Our share of sand

Shalini Adnan

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Dopo diversi anni all’estero, la dodicenne Maya fa ritorno in India con la madre per ricongiungersi con il padre, un imprenditore che si occupa di estrazione della sabbia. Immersa in un mondo dove si scontrano lavoro, retaggio e sfruttamento, stringe un fragile legame con Kiran, un giovane operaio. A seguito di un tragico incidente, l’indagine della polizia fa emergere Maya come testimone chiave e il padre conta su di lei per essere scagionato. Divisa tra la lealtà alla sua famiglia e un crescente disagio che non riesce a definire, Maya comincia a indagare per conto proprio. Mentre la madre diviene sempre più instabile, Maya scopre una fitta trama imbevuta di omertà, sfruttamento e abusi ripetuti, ed è costretta a confrontarsi con le bugie del padre e con la complicità della famiglia che tenterà di infrangere.
DATI TECNICI
Regia
Shalini Adnan
Interpreti
Mohammed Zeeshan Ayyub, Jyoti Dogra, Ashok Kangude, Atul Mahale, Maya Mehta
Durata
95 min.
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Shalini Adnani
Fotografia
Adric Watson
Montaggio
Anna Meller
Musiche
Ted Regklis, Sarathy Korwar
Nazionalità
Regno Unito, Grecia, India
Anno
2026

Presentazione e critica

Our Share of Sand è un film sul conflitto interiore. Protagonista la dodicenne Maya, interpretata dall’esordiente Maya Mehta, che si trova in una situazione più grande di lei e a dir poco “sabbiosa” per rimanere in tema come da titolo. Tornata in India con la madre per ricongiungersi con il padre, interpretato dall’attore indiano Mohammad Zeeshan Ayyub, imprenditore nel settore dell’estrazione della sabbia, assisterà a un tragico incidente e ne diverrà suo malgrado la testimone chiave. La ragazza si troverà divisa tra la lealtà familiare e la scoperta di una realtà segnata da sfruttamento e silenzi e soprattutto divisa tra il salvare il padre o meno. Scritto e diretto dalla regista cileno-indiana Shalini Adnani, al suo debutto in un lungometraggio di finzione, e presentato in concorso alla SIC (Settimana Internazionale della Critica) di Venezia, questo film ci racconta un mondo dove si scontrano lavoro, retaggio e sfruttamento. Un’India ancora basata sul sistema delle caste dove non è concesso stringere amicizia con qualcuno “al di sotto” (in questo caso Kiran, il giovane operaio con cui Maya instaura un fragile legame) anche se quest’ultimo vive sotto il tuo stesso tetto. La realtà che viene a galla da questo fondo sabbioso è piena di omertà, sfruttamento e abusi ripetuti. Si pone l’accento sulla crisi legata all’estrazione della sabbia in India, dove il prelievo di quest’ultima dai fiumi ha accelerato l’erosione e contribuito alle inondazioni (un tema ambientale purtroppo più che mai attuale: “In questo mondo la sabbia è una valuta eppure in molti ignorano che le scorte si stanno esaurendo e che la sua estrazione sta causando erosione dal suolo a livello globale”, dichiara la regista nelle note di produzione del film). Ma quello che più colpisce è la riflessione sui legami (“Siamo una famiglia, siamo legati dal sangue”, le dice il padre e lei ribatte: “Quello che ci unisce sono la casa e i soldi”), ma soprattutto il dramma interiore che vive la giovane protagonista. La regista con le sue inquadrature coadiuvata dalla brava Maya Mehta e dal suo semplice sguardo che dice più di mille parole riesce a descrivere perfettamente quel disagio crescente che vive la giovane adolescente e che neanche lei stessa è capace di definire e di capire inizialmente. È questa senza dubbio la forza maggiore del film.

Cinematografo