Nino

Pauline Loquès

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Alla vigilia del ventinovesimo compleanno Nino viene informato in ospedale che il suo mal di gola è in realtà un cancro e che perciò deve iniziare la chemioterapia da lì a tre giorni. Tre giorni attraverso una Parigi quotidiana e bellissima (ha dimenticato le chiavi e non può rientrare in casa), per metabolizzare la notizia traumatica e tentare di condividerla con qualcuno, dalla mamma al migliore amico che gli ha organizzato un party a sorpresa, dalla ex fidanzata a una vecchia compagna di scuola. Fino a uno sconosciuto eccentrico e gentile incontrato in un bagno pubblico.
DATI TECNICI
Regia
Pauline Loquès
Interpreti
Théodore Pellerin, William Lebghil, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Camille Rutherford, Estelle Meyer, Balthazar Billaud, Alexandre Desrousseaux
Durata
97 min
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Pauline Loquès
Fotografia
Lucie Baudinaud
Montaggio
Clémence Diard
Distribuzione
Filmclub Distribuzione Minerva Pictures
Nazionalità
Francia
Anno
2025

Presentazione e critica

Siamo fin troppo abituati a un cinema di uomini che raccontano le donne. È più raro imbattersi nel contrario, poiché le registe donne sono molte meno, di conseguenza, ne approfittano – giustamente – per esplorare il mondo femminile dal loro punto di vista. Con le debite eccezioni del caso: da Beau Travail (1999), di Claire Denis, a Somewhere (2010), di Sofia Coppola, fino a The Power of the Dog (2021), di Jane Campion. Ciò che ha spinto l’esordiente Pauline Loquès a realizzare Nino è stata una vicenda che l’ha colpita nell’intimo, come racconta lei stessa nelle note di regia: un suo parente morto di cancro ancora in giovane età. Nasce così il personaggio del quasi trentenne Nino Clavel, interpretato magnificamente dal quebecchese Théodore Pellerin, il quale scopre per caso di avere un tumore alla gola. Gli viene detto un po’ sbrigativamente e senza molto tatto da una dottoressa, convinta che lui sia già stato informato della diagnosi. Non il migliore dei modi, insomma, ammesso e non concesso che ce ne sia uno. A volte un film deve buona parte della sua riuscita al fatto di indovinare l’attore giusto. Pellerin presta a Nino i suoi occhi grandi e vagamente smarriti, e quell’espressione sul volto che è come una domanda costante e inespressa. Ma questo non gli impedisce di interagire con gli altri. È attraverso i suoi occhi, il suo animo gentile e delicato, che la regista racconta ciò che gli succede nell’arco di quattro giorni. In secondo luogo, un film che esplora in modo così intimo e ravvicinato una grande sofferenza individuale ha solo da guadagnare nel farlo con misura e con la giusta distanza. Pauline Loquès dimostra di avere le idee chiare in fatto di direzione degli attori, di messa in scena, nonché nella scelta di una colonna sonora mai insistente o ricattatoria. Tutto è improntato a restituire la dignità di un giovane uomo che soffre, perennemente indeciso tra il confidarsi con gli altri e il gestire da solo questa“novità” che, senza chiedere il permesso, ha fatto irruzione nella sua vita.

Strutturato a episodi (l’ospedale, la madre – interpretata da Jeanne Balibar –, l’ex fidanzata, la festa a sorpresa, l’ex compagna delle elementari e mamma single), il film scandisce il tempo interiore di Nino, semi-paralizzato in una condizione di attesa, all’interno della quale prova a rigirarsi e, a tentoni, a cercare una via d’uscita. Va detto che non sempre la regista sia sempre in grado di estrarre la medesima densità da queste diverse situazioni, ma è indubbio che riesca sempre e comunque a non sperperare quel senso di compressione che emerge al cospetto di una sentenza non impugnabile, ancorché non definitiva. C’è poi un altro aspetto interessante che va ad arricchire l’interiorità e il modo di reagire di Nino, ed è il senso di vuoto ingenerato dall’assenza del padre, morto in un incidente quando lui era ancora piccolo. Sarebbe banale e pretestuoso ipotizzare che sia quella mancanza incolmabile e lancinante a tradursi, previa meccanismo psicosomatico, in malattia. Ciò che importa è come essa agisca sulla sua psiche e contribuisca a porlo nei confronti dei suoi cari, degli amici, degli estranei. Il tempo di Nino, perciò, è quello di un’assenza all’interno di un’attesa: quattro giorni che paiono interminabili e che si srotolano di fronte a lui come un tappeto di esili, flebili possibilità, in dialoghi scarni, in una frase da dire o da non dire. Così tante domande, così poche risposte. Come spesso accade nei momenti decisivi dellavita, tutto sembra banale, fuori contesto, dissonante rispetto al nostro sentire, o semplicemente indifferente. Al limite, ci lasciamo distrarre per un momento da un incontro imprevisto, come nel caso di quell’ometto bizzarro convinto di essere il vedovo di Romy Schneider (un gustoso cameo di Mathieu Amalric). O di fantasticare all’idea di un nuovo amore che potrebbe essere a portata di mano, se solo se… Ed è quasi un sollievo, un piacevole istante d’incoscienza, prima di ritrovarci di nuovo tra le pareti fredde e impersonali di una sala d’attesa.

Quinlan

L’esordio nel lungometraggio di Pauline Loquès, che vinto un Cesar alla migliore opera prima. Nino, al cinema dal 30 aprile, è lo studio di un personaggio (lo stesso del titolo) nei tre giorni che intercorrono tra una diagnosi di cancro alla gola e l’inizio del trattamento. Chiudersi in casa non è possibile: quando si trova davanti alla porta del suo appartamento, Nino scopre di aver perduto le chiavi. Finisce per vagabondare in una Parigi periferica e in costruzione, virata sulle tonalità del blu in quello che potrebbe essere un richiamo letterale all’espressione inglese “I’m feeling blue” (“mi sento triste”). Il protagonista è chiamato a trovare un senso alla vita proprio quando la sua vita è in pericolo. La ricerca di significato si svolge in un weekend straniato, ruotando intorno alla decisione di congelare il proprio sperma: un effetto collaterale della cura, infatti, è l’infertilità. Depositare gli spermatozoi diventa un atto di fiducia nel futuro, un atto che Nino non riesce a compiere. “Quante possibilità ci sono di morire?”, chiede al medico che gli consegna la cattiva notizia. “Preferiamo parlare di aspettative di vita”, risponde lei. In questo scambio si intravede un personaggio irrisolto, forse depresso già da prima della scoperta di un tumore. Il cancro funziona come acceleratore di una scelta che Nino potrebbe aver rimandato forte della sua giovane età (ha 29 anni). Ora non c’è più tempo, deve prendere posizione: lasciarsi definitivamente andare o rilanciare con gentilezza, solidarietà e un’apertura a chi gli sta intorno.

Esquire