Kyle Balda

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
Un giallo incartapecorito, nel senso letterale e affettuoso del termine: ovini detective, pastori ammazzati e scemi del villaggio, in un film per famiglie old style, che intenerisce e diverte.
Gli inglesi, popolo linguisticamente disciplinato, possiedono una parola gentile per dire di una situazione rassicurante: cosy (storpiato e indurito dagli americani in cozy). Cosy è una coperta di lana sul divano in una sera di pioggia. Un libro su un camino acceso. Un caffè di quartiere. Una poltrona per due a Natale. Ma anche Miss Marple e la serie Knives Out.
Proprio il giallo è la nuova frontiera del cosy. Gli americani, sempre loro, lo chiamano il cozy mystery. È un sottogenere in cui il crimine, di solito un omicidio, viene raccontato in forma non cruenta, spesso con toni leggeri o da commedia. In Italia ci abbiamo provato (male) con una formula mutuata più dal cinepanettone che dalla tradizione inglese. Decisamente più convincente la versione family che Amazon MGM Studios porta in sala in primavera. L’ambientazione nella campagna inglese certamente aiuta, ma nulla potrebbe senza quei due elementi che normalmente non andrebbero trascurati per la buona riuscita di una qualsiasi impresa cinematografica: un cast ben assortito e una solida sceneggiatura. Nel primo annoveriamo soprattutto un gregge di pecore realizzato in CGI (ma con voci di origine controllata, da Chris O’ Dowd a Bryan Cranston, nella versione originale). Quanto alla seconda, tanto di cappello al lavoro chirurgico fatto da Mazin sul libro di Leonie Swann Three Bags Full, da cui ha espunto dettagli violenti e parti più oscure per ridimensionare il racconto su un pubblico più ampio e multigenerazionale. Un’operazione che richiedeva la mano di uno specialista nel family come Kyle Balda, regista di lungo corso per Illumination (Cattivissimo me 3, Minions 2: Come Gru diventa cattivissimo), la produzione esecutiva di Phil Lord e Christopher Miller, e il volto cosy per eccellenza: quello di Hugh Jackman.
Come il Leopold nella New York di fine Ottocento (Kate & Leopold), anche George Hardy è un uomo d’altri tempi, per il garbo e il cuore d’oro che lo rendono un burbero gentile. Inevitabilmente solitario in un mondo che ha dimenticato certi valori. E poi con lui ci sono le sue pecore. George non le alleva. A ciascuna ha dato un nome. Le cresce come figlie, completamente dedicato. Con loro trascorre le sue serate, consacrate alla lettura di romanzi gialli ad alta voce, passione che, come vedremo, tornerà utile. Poi succede però che una figlia in carne e ossa di George spunti davvero, proprio quando il genitore viene trovato morto dai suoi amati animali. Quel che più sconcerta è che non di morte naturale si tratta. Tocca all’unico poliziotto del villaggio, il giovane agente Tim Derry indagare. Pasticcione e con un QI non importante, troverà nelle risorse investigative ovine insperato soccorso.
Pecore sotto copertura restituisce con leggerezza dinamiche molto umane di appartenenza ed esclusione, bisogno di riconoscimento, paura dell’abbandono, fragilità affettive e risorse interiori insperate. Nella cornice della detection, dunque, il film trova la sua traiettoria più intima, regalandoci un grande racconto di maturazione, lutto e ricomposizione, in cui l’elaborazione della perdita passa non attraverso il percorso individuale, ma dalla possibilità di ritrovarsi insieme.
La straordinaria abilità di questi congegni narrativi sta proprio qui: nel rendere accessibili a tutti temi che restano tra i più ostici da affrontare, soprattutto con i bambini. Il trapasso, l’aldilà, l’esistenza di Dio, la possibilità che chi amiamo continui in qualche forma ad accompagnarci: questioni enormi, che il family, quando è fatto bene, sa avvicinare con una leggerezza e una semplicità talvolta stupefacenti. Anche per questo, film come Pecore sotto copertura finiscono per rivelarsi piccoli e preziosi bignami emotivi per genitori in difficoltà, chiamati prima o poi a spiegare ai propri figli certe cose senza avere, com’è naturale, le parole giuste.
