Gilles de Maistre

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Distribuzione
Nazionalità
Presentazione e critica
Sun è una ragazzina di dodici anni cresciuta ascoltando dal nonno l’affascinante storia del “bambino struzzo perduto nel deserto”. La memoria orale del nonno diventa così un libro di successo e durante una serie di presentazioni Sun viene invitata a visitare il Sahara. Per lei è sempre stata una favola, un racconto magico da tramandare, finché nel cuore del deserto, ricostruisce l’incredibile vicenda di Hadara, un bambino nato in una famiglia nomade che, a soli due anni, si è smarrito durante una violenta tempesta di sabbia. Destinato a una morte quasi certa, viene invece salvato da un gruppo di struzzi che lo accolgono come parte del loro branco. Per dieci anni, gli animali gli offrono protezione e gli insegnano a sopravvivere tra dune e sole implacabile. Il regista francese Gilles de Maistre continua a lavorare su quello che è ormai un vero e proprio format di cinema spettacolare adatto a tutta la famiglia con la riproposizione di storie che vedono al loro centro la compresenza di un umano e di un animale. Basta citare i suoi titoli più recenti come Mia e il leone bianco, Il lupo e il leone, Emma e il giaguaro nero e Moon – Il panda, per capire le dinamiche narrative su cui ripete il suo schema Gilles de Maistre che lavora anche con la figlia attrice Neige, qui al terzo film con il padre, ma il primo in un ruolo importante, quello della giovane scrittrice Sun.
Ne Il figlio del deserto c’è sicuramente l’aspetto interessante della tradizione orale che passa dal nonno alla nipote con la verifica sul campo della leggenda del bambino che vive con gli struzzi. Ma è l’utilizzo del triplo flashback, con le tre diverse età di Hadara (2, 6 e 12 anni), unito alla voce fuori campo ad appesantire, da un lato, la narrazione e, dall’altro, a rendere evidente il carattere calligrafico dell’estetica del film. Da questo punto di vista l’utilizzo di animali reali, senza dunque l’uso di effetti digitali, rende certamente più autentico il film, ed è una scelta da apprezzare anche per il lavoro che sarà costato, ma non riesce a fare da contraltare a una messa in scena priva di qualsiasi sbavatura anche quando l’ambientazione è in pieno deserto del Sahara. La confezione di questi film – come i titoli appena citati – è apparentemente impeccabile, la fotografia è calda e suadente, il montaggio fluido e invisibile, la musica evocativa (il compositore è Armand Amar è autore anche delle musiche di Belle & Sebastien del regista e scrittore Nicolas Vanier, un altro autore francese molto attento alle favole ambientaliste), i costumi appena usciti dalla sartoria, ma a mancare è un po’ il cuore dell’imprevedibilità della messa in scena (anche nella costruzione del rapporto con gli animali), lo scarto che gli attori possono dare se non irreggimentati in una zona di comfort troppo prestabilita. Certo poi rivolgendosi anche al pubblico dei più piccoli, Il figlio del deserto utilizza dei – chiamiamoli così – trucchi narrativi che aumentano il coinvolgimento emotivo come quando seguiamo la parabola di vita di un fennec (la cosiddetta volpe del deserto) che, in quanto a empatia, è sicuramente più coinvolgente degli stessi struzzi. Ma anche così, il film trasmette comunque aspetti valoriali importanti che portano all’annullamento della distinzione tra specie o, meglio, al rispetto della diversità del mondo umano e animale e all’idea che è il fare i genitori a produrre la genitorialità, anche se si tratta di un grande uccello come lo struzzo (…).
L’elemento più affascinante del film è proprio la sua ispirazione a una storia vera, rielaborata attraverso uno sguardo poetico e cinematografico. La vicenda di Hadara (Nahel Tran), un bambino di appena due anni disperso nel deserto a causa di una tempesta di sabbia, assume contorni quasi leggendari: accolto da una famiglia di struzzi, cresce lontano dalla civiltà, sviluppando un legame profondo con la natura che lo circonda. Pur prendendosi alcune libertà narrative, il film mantiene una forte connessione con il senso di verità della storia, trasformando un evento straordinario in una riflessione universale sulla sopravvivenza, sull’istinto e sulla capacità dell’essere umano di adattarsi anche alle condizioni più estreme. Il cuore pulsante del film resta il percorso di crescita di Hadara, raccontato con grande sensibilità. Il deserto del Sahara non è soltanto uno sfondo spettacolare, ma diventa un vero e proprio personaggio, capace di influenzare ogni scelta e ogni trasformazione del protagonista. De Maistre evita facili scorciatoie emotive, costruendo invece un racconto fatto di silenzi, sguardi e piccoli gesti. La relazione con gli animali, in particolare con gli struzzi e con il fennec, non viene mai forzata, ma si sviluppa in modo naturale, rendendo credibile anche ciò che potrebbe sembrare incredibile. Il risultato è un equilibrio riuscito tra realismo e dimensione fiabesca.
A fare da cornice alla vicenda di Hadara è il percorso di Sun (Neige de Maistre), giovane scrittrice che ha trasformato in un libro le storie che le raccontava il nonno durante l’infanzia. Il successo internazionale del suo racconto la conduce fino al deserto, in un viaggio che assume un forte valore simbolico: quello del passaggio dalla narrazione alla realtà. L’incontro con Kharouba, ragazza del posto, introduce una nuova prospettiva e arricchisce il racconto di sfumature emotive. È attraverso il loro dialogo che la storia di Hadara si completa, creando un ponte tra due mondi lontani ma sorprendentemente vicini. Questo intreccio narrativo aggiunge profondità al film, sottolineando il potere universale delle storie di unire le persone. Uno degli elementi distintivi del cinema di Gilles de Maistre è l’utilizzo di animali reali, e anche in questo film tale scelta si rivela vincente. Come già accaduto in Mia e il leone bianco, il rapporto tra i giovani protagonisti e gli animali è autentico, mai artificiale. Gli struzzi e il fennec non sono semplici presenze sceniche, ma veri e propri coprotagonisti, capaci di trasmettere emozioni sincere. Questa scelta conferisce al film una dimensione quasi documentaristica, aumentando il senso di immersione e rendendo ancora più intenso il coinvolgimento dello spettatore. Il figlio del deserto è molto più di una storia di sopravvivenza: è un racconto sull’incontro tra culture, sull’importanza delle radici e sul valore della memoria. La figura di Hadara diventa simbolica, rappresentando un’umanità capace di adattarsi e di trovare equilibrio anche nelle situazioni più estreme. Allo stesso tempo, il viaggio di Sun in Africa riflette il desiderio di conoscere e comprendere l’altro, abbattendo le distanze geografiche e culturali attraverso il potere del racconto. Con una narrazione delicata ma coinvolgente, immagini spettacolari e un forte impatto emotivo, il nuovo film di Gilles de Maistre si conferma un’esperienza cinematografica intensa e toccante. Il figlio del deserto è una pellicola capace di affascinare spettatori di ogni età, un viaggio tra realtà e immaginazione che invita a riscoprire il profondo legame tra l’essere umano, gli animali e la natura. Un film da non perdere, soprattutto per chi cerca nel cinema emozioni autentiche e storie che restano impresse nel tempo.
