebbe. Non lo sono queste riprese di Roma, la città più filmata del cinema italiano, non lo è l’interpretazione e non lo è il tono impostato dalle musiche. È l’annuncio di un film che si rifà ai classici del cinema romantico americano, i film in cui New York è usata come lo sfondo perfetto per le storie d’amore moderne, e tante trame di personaggi diversi si incrociano, tutti in cerca di un amore. Solo che nemmeno questo è così.

Siamo introdotti rapidamente a un cast molto ampio di personaggi, tutti collegati da un sentimento e da un’attrazione. Chi desidera senza essere corrisposto ma è amato da un’altra persona, che a sua volta ha un amante che trascura, il quale pure vorrebbe una storia più stabile ma è infedele oppure sogna di tornare con la sua ex, se non fosse che questa già ha incontrato un’altra persona… Capiamo che ogni personaggio ha dei problemi di cuore con una persona che desidera tantissimo riuscire ad amare, come si conviene al genere, ma tutti hanno anche un secondo problema con un altro personaggio a cui sono legati da un sentimento che vorrebbero allentare. Tutto in armonia con Roma: una trama si svolge nel quartiere delle Olimpiadi del 1960, un’altra più in periferia, una più in centro, una tra palazzoni, un’altra ancora addirittura è innescata lanciando una moneta nella fontana di Trevi. Là dove una qualsiasi commedia si perderebbe in tante tramette tutte uguali, Il dio dell’amore sa rendere appassionante ognuna delle sue molte storie d’amore intrecciate, soprattutto sa proiettarle sulla caratteristica principale di Roma, il suo essere un luogo che esiste da millenni. Tutte le questioni anche drammatiche o tragiche dei singoli personaggi non suonano infatti mai davvero importanti. Anzi, suonano sempre come una delle molte bagatelle ordinarie che si svolgono a Roma fin dai tempi di Ovidio, il quale per ricordarcelo di quando in quando torna in scena, alle volte anche solo per dare una spallata a un personaggio e farci capire quel che dobbiamo capire. E in questa impostazione e modo di raccontare storie emotivamente importanti, cioè levandogli importanza invece di enfatizzarla, c’è un segreto eccezionale di leggerezza ed efficacia.

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