No Other Choice – Non c’è altra scelta

Park Chan-wook

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No Other Choice,segue la storia di You Man-su, un esperto nella produzione di carta con alle spalle ben 25 anni di carriera. La sua vita sembra perfetta, ha un lavoro stabile, una casa accogliente, una moglie affettuosa, Miri , e due figli che ama profondamente. È talmente appagato che può affermare, senza esitazioni, di avere tutto ciò che desidera. Ma questo apparente equilibrio si spezza all’improvviso. Un giorno, senza alcun preavviso, viene brutalmente licenziato. Colto di sorpresa, e inizialmente incredulo, Man-su promette a se stesso e alla sua famiglia che troverà presto un nuovo impiego.
DATI TECNICI
Regia
Park Chan-wook
Interpreti
Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon, Sung-Min Lee, Cha Seung-won, Yeom Hye-ran, Yoo Yeon-Seok, Oh Dal-Su
Durata
139 min
Genere
Commedia
Drammatico
Poliziesco
Sceneggiatura
Park Chan-wook, Lee Kyoung-mi, Jahye Lee, Don McKellar
Fotografia
Woo-hyung Kim
Montaggio
Ho-bin Kim, Sang-Bum Kim
Musiche
Cho Young-wuk
Distribuzione
Lucky Red
Nazionalità
Corea del Sud
Anno
2026

Presentazione e critica

Il mondo del lavoro in crisi, i licenziamenti dopo l’arrivo di nuovi proprietari americani. Tematiche affrontate spesso dal cinema, oltre che dai mezzi di comunicazione. Certo però nessuno l’ha fatto come Park Chan-Wook, acrobatico narratore coreano capace di ogni equilibrismo con la macchina da presa, che in questo caso intesse una complicata ed elaborata trama fra thriller e grottesco, una commedia nera per raccontare una storia che altri autori avrebbero raccontato con lunghe meditazioni depresse.
Qui la vitalità non manca mai, fin dai colori di una sequenza d’apertura in cui ci viene presentata la famiglia felice di protagonisti: il padre, definiamolo pure in maniera antiquata, ma giustificata dalle dinamiche della storia, il capofamiglia, poi una moglie, due figli ancora ragazzini e, diremmo quasi soprattutto, due cani, che si dimostreranno cruciali membri a tutti gli effetti della famiglia.
In No Other Choice siamo alla fine dell’estate, con il suo caldo intenso che lascia spazio ai colori più sfumati dell’autunno, mentre Man-su, l’uomo di casa, prepara un barbecue in famiglia e si avventura in uno sfogo gioioso, “ho tutto”. Ma, da copione, la felicità dura poco. Dopo venticinque anni come specialista nella produzione di carta in una delle maggiori aziende nazionali coreane del settore, ben contento del suo lavoro, viene licenziato, con l’arrivo di una nuova proprietà americana. Il patto sociale tipico di quel paese – nello stesso posto dalla maggiore età alla pensione – è sciolto, imponendo una flessibilità tutta straniera.

Una notizia che sconvolge completamente il suo equilibrio, lo porta a perdere la razionalità e a imporsi di trovare un nuovo lavoro entro tre mesi, costi quel che costi. Ma dopo un anno ha trovato al massimo un impiego come uomo di fatica in un grande magazzino, e a rischio è anche la proprietà della bellissima casa nella natura che ha fatto da sfondo agli anni felici della famiglia e che con tanta fatica e anni di carriera si è guadagnato. Una vera ossessione coreana, quella per le case, specie come barometro della condizione sociale, se pensiamo anche a Parasite.
Un bivio si frappone fra Man-su e il suo futuro, specie dopo che viene trattato malamente e umiliato portando un curriculum in un’altra azienda del settore. Non se ne fa una ragione, è convinto di essere il più qualificato fra pretendenti e lavoratori della Moon Paper. A questo punto decide di prendere in mano, e in un’ascia, il proprio destino e creandosene uno da solo, di posto di lavoro. Park Chan-Wook è uno dei maggiori virtuosi della macchina da presa, è capace di creare una fluidità di racconto davvero sbalorditiva, giocando con gli spazi e gli angoli di ripresa con una vivacità e un entusiasmo che risultano creativi, non gratuiti. Se nel precedente, e notevole, Decision to Leave, applicava la sua maestria al melodramma, intessendo una trama al solito densa e da seguire con attenzione, anche qui richiede la partecipazione dello spettatore nel giungere al vivo dell’azione, ma ripaga poi dell’attesa. Ispirato a un romanzo di Donald E. Westlake, già portato al cinema vent’anni fa da Costa Gavras in The Axe, No Other Choice è una divertente black comedy, che Park aveva in mente di portare al cinema da molti anni, sull’ossessione per il proprio lavoro spinta all’eccesso, e sulla famiglia che più che unita diventa complice. Cani compresi.

Cominsoong

Con No Other Choice – Non c’è altra scelta, Park Chan-wook torna al cinema con un film che conferma la sua importanza nel panorama internazionale. Dopo Decision to Leave, il regista coreano firma un’opera cupa e ironica, sospesa tra commedia nera e dramma sociale, che guarda alla Corea di oggi – e, in realtà, al mondo intero – attraverso la storia di un uomo comune spinto verso l’estremo. Il protagonista è Yoo Man-su, interpretato da Lee Byung-hun. È un impiegato modello, marito e padre, che da anni lavora nella stessa azienda. La sua vita è fatta di abitudini, di gesti ripetuti, di una routine che sembra immutabile. Tutto cambia quando una ristrutturazione aziendale gli porta via il lavoro. Il licenziamento non viene presentato come una semplice pratica amministrativa, ma come una crepa profonda: l’identità di Man-su, costruita sul ruolo produttivo, si sgretola. Da qui comincia una discesa che lo porta a scelte estreme e difficili da accettare moralmente. Park parte da una storia di matrice noir e la porta nel suo linguaggio personale. La regia è precisa, curata nei colori e nelle inquadrature, ma non cerca l’effetto virtuoso: il centro rimane sempre l’essere umano. La competizione esasperata, la pressione economica, la precarietà come condizione costante entrano nella vita di Man-su e ne corrodono il senso morale. Il film tiene insieme crudeltà e sarcasmo, e spesso ci fa sorridere proprio nei momenti più scomodi. No Other Choice assume presto il tono di una satira amara sul lavoro. L’idea di dover “eliminare i concorrenti” viene portata all’estremo, ma dietro l’esagerazione è chiaro il bersaglio: un sistema che rende le persone numeri sostituibili. Park non predica e non offre slogan. Mostra il meccanismo e lascia allo spettatore il compito di farsi un’idea. Le scene ambientate negli uffici, nei colloqui e nelle sale riunioni sono tra le più incisive, perché mostrano una violenza silenziosa che precede quella evidente. Importante è anche la dimensione familiare.

 

La moglie di Man-su rappresenta una possibile strada alternativa, fatta di pragmatismo e piccoli compromessi quotidiani. Nonostante questo, non riesce a fermare lo scivolamento del protagonista. Il film evita il sentimentalismo e racconta con onestà una frattura personale che riflette una frattura sociale più ampia: quando il lavoro diventa la misura del valore, parlare e capirsi diventa più difficile. Lee Byung-hun offre un’interpretazione molto controllata. La trasformazione del suo personaggio è graduale, costruita su sguardi, esitazioni, silenzi. Non cerca per forza la simpatia dello spettatore: lo accompagna piuttosto in un terreno scomodo, dove il fallimento brucia e la tentazione della scorciatoia violenta si fa strada. Il resto del cast lavora in modo efficace, disegnando un ambiente credibile attorno a lui. Sul piano stilistico il film dialoga con i lavori precedenti di Park ma se ne distingue per asciuttezza. È meno barocco di The Handmaiden e meno melodrammatico di Decision to Leave. Qui prevale un linguaggio diretto, a tratti duro, in cui l’ironia nera diventa uno strumento per capire la realtà. La violenza non è spettacolo ma gesto quotidiano, quasi normale, e proprio per questo colpisce di più. La narrazione procede in modo lineare, con un ritmo costante. Park costruisce un film compatto, senza digressioni inutili. Ogni scena spinge in avanti la storia di Man-su. Alcuni passaggi possono sembrare espliciti a chi conosce già il cinema sociale recente, ma la forza visiva e la coerenza di sguardo tengono alta la tensione fino al finale, amaro ma coerente. No Other Choice parla al nostro presente. Racconta una società che misura le persone in base alla produttività e in cui la perdita del lavoro si confonde con la perdita di sé. Non offre facili consolazioni e non pretende di dare soluzioni. Mostra un sistema competitivo portato alle estreme conseguenze e invita lo spettatore a chiedersi quanto di tutto questo sia già parte della nostra normalità. Park Chan-wook firma così un’opera rigorosa e corrosiva, capace di unire racconto e analisi. Forse non è il suo film più emotivo, ma è uno dei più lucidi. Per il pubblico è un’esperienza tesa, a volte disturbante; per il cinema internazionale è la conferma di uno sguardo autoriale che continua a rinnovarsi senza perdere identità.

 

Venezianew