Il sentiero azzurro

Gabriel Mascaro

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Il Sentiero Azzurro, il film diretto da Gabriel Mascaro, è ambientato in un futuro prossimo, in una società in cui la produttività è diventata l'obiettivo principale. Il governo ha imposto una legge che obbliga gli anziani a trasferirsi in colonie residenziali, per ridurre i costi e ottimizzare le risorse. Si tratta di luoghi isolati dove possono vivere in tranquillità, ma senza alcun legame con la società e privi di qualsiasi ruolo attivo nel presente collettivo.
DATI TECNICI
Regia
Gabriel Mascaro
Interpreti
Denise Weinberg, Rodrigo Santoro, Miriam Socarras, Adanilo
Durata
85 min
Genere
Avventura
Drammatico
Fantasy
Sceneggiatura
Gabriel Mascaro, Tibério Azul
Fotografia
Guillermo Garza
Montaggio
Omar Guzmán, Sebastián Sepúlveda
Musiche
Memo Guerra
Distribuzione
Officine UBU
Nazionalità
Brasile, Messico, Olanda, Cile
Anno
2025

Presentazione e critica

A volte basta poco a capire se un film è buono. Perché basta poco a capire se il regista di turno è uno che ha qualcosa da dire – oltre che con la storia che sta andando a raccontare – anche con quello che mette sullo schermo, e nel modo in cui le cose e le persone e le azioni che inquadra e fotografa sono messe sullo schermo. E quando è iniziato Il Sentiero Azzurro – pure proiettato alle 9 del mattino, e senza che avessi preconcetti o aspettative – è stato facile capire che quel che il brasiliano Gabriel Mascaro aveva fatto meritava tutta la mia attenzione. Sono bastate due inquadrature iniziali, e poi dei titoli di testa in musica che, uno stacco di montaggio dopo l’altro, raccontano un mondo, uno stile, uno sguardo.

Poi arriva anche la storia, che non è meno importante, e che ancora una volta dimostra che Mascaro, pure da sceneggiatore, è refrattario al banale. Perché siamo in una zona amazzonica, in una piccola cittadina industrializzata, e seguiamo la storia di Teresa, una donna di 77 anni che lavora in un’azienda alimentare (macellazione e confezionamento di carne di alligatore). Ma questo non è il solito film naturalista, e subito ci viene spiegato che siamo in un prossimissimo futuro distopico, dove il governo ha deciso che gli anziani debbano tutti andare a finire in apposite colonie, cosicché i figli non si debbano preoccupare per loro e possano concentrarsi sul loro ruolo produttivo. Siccome Teresa non è mai stata e non ha mai avuto intenzione di gravare sulla figlia, siccome è chiaramente autonoma, e siccome questa storia della colonia – che un po’ significa il limbo prima della morte – non le va giù, inizia una personalissima e comica e psichedelica odissea all’inseguimento dei suoi sogni, o comunque della vita.

Vuole volare, Teresa, non l’ha mai fatto, ma per farlo deve navigare lungo il fiume con un contrabbandiere che la indottrina circa il potere profetico della bava azzurra di una rarissima specie di lumache. Poi incontra il pilota di ultraleggeri che potrebbe farle finalmente spiccare il volo, ma che è un incallito e inaffidabile giocatore d’azzardo, che perde tutto e si ubriaca, non prima di averle parlato di un misterioso casinò sul fiume che si chiama “Il pesce dorato”. E poi un’altra barca, una suora che forse non è una suora, e Teresa che utilizza la sua esperienza e le sue esperienze per comprarsi la libertà, che poi è la vita.
Poteva venire solo dal Sudamerica, questo Il Sentiero Azzurro, perché è uno di questi film (di quei libri, di quei testi) che, come da tradizione letteraria e cinematografica, non si accontenta della realtà e va alla costante ricerca dell’incanto, della magia, per citare un bel romanzo di Matteo Quaglia appena uscito per Nottetempo.

La realtà c’è, certamente, e nella storia di una politica che mira al confinamento e alla concentrazione dell’anziano, nel nome del capitale, di realtà ce n’è tanta. Ma c’è altrettanto e ancora di più incanto, un incanto che non viene solo dalle aperture psichedeliche (che sono più raccontate a parole, che mostrate), ma da una costante attenzione alla meraviglia e alla bellezza di quello che viene messo sullo schermo: foreste, anse tortuose, baracche e barconi, pesci e caimani, giovani e anziani, camionette della polizia comico-distopiche e occhi e corpi pieni di fatica e di speranza.Mascaro è artista visuale, oltre che regista, e questo suo film ha la forza evocativa di un’installazione, della videoarte. L’ancestralità senza tempo dell’Amazzonia è il teatro perfetto, e perfettamente fotografato dal film, per raccontare una storia e un personaggio che travalicano i loro confini fisici e sono imbevuti di una vitalità irredenta e gioiosa, magica e trascinante. Bellissima da vedere e godere con gli occhi e i sensi, prima ancora che con la ragione.

Cominsoong

Divertente, ironico, bizzaro e grottesco. Il sentiero azzurro è la storia di un viaggio, di una fuga. Ha come protagonista Tereza, una donna che a 77 anni viene considerata dal governo ormai inutile al sistema produttivo del paese e destinata ad andare in una colonia, dove dovrebbe passare il suo tempo insieme ad altri vecchi come lei. Per conoscersi, divertirsi ed aspettare la morte, questo potrebbe recitare lo slogan, dopo averne limitato gli spostamenti, averne marchiato la casa come onorificenza, una vecchia usanza nazista, ed averla spogliata dei suoi diritti assegnandole d’imperio una tutela della figlia che la priva di fatto delle sue libertà e dei suoi diritti. Ma la donna, compresa l’assurdità della faccenda, fa l’unica scelta possibile, e si ribella alla deportazione. Sceglie il rifiuto, cammina per le strade e vede le mura piene di scritte ostili al governo. Naviga lungo il Rio delle Amazzoni e cerca un aiuto in quella sacca di resistenza alimentata dagli ideali o dal denaro. Intraprende un cammino, e lungo la strada fa degli incontri, avventurieri e capitani di mare e suore non credenti, altre solitudini come la sua, incrocia la solidarietà ma anche angelici delatori dalla bella faccia. Straordinaria la protagonista Denise Weinberg nel restituire lo sdegno, un’espressione incredula e caparbia, e bravi gli altri interpreti che potenziano ed esaltano la sua performance.

Il sentiero azzurro è una storia distopica inserita in un classico stato di polizia, eppure non troppo lontana dalla realtà del paese sotto il regime di Bolsonaro. Ambientato in un tempo indefinito dal passato o del futuro, con dei toni di ilarità e malinconia, ed una fotografia impreziosita dalla luce del sud del mondo che sottolinea l’aspetto onirico, il film ricorda l’importanza di lottare, di non dare niente per scontato e di non firmare cambiali in bianco. Il sentiero azzurro è un road movie politico, con delle punte di visionarietà tra i colori dell’ acqua e dell’orizzonte, il volo degli uccelli che invadono il cielo, ed un vertice incredibile in una straordinaria sequenza di lotta tra due pesci tropicali. Non ha bisogno di proclami ed eccessive linee di dialogo. Sono piuttosto le immagini a riprodurre l’insensata profezia, ed in quella riserva comica nel trattare il problema, il film inventa un valore aggiunto e suggerisce come i modi di combattere l’ignoranza e l’arroganza dilagante negli stati repressivi siano tanti, e quello principale stia nel rifiuto di misure di controllo sprovviste di raziocinio, oltre che umilianti e disumane.

Sentieriselvaggi