Michael

Antoine Fuqua

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Michael, film diretto da Antoine Fuqua, porta sullo schermo la storia, la carriera e l’eredità di Michael Jackson, una delle figure più iconiche e influenti della storia della musica mondiale. Il film ripercorre tutta la sua vita, dalle prime esibizioni da bambino nei Jackson 5, passando per la dura disciplina e gli abusi subiti dal padre Joe Jackson, fino all’ascesa fulminante che lo ha consacrato come Re del Pop. La narrazione esplora la nascita del suo talento precoce e la sua trasformazione in un artista visionario, animato da un’ambizione creativa inarrestabile e da una costante ricerca della perfezione. Dalle rivoluzionarie performance soliste degli anni Settanta ai record raggiunti con Thriller, dall’acquisto della tenuta di Neverland alle sue iniziative di beneficenza, il film mostra Jackson sia come fenomeno globale sia come uomo, gettando luce sulle complessità della sua vita privata.
DATI TECNICI
Regia
Antoine Fuqua
Interpreti
Jaafar Jackson, Miles Teller, Colman Domingo, Nia Long, Juliano Valdi, Joe Gillette, Kat Graham, Laura Harrier, Larenz Tate, Derek Luke, Jessica Sula, Kendrick Sampson, Joseph David-Jones
Durata
127 min
Genere
Biografico
Drammatico
Musicale
Sceneggiatura
John Logan
Fotografia
Dion Beebe
Distribuzione
Universal Pictures
Nazionalità
USA
Anno
2026

Presentazione e critica

Michael è un bambino pieno di sogni e di talento. Balla e canta in modo unico, si esibisce con i fratelli nel gruppo Jackson 5 e interpreta la musica come un meraviglioso strumento per cambiare il mondo. Cresce con il mito di Peter Pan e sogna di fare del bene attraverso la musica, ma si trova a crescere con un padre opprimente, che non esita a tirare fuori la cinta per imporre il suo volere. Ma Michael è destinato a diventare un’icona, la sua ascesa da solista va di pari passo con l’intima urgenza di avere sempre maggiore emancipazione dalla figura paterna, fino al “divorzio professionale” decretato via fax dal suo nuovo avvocato Branca, che gli starà accanto tutta la vita e oltre. Nel frattempo, tra un animale esotico e l’altro nella sua villa, il suo successo non si arresta, anzi spicca il volo: Off the Wall, Thriller e Bad, il resto è storia.
Più che un biopic fedele alla verità dei fatti, Michael è uno spettacolare evento musicale. Era un azzardo già sulla carta realizzare un film su Michael Jackson, figura così complessa e piena di sfaccettature da richiedere una presa di posizione, la scelta di quale parte della storia (non) raccontare. Celebrativo, edulcorato, agiografico, ma anche travolgente e scatenato, Michael si rivela il fan-movie perfetto per i nostalgici del Re del Pop e per tutti gli appassionati di danza, grazie al suo ritmo incandescente, a musiche e coreografie capaci di coinvolgere e trascinare il più algido degli spettatori.

Antoine Fuqua si assume la responsabilità di raccontare una delle icone più osannate e criticate del mondo, e per farlo sceglie – per evidenti questioni legali – di sacrificare una parte della storia: quella processuale, legata alle gravi accuse di pedofilia e molestie su minori. Non c’è neanche l’ombra di tutto questo nel film che tutta la famiglia Jackson ha approvato (tranne la sorella del cantante Janet e la figlia Paris Jackson), a riprova che dietro l’operazione nostalgia c’era l’intento di riabilitare la figura di Michael Jackson.

Alle nuove generazioni, a cui il film è chiaramente dedicato, si intende consegnare un messaggio preciso: «Guardate come nasce un’icona e cos’è riuscito a fare Michael partendo dal nulla». Con il linguaggio dell’american dream tale si invita ad ammirare il genio di un mito che torna in vita sullo schermo grazie a due straordinari talenti, incredibilmente esordienti: Juliano Krue Valdi, un eccezionale Michael Jackson bambino, e Jafaar Jackson, nipote diretto di Michael, figlio del fratello Jermain, membro dei Jackson 5. Il lavoro che fa Jafaar è impressionante da ogni punto di vista: mimetico, vocale, coreografico. Non sbaglia un colpo nella sua performance da brividi, sembra di rivedere la popstar rediviva salire sul palco o esibirsi davanti alla cinepresa.

Ogni movimento è maniacalmente studiato al dettaglio e riprodotto fedelmente in modo quasi documentaristico, ma a colpire non sono solo le mosse leggendarie – il moonwalk su tutte, sulle note di Billie Jean -, i costumi e le scenografie, ma anche lo sguardo di Jackson, velato da una sottile malinconia. Sono tante le emozioni che attraversano il film e arrivano a contagiare il pubblico, che non può non tifare per questo bambino fuori dal comune, vessato dal padre e tuttavia determinato a non mollare, a sognare in grande contro tutto. Non può non empatizzare con la star che Mtv non voleva per il colore della sua pelle, non può non applaudire il divo finito in ospedale, dopo l’incidente del 1984 in cui la sua testa prese fuoco, e, dopo aver parlato con i bambini del centro ustioni del suo ospedale, decide di devolvere a loro il suo cachet.
È e vuole essere sin dalle prime scene un film da grande pubblico, Michael, e ci riesce perché sa commuovere, esaltare, ispirare, divertire e far cantare e ballare chi guarda. È tuttavia anche un film a tesi, con l’obiettivo preciso di raccontare solo un volto di Michael Jackson, quello più determinato, emancipato e filantropico, con una sceneggiatura – vero punto debole dell’operazione – troppo volta al firmarne un dramma familiare, in una continua evidente ricerca di equilibrio tra la celebrazione euforica del talento creativo e l’approfondimento intimo dell’uomo dietro l’icona. Il risultato è un ritratto potente, motivante, per quanto a un certo punto si distacchi drasticamente dalla realtà dei fatti.

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Come si racconta una leggenda al cinema? Le strade, bene o male, sono sempre le stesse. C’è chi sceglie la via del biopic celebrativo, lineare e rassicurante, e chi prova a scavare davvero, selezionando momenti chiave e mettendo in discussione il mito. Ma quando il soggetto è Michael Jackson, il problema non è cosa raccontare: è come farlo. Significa muoversi su un terreno minato, costellato di aspettative e, soprattutto, di immagini già scolpite nell’immaginario collettivo. Il rischio? Tirar fuori un santino oppure, al contrario, un’operazione troppo fredda e analitica. Michael, diretto da Antoine Fuqua, prova a stare esattamente nel mezzo. Il risultato, però, è più vicino alla prima che alla seconda opzione.

Il film ripercorre parte della parabola artistica di Jackson: dagli esordi con i Jackson 5 negli anni Sessanta fino all’apice del successo con il Bad World Tour. A interpretare il Re del Pop sono Juliano Valdi e soprattutto Jaafar Jackson, che si rivela sorprendentemente azzeccato. Dal punto di vista visivo, c’è poco da dire: il film è inattaccabile. La ricostruzione è maniacale, quasi filologica. Tutto, dalle coreografie, ai costumi, alle movenze, è riprodotto con una precisione che rasenta il mimetismo. Valdi e Jackson non interpretano Michael, lo incarnano. E lo stesso vale per le sequenze più iconiche: il moonwalk al Motown 25, l’incidente Pepsi, il videoclip di Thriller ricreato nei luoghi originali. Si percepisce in ogni momento la devozione autentica del team di professionisti (dai coreografi Rich + Tone, al make up artist Bill Corso) che ha dato vita al film, composto anche da persone che Jackson lo hanno conosciuto davvero e desiderose di onorare tanto l’icona quanto l’uomo. Ma è proprio qui che emerge il limite più grande del film, sul quale torneremo tra un attimo. Più che l’apologia di una popstar, Michael è la storia di una ferita mai rimarginata, perché Jackson non riuscì mai davvero a sottrarsi a quell’infanzia dolorosa. E il film lo suggerisce chiaramente mostrando l’attaccamento dell’artista ad un mondo fatto di evasione, o l’ingenua vanità che passa anche attraverso la trasformazione del corpo con la chirurgia. Non è un caso che il biopic si chiuda con Bad. Una hit che, più che celebrare la ribellione, parla di identità, pressione sociale e bisogno di affermazione. ‘Bad’ non significa essere cattivo, ma essere abbastanza forti da non piegarsi al giudizio degli altri né tradire se stessi. Ed è esattamente questo il conflitto che attraversa tutto il film: l’immagine contro l’identità. Michael che cerca di definire chi è sotto lo sguardo costante del mondo e, soprattutto, di quel padre violento e tirannico. Il problema però è un altro. Michael, si diceva, era un progetto pericolosissimo e pieno di trappole, in cui in parte cade. La grandezza dell’artista non stava nell’essere perfetto, bensì nell’essere profondamente umano, contraddittorio e fragile. Proprio per questo, avrebbe meritato un racconto a tutto tondo, capace di abbracciare anche le sue zone d’ombre, e non di ridurlo a un’icona angelicata, geniale e irreprensibile. Invece, il film non si sporca le mani. Preferisce la favola edificante alla complessità: tutto è levigato da una narrazione piena di frasi ad effetto e momenti costruiti per emozionare, senza mai affondare il colpo. E non si tratta d’indugiare nel morboso o nel già noto, ma di edulcorare le crepe che hanno contribuito a definire l’uomo dietro il mito. E questo è un limite enorme.

Quel rifugio emotivo che l’artista costruisce tra un immaginario disneyano e animali esotici da coccolare è il tentativo di colmare un vuoto mai risolto, inseguendo un ideale di sé sempre più distante dalla realtà. Man mano che Michael si afferma, la sua musica diventa catarsi personale e mitopoiesi collettiva, ma anche uno specchio delle sue insicurezze. Il problema è che questa intuizione si ferma un passo prima di diventare davvero materia narrativa. Michael resta così un film esteticamente impeccabile, ma inevitabilmente condizionato da una lavorazione travagliata (iniziata nel 2019 e segnata da rinvii, riscritture e riprese aggiuntive) e da un’impostazione fin troppo prudente. Ciò che rimane è uno spettacolo potente e trascinante. Ma anche la sensazione che si potesse osare di più. Che dietro alla leggenda ci fosse una storia più contraddittoria e più vera. E che il film, pur sfiorandola, abbia scelto di non raccontarla fino in fondo.

Cominsoong