Marty supreme

Josh Safdie

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Marty Mauser è un venditore di scarpe con un’irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni ’50 fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario.
DATI TECNICI
Regia
Josh Safdie
Interpreti
Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Fran Drescher, Odessa A'zion, Sandra Bernhard, Abel Ferrara, Penn Jillette, Spenser Granese, Tyler the Creator, Kevin O'Leary
Durata
149 min.
Genere
Commedia
Sceneggiatura
Josh Safdie, Ronald Bronstein, Shadmehr Rastin
Fotografia
Darius Khondji
Montaggio
Ronald Bronstein, Josh Safdie
Musiche
Daniel Lopatin
Distribuzione
I Wonder Pictures
Nazionalità
USA
Anno
2025

Presentazione e critica

Che stile che c’è in Marty Supreme! E lo stile al cinema è tutto. Lo stile è l’intrattenimento, è la parte politica, è ciò che veicola il senso stesso del film. Dirigendo questo film Josh Safdie ha dimostrato che era lui quello che dava lo stile ai film fatti insieme al fratello Benny (Good Times, Heaven Knows What e Diamanti Grezzi): uno stile che nasce dalla mirabile unione di come scrive (e fa scrivere) le sceneggiature, come coordina la fotografia, come impone il montaggio e dirige gli attori. E con questo stile, anche storie abituali possono dire cose nuove e uniche. In questo caso si parla di Marty Mauser, un uomo dell’America del 1952, giocatore di ping pong in un’epoca in cui quello sport era poco conosciuto negli Stati Uniti. Lavora in un negozio di scarpe per mettere insieme i soldi necessari a partecipare al grande torneo mondiale. Il suo obiettivo è diventare famoso e ricco, vincere, importare il ping pong in patria e venderne il merchandising. Non ha aspirazioni sportive ma di successo, lo dice chiaramente. Ma al torneo trova un avversario insormontabile, e per tutto il film si batterà contro tutto e tutti per ottenere una rivincita.

Sembra una storia di ping pong, questa, ma non lo è (anche se le scene del torneo sono fantastiche). Marty Supreme è un film che si chiede: un uomo da solo, con le sue sole forze, può vincere contro il denaro? In tutta la storia si parla molto più di soldi che di sport: Marty deve scalare la gerarchia del capitalismo, da commesso fino a campione famoso, ma per farlo deve mettere insieme dei soldi in poco tempo. Non è diverso da quanto succedeva a Howard, protagonista di Diamanti grezzi. Lì c’erano le scommesse, qui il ping pong; in entrambi i casi, c’è una svolta da raggiungere e il denaro come ostacolo.

Il tutto è ancora più significativo se calato nell’America degli anni Cinquanta, tutta mito dell’opportunità e dell’ascesa sociale. Il delirio che si abbatte su Marty, e che lui fieramente riesce a cavalcare, è il cuore di questa lotta impari. Quante prove deve affrontare, quanta furia serve per sovvertire l’ordine naturale del capitalismo? Ovviamente è una storia di vincenti come il cinema americano racconta da sempre, ma non è mai stato così evidente che il sistema in cui il denaro muove tutto non è quello che dà le opportunità ma quello che impedisce di raggiungerle. C’è un momento tra i più memorabili, in cui la personificazione del capitale schiaffeggia Marty sulle natiche nude, umiliandolo pubblicamente. È una scena che sembra uscita da un film italiano degli anni ’60 sul boom economico, con Sordi o Tognazzi che si umiliano per aspirare al benessere, e spiega bene quale sia la vera radice di Marty Supreme.

E nonostante sia un film con ambizioni commerciali, di grande intrattenimento e con un ritmo indiavolato, Marty Supreme lo racconta come fanno i film di ricerca contemporanei: con un eccesso di trama. Ci sono troppe storie, troppi intrecci per poterli seguire tutti. Ognuno potrebbe essere un film a sé, e invece qui si susseguono: l’amico tassista, i genitori che lo vogliono trattenere, il torneo, la relazione con l’attrice decaduta, la fidanzata incinta, il cane perduto da un mafioso, e poi ritrovato da un villico, le truffe ai paesani, l’amico con un flashback sull’Olocausto, il furto al negozio di scarpe, e perfino uno spunto di vampirismo. Questo vortice di eventi è costruito metodicamente: con la colonna sonora, le inquadrature dense, e con la recitazione di Chalamet, bravissimo nel non farsi schiacciare da un film che sembra triturare ogni personaggio, ma anzi in grado di guidare questa orda di trama, sempre un passo avanti. E il simbolo di come lui sia alla testa del tornato e quella camminata molleggiata che ha creato per Marty, è anche grazie a quello swag che abbiamo l’impressione che Marty non sia una vittima degli eventi, ma il motore stesso di quella furia. In questo film, che non è per i deboli di cuore, quasi ogni scena ha due livelli: ciò che viene detto e ciò che succede mentre si parla. A volte sono in armonia, a volte in conflitto aperto (come nella scena della vasca da bagno, l’apice del tornado). Tutto concorre a definire lo sforzo di mantenere il controllo su una vita ambiziosa.

 

Wired

Nella New York dell’immediato dopoguerra, Marty Mauser, venditore di scarpe di giorno e pongista di genio la notte, è pronto a tutto per vincere ed elevarsi socialmente. Armato di una fiducia incrollabile e di un carisma destabilizzante, Marty vola a Londra per partecipare al campionato mondiale di tennis da tavolo. Ma in finale è clamorosamente battuto da Endo, prodigio giapponese che riscatta un Paese provato duramente dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Ossessionato da quella sconfitta, vuole la rivincita, a tutti i costi e contro il mondo che sembra impedirgli di realizzare il suo sogno. Malgrado tutto, Marty ha sempre una pallina nella manica. La convenzione vuole che le osservazioni sugli attori siano relegate alla fine delle recensioni. Ma l’elogio di Timothée Chalamet non può aspettare tanto, perché l’attore franco-americano gioca (letteralmente) il ruolo della vita, articolando parola e corpo e confondendo i confini tra la realtà e l’infaticabile ricerca del suo personaggio.

Follemente energico, è presente in ogni scena per due ore e trenta minuti, con occhiali rotondi, baffetti a penna e un piglio vanaglorioso e delirante mentre calza scarpe alle signore come in un film di Truffaut (Baci rubati). E rubati sono pure gli amplessi che consuma nel retrobottega con la donna di un altro e i soldi per guadagnarsi la terra promessa. Da qualche parte a New York, cuore battente e ricorrente protagonista della filmografia dei fratelli Safdie, Marty/Chalamet è sempre in movimento, attraversa il film come un tornado, con le dita nella presa, senza smettere di parlare e di scommettere su se stesso. Il suo piano? Vincere i campionati del mondo di ping pong, estinguere i debiti e diventare semplicemente il migliore per vivere felicemente. Naturalmente, il progetto si ritorcerà contro di lui in modo spettacolare perché Marty è un magnifico perdente, un giocatore d’azzardo che preferirebbe scommettere sempre i suoi soldi piuttosto che spenderli.
Un personaggio esagerato, vittima consenziente della propria autodistruzione, sullo stampo di Howard Ratner (Diamanti grezzi), un altro newyorkese e mascalzone patetico destinato al disastro. Se la scelta di aprire un film ambientato negli anni Cinquanta sulle note di “Forever Young” degli Alphaville può sconcertare, e la scena in sé è sorprendente, la selezione anacronistica dei brani acquista rapidamente un senso. Le composizioni elettroniche di Daniel Lopatin infondono una vitalità cosmica e un tocco fantasmagorico a questa favola sulla persistenza del sogno americano. Mai uno sport apparentemente innocuo come il ping pong è parso così eccitante da meritare il grande schermo. Marty Supreme dispiega un racconto denso, alimentato instancabilmente da nuove peripezie e da una moltitudine di personaggi singolari e diversamente canaglieschi, che procura uno straordinario senso di stordimento. A contare è il flusso ininterrotto di scene della vita quotidiana, professionale e sentimentale di un eroe in ambasce perenne e perfettamente aderente all’estetica serrata di Safdie. Sublimato dalla fotografia di Darius Khondji, che detta da sola lo stile del film, l’ambiziosa fuga in avanti di Chalamet sfida ogni tentativo di comprensione psicologica e di giudizio. Anche quando la frenesia assume una sfumatura malinconica, il mistero rimane, la sua opacità terrorizza ed eccita insieme, come quegli incubi di cui non possiamo fare a meno di prolungare i tormenti, per provare che siamo ancora vivi. Così Safdie sottopone lo spettatore a un ciclone di pessime decisioni prese dal suo eroe che ha una sola ambizione in testa, diventare il campione mondiale di uno sport che nessuno prende sul serio. Non in America e non nel suo entourage, perché Marty è nato nell’epoca sbagliata, nel Paese sbagliato e col talento sbagliato per diventare ricco e famoso.

 

 

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