La torta del presidente

Hasan Hadi

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Primavera 1990. Sull'Iraq pesano le sanzioni dell'ONU, che rendono difficile per la popolazione procurarsi cibo e medicine. Eppure, nonostante la carestia, come ogni anno, in tutte le scuole del Paese è obbligatorio festeggiare il compleanno del presidente Saddam Hussein. L'ingrato compito tocca in sorte a Lamia, una bambina di nove anni che vive con la nonna in una casa galleggiante di fango e giunchi. Le due donne partono, dunque, all'alba alla volta della città per procacciarsi gli ingredienti necessari, in compagnia di Hindi, un gallo che Lamia porta sempre con sé nel marsupio e che considera il suo migliore amico.
DATI TECNICI
Regia
Hasan Hadi
Interpreti
Baneen Ahmad Nayyef, Waheed Thabet Khreibat, Sajad Mohamad Qasem, Muthanna Malaghi
Durata
102 min.
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Hasan Hadi
Fotografia
Tudor Vladimir Panduru
Montaggio
Andu Radu
Musiche
Omar El-Dee
Distribuzione
Lucky Red
Nazionalità
Irak, Qatar, USA
Anno
2025

Presentazione e critica

Nessuno si era mai azzardato a raccontare un anno cruciale come il 1990 per l’Iraq. Almeno nessun regista locale, come l’esordiente Hasan Hadi, che per il suo primo film ha voluto pescare a piene mani dai suoi ricordi d’infanzia per costruire una storia semplice, archetipica e dal sapore del neorealismo più nobile, quello capace di commuovere con il pudore, di utilizzare il punto di vista dei più indifesi, in questo caso dei bambini, per raccontare cosa voleva dire vivere in quel paese e in quegli anni. Non che oggi sia molto più semplice, ma con difficoltà e tanta passione si sta ricostruendo (anche) un cinema iracheno. E forse grazie alle solidi basi del successo de La torta del presidente, vincitore della caméra d’or per la migliore opera prima al Festival di Cannes, per decisione di una giuria presieduta da Alice Rohrwacher, anche il governo capirà come sia cruciale sostenere l’arte per rendere sempre più libero, e diremmo “normale”, un paese dalla cultura così antica come quello bagnato dal Tigri e dal’Eufrate. E proprio nelle paludi mesopotamiche Hadi sceglie di ambientare la prima parte della sua storia, un luogo che ha visto nascere il racconto epico con Gilgamesh e la civiltà sumera e babilonese. In una scena, sullo sfondo, appare anche il mitico Ziggurrat di Ur, nei pressi di quella Nassiriya diventata tristemente famosa per un attentato di cui furono vittima i carabinieri di stanza da quelle parti, appena poco dopo il periodo in cui il film di Hasan Hadi è ambientato.

Mentre gli iracheni sono duramente provati dal regime di Saddam Hussein, e dalle sanzioni internazionali dell’inizio degli anni ’90, nelle scuole c’è un giorno diverso dagli altri. Come per molte dittature, anche quella sanguinaria e dalla patetica parvenza bonaria del raiss prevedeva festeggiamenti di popolo per il compleanno del leader supremo. In particolare, in tutte le scuole era d’obbligo scegliere casualmente uno studente che preparasse una torta per Saddam, possibilmente con molta panna, come richiede il maestro nel film, che sarà il consumatore finale del dolce. Maestro rigorosamente con baffo aggressivo e capello tinto per scimmiottare anche nelle fattezze il “presidente”. La piccola Lamia, di 9 anni, ha invocato qualsiasi intervento divino per non essere scelta per il complesso, e oneroso incarico, specie per una comunità come di contadini molto poveri, senza genitori e con solo la nonna a crescerla. Ovviamente, e molto laicamente, nessun intervento soprannaturale ha salvato la coraggiosa bambina, che si mette in viaggio con il suo migliore amico Saeed, e la nonna, per rimediare gli ingredienti nella capitale. Inevitabili tante peripezie e avventure, in qualche caso buffe, più spesso beffarde e molto tristi. Se evidente è l’ispirazione e il debito di riconoscenza per il nostro neorealismo, cercando di contaminarla con la lezione contemporanea del realismo magico, pur non dimenticando l’impianto di una visione ancorata alla realtà fino ai dettagli, si respira a pieni polmoni la lezione del viaggio di un Pinocchio, con la sua commistione di sogno infantile e di malinconia, di incontri con una sfilza di adulti, alternativamente empatici alleati o mostri tentatori verso la cattiva strada. La torta del presidente è un film che capovolge per la sua purezza di racconto, per un pudore che non dimentica i mali del mondo e diventa profondamente politico pur non rivendicandolo apertamente. Basti pensare al viso segnato dal sole e dagli anni della nonna, o quello indomito della bambina con il suo gallo in braccio, pronto a cantare per annunciare più tragedie in arrivo che liete novelle, ma che non si fa scoraggiare dalla morte e dal dolore, pronta a camminare, sguardo fiero, verso un futuro diverso, suo e della sua terra.

 

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Nelle paludi mesopotamiche, tra canoe, lanterne e cieli attraversati dal rombo dei caccia, l’infanzia di Lamia non viene semplicemente minacciata: viene lentamente requisita da un ordine politico che pretende obbedienza perfino là dove dovrebbero esistere soltanto fame, cura, sopravvivenza. Hasan Hadi sceglie così la via più difficile e più giusta: raccontare la dittatura non dal centro del potere, ma dal margine tremante di una bambina costretta a preparare una torta per il compleanno di Saddam Hussein e a mettersi in viaggio, insieme a Bibi (Waheed Thabet Khreibat), la sua anziana tutrice, verso Baghdad, alla ricerca d’ingredienti ormai quasi introvabili mentre il Paese s’inabissa nelle sanzioni, nella miseria e nella paura. A rendere quel compito ancora più terribile non è soltanto la fame, ma la minaccia concreta della punizione: chi non si conforma viene esposto all’umiliazione pubblica, trasformato in esempio perché tutti imparino a temere. (…) Lamia, interpretata con impressionante fermezza da Baneen Ahmad Nayyef, non compie soltanto un viaggio materiale: attraversa un sistema morale deformato, in cui ogni gesto di sopravvivenza implica un compromesso, ogni aiuto possibile reca con sé un’ombra, ogni figura adulta appare segnata da una rassegnazione che ha smesso da tempo di distinguere tra prudenza e resa.

In questo senso, la forza del film sta anche nel non trasformare mai Lamia in una figura puramente emblematica del dolore infantile: il suo sguardo resta diffidente, concreto, capace di una lucidità che non coincide con l’artificiosa saggezza attribuita a tanti bambini-simbolo, ma con una forma più aspra e meno consolatoria di adattamento. Lamia non “rappresenta” l’innocenza perduta; la custodisce, la difende, la contraddice, la negozia a ogni passo con un mondo che le chiede di smettere troppo presto di essere bambina. Partita insieme a Bibi in cerca degli ingredienti necessari, Lamia intuisce poco a poco che quel viaggio potrebbe chiederle qualcosa di più della fame e della paura: la rinuncia a se stessa, la possibilità di essere data via in nome di una sopravvivenza che non sa più proteggere. Accanto a lei, il piccolo Saeed (Sajad Mohamad Qasem), anche lui immerso in una ricerca dettata dalle celebrazioni imposte dal regime, e già segnato da una precoce familiarità con la miseria e con l’astuzia necessaria a sopravvivere, non funziona come semplice spalla narrativa, ma come controcampo umano e affettivo, presenza che trattiene il film dal precipitare in una meccanica univocamente simbolica e lo restituisce invece alla vibrazione instabile dell’infanzia, a quella zona in cui il gioco, la fame, la paura e la lealtà continuano ancora a confondersi. Vincitore della Caméra d’Or a Cannes e del Premio del Pubblico alla Quinzaine des Réalisateurs, il film porta con sé, senza mai esibirli come garanzia, echi del grande cinema iraniano – da Kiarostami a Panahi – e una sensibilità neorealista che Hasan Hadi assorbe per poi restituire in una forma personale. Ed è proprio sul piano della forma che La torta del Presidente mostra con maggiore nettezza la maturità di un cinema già sorprendentemente sicuro. La fotografia di Tudor Vladimir Panduru, girata su pellicola, non si limita a ricostruire un’epoca, ma ne restituisce le superfici, le temperature, le screpolature sensibili, opponendo all’immagine più convenzionale dell’Iraq come spazio monocromo e polveroso un mondo saturo di verdi acquatici, di blu freddi, di bagliori naturali che attraversano il giorno e la notte senza mai cercare l’effetto pittorico.

(…) Ma il film non si limita a registrare l’urto tra innocenza e potere: nel corso del viaggio allarga progressivamente il proprio sguardo fino a trasformarsi in un ritratto disseminato della durezza umana, in cui la dittatura non appare soltanto come un sistema politico, ma come una pedagogia della paura che ha deformato i comportamenti, impoverito i gesti, corroso perfino le forme elementari della solidarietà. Perfino il linguaggio infantile è già colonizzato da questa pedagogia, costretto a ripetere slogan di devozione assoluta che svuotano l’obbedienza di ogni residuo simbolico e la trasformano in riflesso, in automatismo, in una precoce vendita dell’anima. La dittatura, del resto, non s’impone davvero soltanto quando punisce, ma quando riesce a rendere naturali i propri gesti, a infiltrarsi nelle formule della devozione, nei riti dell’infanzia, perfino nell’economia minima della sopravvivenza. È questo che il film coglie con più precisione di molti racconti apertamente militanti: il momento in cui il potere smette di apparire eccezione e diventa atmosfera, grammatica quotidiana del timore. Hadi non cerca mai di trasformare i suoi personaggi in emblemi o in (…) È allora che la torta smette definitivamente di essere un semplice oggetto narrativo e si rivela per ciò che era fin dall’inizio: la forma grottesca e tremenda di un potere che pretende amore, festa, riconoscenza da chi non possiede neppure il necessario per vivere. Nel farlo, Hadi realizza un’opera prima di rara compattezza, capace di tenere insieme precisione storica, finezza sensibile e dolore politico, e soprattutto di restituire all’infanzia non un valore simbolico astratto, ma la sua concreta, vulnerabile esposizione al male del mondo.

 

Quinlan