Revolver (Sic@Sic)

Paoli De Luca

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Napoli. In un frenetico club techno – teatro di desiderio, dominio e sopravvivenza – i corpi si scontrano sotto le luci stroboscopiche. Al centro di tutto c’è Ronga, una go-go dancer trans che danza e ruota incessantemente dentro una gabbia di ferro; sui suoi tacchi a spillo, nutre la fame della folla. Attorno a lei orbitano Daniel, un fotografo attratto dalla sua bellezza cruda; Manuel, un’ossessione tossica e predatoria; e Medusa, l’enigmatica regina del club che domina dalla piattaforma più alta, con due mitragliatrici incastonate nel reggiseno: i suoi “Revolver”. Tra drink, ritmi incalzanti e giochi di potere, Ronga lotta per la propria dignità all’interno della crudele gerarchia del suo mondo notturno.
DATI TECNICI
Regia
Paoli De Luca
Interpreti
Ronga, Laura "Medusa" Sciaudone, Daniele Sanduzzi, Manuel Severino, Iaia Forte
Genere
Cortometraggio
Sceneggiatura
Paoli De Luca
Fotografia
Francesca Avanzini
Montaggio
Marco Balzano
Musiche
Lenno Ten, Kate Joselito, Ke Marculedu
Anno
2026

Presentazione e critica

Classe 1999, napoletana, Paoli De Luca è tra le voci più promettenti della nuova generazione del cinema italiano. La sua ricerca interseca cinema, teatro e cultura visiva contemporanea, nella costante esplorazione di forme capaci di dialogare con il proprio tempo. Nel suo cinema, il genere si emancipa dalle definizioni normate e diventa il corpo stesso del film: un corpo fluido, libero di mutare e di attraversare il thriller, l’horror, il desiderio e il sentimento. È nella figura del cyborg — creatura ibrida, insieme finzione ed esperienza vissuta — che De Luca riconosce la forma del corpo contemporaneo. Anche le identità dei protagonisti sfuggono a ogni definizione didascalica, mentre luoghi, costumi e oggetti si trasformano in spazi teatrali e strumenti di agnizione attraverso i quali i personaggi possono rivelarsi.

In Revolver, in concorso alla 41ª Settimana Internazionale della Critica nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, De Luca affida questa poetica alla notte del clubbing, facendone il proprio palcoscenico: un universo sensuale e violento, abitato da moderne guerriere, corpi ibridi e identità in rivolta, dove la guerra — finta, teatrale — sembra destinata a dissolversi al sorgere del sole. «Il cyborg è una questione di finzione e di esperienza vissuta che trasforma quello che conta per esperienza delle donne alla fine del Ventesimo secolo. È una lotta per la vita e la morte, ma il confine tra fantascienza e realtà sociale è un’illusione ottica».

“Leggendo queste parole di Donna Haraway in Manifesto cyborg, capii che non esisteva una frase più adatta a descrivere il corpo contemporaneo. E poiché la mia urgenza è sempre stata quella di raccontare il presente, non potevo che costruire una narrazione che partisse da lì. L’immagine del cyborg mi insegue da anni, molto prima che diventasse la chiave attraverso cui ho scritto Revolver. La vidi affiorare per la prima volta nel club in cui lavoravo: osservavo le performer sul palco e riconoscevo, sovrapposte ai loro corpi, le stesse “ragazze con la pistola” di un certo cinema, che tornava così a specchiarsi nella realtà. Revolver è un film cibernetico e multigenere, una trance visiva che avvolge lo sguardo dello spettatore e lo accoglie nel suo teatro di costumi, pistole e luci capaci di accecare, se osservate troppo a lungo.

Dopo anni trascorsi nei club con la macchina fotografica tra le mani, mi erano rimasti un grande archivio di immagini, un’identità più solida e un insieme di emozioni che hanno condotto al film. Revolver, però, non nasce dalla rievocazione di ricordi personali: è la messa in scena di uno spettacolo. Il cortometraggio è prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia e da Anemone Film, che ringrazio profondamente per il sostegno e per tutto il lavoro che stanno facendo intorno al progetto. Più che il peso delle aspettative, ho sentito il desiderio di proseguire con maggiore consapevolezza una ricerca che attraversa tutto il mio cinema. Marina (2025) è un film di “genere” sul “genere”: in questo caso, un coming-of-age. È stato il primo cortometraggio in cui ho affrontato questo tema in maniera così esplicita. Il genere — e parlo innanzitutto di quello cinematografico — è il territorio al quale sono più legata. È una ricerca in divenire, iniziata nel 2018 con Fera, il mio primo cortometraggio, un thriller dalle tinte horror, e proseguita nel 2022 con Nanà, un film dichiaratamente horror, sentimentale ed erotico, profondamente ispirato al teatro di Annibale Ruccello. Sto ancora imparando molto, ma ho compreso che ogni film possiede un genere e che il genere è il corpo stesso del film. Come tutti i corpi che attraversano la nostra generazione, può mutare in qualsiasi momento. Ho affrontato Revolver con questa consapevolezza ed è proprio questo a renderlo speciale ai miei occhi: la possibilità di raccogliere i generi che mi stanno più a cuore e mescolarli tra loro — thriller, action, horror, romantico ed erotico, quest’ultimo di matrice brassiana.

Revolver ha un corpo fluido, capace di attraversare e trasformare i generi. È un film “trans-genere”. Il cinema è un mestiere collettivo e non mi stancherò mai di ringraziare tutte le persone che hanno collaborato con me in questi anni. I cortometraggi che ho realizzato finora sono tutti film di finzione, costruiti secondo una struttura lineare e una forma riconoscibile, accessibile a un pubblico ampio; forse soltanto Fera se ne allontana. Nei miei progetti futuri ci sono anche opere di altra natura — serie, videoclip, lungometraggi — ma, in sottofondo, rimane costante la ricerca di forme che non siano necessariamente legate al cinema classico. Artisti come Diego Marcon e il collettivo Open Secret — ringrazio Arianna Caserta per avermi fatto scoprire — concepiscono il cinema come una ricerca continua sul linguaggio e sulla forma, in dialogo con l’arte visiva contemporanea e con i suoi linguaggi multimediali: l’universo dei videogiochi, le narrazioni ibride e anticonvenzionali dei social network, il vlogging. Sono forme che oggi possiedono una capacità d’intrattenimento spesso superiore a quella del cinema, ma che faticano ancora a entrare nelle sue narrazioni più compiute, nei suoi sistemi e nel suo sguardo sul presente.

Forse è anche questa la “blasfemia” di cui parlava Haraway: non un cinema che rinneghi le proprie forme classiche, ma un cinema che le prenda così sul serio da poterle distruggere dall’interno e poi ricostruirle, per rimanere fedele a sé stesso e continuare a crescere. Non so quanto questa ricerca “blasfema” possa diventare una priorità per il sistema cinematografico di questo Paese — un sistema che ha paura — ma credo fermamente che sia un approccio capace di mantenere viva l’arte, alimentando un immaginario puro, giovane e radicale. Un approccio che restituisca al cinema la natura di un’arte che non può mai dirsi compiuta, ma soltanto in costante divenire. Il titolo Revolver nasce proprio da qui: dalla presenza dell’arma nella messa in scena e da tutto ciò che quell’oggetto porta con sé nel momento in cui entra in azione.

Da appassionata di teatro, porto dentro di me i non-luoghi di Moscato, le voci umane di Ruccello, i suoi telefoni e le sue sottovesti: piccoli oggetti quotidiani che, sul palcoscenico, diventano i veri motori del racconto. Penso anche alla playlist e al computer di MDLSX, alla maschera di Halloween, alle lunghissime lame di Freddy Krueger: potrei continuare all’infinito. Talvolta sono oggetti di scena, in altri casi costumi. Il lavoro delle costumiste Lucrezia Neri e Claudia De Lucia non si limita a decorare la scena: i costumi la definiscono, le attribuiscono un significato e le conferiscono un corpo e un’identità precisi.

Come dicevo, ogni narrazione indossa un genere e ogni genere possiede accessori specifici che ne rendono visibile l’identità. L’acqua, per esempio, è uno degli elementi che, per me, rappresentano il coming-of-age. Attraverso l’erotismo fluido del liquido o il battesimo simbolico della crescita — il tuffo, l’immersione — il corpo giovane si misura per la prima volta con qualcosa di più grande di sé: il mondo. In Revolver c’è il mitra — anzi, c’è il costume con il mitra — ma l’arma autentica non è quella impugnata: è il corpo stesso della protagonista, un animo in “rivolta”. Sono tutti elementi magici ed essenziali, che accompagnano il personaggio nel suo percorso, proprio come le bacchette, i corni e i frutti incantati nell’epica e nelle fiabe più antiche: oggetti che non fanno accadere le cose per caso, ma che, nelle mani giuste, diventano un portale. (…) Ho lavorato come fotografa in un club per cinque anni. È stata un’esperienza lunga, una transizione catartica; fin da quando ho messo piede in quel posto, ho sempre voluto fare un film ambientato in un club.

Innanzitutto perché lo trovo uno spazio estremamente affascinante, ma anche perché racchiude un mondo complesso, conflittuale, una realtà corale dove le fragilità più intime sembrano scomparire sotto i bassi del sound system. In Revolver c’è il seme di quell’esperienza, ma i personaggi, i luoghi e le dinamiche, per quanto realistici possano apparire, sono spinti all’estremo. Sono il frutto della mia immaginazione e di quella di Feffo Amenta e Sofia Corbascio, che hanno condiviso con me la scrittura di questo teatro. Mi piace pensare a Revolver come a uno spettacolo teatrale.

Secondo la mitologia greca, le Amazzoni erano un popolo di donne guerriere che viveva ai margini del mondo. Si dice che alcune arrivassero persino a bruciarsi il seno destro per maneggiare meglio l’arco. Una società matriarcale e guerriera che ha molto in comune con la gerarchia delle ballerine del club di Revolver, dove la guerra — finta, teatrale — svanisce al sorgere del sole.

Oltre all’energia di Ronga, protagonista e ballerina più giovane, troviamo Medusa, una guerriera più navigata, sensuale e spaventosa, che farebbe di tutto pur di mantenere il proprio status — soprattutto quando, sotto di lei, c’è qualcuna pronta a soffiarle il posto: “sua figlia”. L’unica persona di cui Medusa si fida è Libera, la leggendaria “madre”, ormai decaduta. È interpretata da Iaia Forte, una delle muse di Pappi Corsicato, a cui ho voluto rendere un piccolo omaggio. Iaia è una personalità incredibile, dentro e fuori dallo schermo: camp, moderna e magnetica. Sono onorata di averla nel film e nella mia vita.

Attorno a loro orbitano molte altre persone, tra cui Manuel, un viscido cacciatore che non riesce a non feticizzare tutto ciò che gli passa accanto. Daniele è il suo pupillo, il fotografo del club, schiavo del proprio mirino, attraverso il quale osserva le dinamiche di potere che si consumano sotto i suoi occhi dolci. Quando prova a diventare come Manuel, qualcosa va storto: non riesce a essere freddo e il suo cuore si apre. Sono molto affezionata a lui. Quest’anno ho l’onore di presentare Revolver alla 41ª Settimana Internazionale della Critica, uno spazio in cui lo sguardo giovane e la ricerca sono considerati importanti, dove non esiste distinzione di genere se non nei film presentati.

Poter tornare in una vetrina di tale prestigio mi riempie di una speranza che spesso manca: noto infatti, in Italia, un panorama cinematografico in profonda crisi. È da tempo che non vedo film capaci di dividere il pubblico, di far parlare davvero. I film preferiscono piuttosto rifugiarsi in un male gaze poco rischioso e molto comodo.

Il cinema è un amore violento, non si insegna. L’accademia è il luogo in cui conoscere compagne, compagni e te stessa; ascoltare le diverse esperienze di chi il cinema lo ha già fatto — o di chi si è “fatto” di cinema — e capire quando arriva il momento di far valere le proprie idee di fronte a sguardi spesso molto lontani dal tuo. Questo, per esempio, genera un confronto importante. Sono ancora molto giovane e la “carriera” è ancora un sogno, quindi forse non sono nella posizione di dare consigli dall’alto. So per certo che molti artisti non amano i percorsi istituzionali, forse perché li ritengono corrotti. Ma io amo i sistemi corrotti, perché sono gli unici che puoi “rivoltare”. Non rinnego la possibilità di fare, un giorno, cinema indipendente, un po’ come quello dei primi film di John Waters — che sto riabbracciando sul divano insieme a Simone Bozzelli. Waters ha fottuto il sistema e si è creato il proprio mondo.

«I am God», urla Divine in Pink Flamingos. Una frase blasfema con cui si proclama libera e indipendente, proprio come il regista di cui è musa. Waters è stato a lungo criticato per il suo cattivo gusto, del quale si è però fatto portavoce fino a diventarne il simbolo, mantenendo intatta la propria dignità artistica. Ma che cos’è, in fondo, la rivendicazione della propria indipendenza, se non un atto di blasfemia? Revolver di Paoli De Luca è una produzione del Centro Sperimentale di Cinematografia con la partecipazione di Anemone Film; è distribuito da The Open Reel.

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Napoli. In un frenetico club techno – teatro di desiderio, dominio e sopravvivenza – i corpi si scontrano sotto le luci stroboscopiche. Al centro di tutto c’è Ronga, una go-go dancer trans che danza e ruota incessantemente dentro una gabbia di ferro; sui suoi tacchi a spillo, nutre la fame della folla. Attorno a lei orbitano Daniel, un fotografo attratto dalla sua bellezza cruda; Manuel, un’ossessione tossica e predatoria; e Medusa, l’enigmatica regina del club che domina dalla piattaforma più alta, con due mitragliatrici incastonate nel reggiseno: i suoi “Revolver”. Tra drink, ritmi incalzanti e giochi di potere, Ronga lotta per la propria dignità all’interno della crudele gerarchia del suo mondo notturno.
Le luci irrompono nel buio, sostenute o forse sospinte dall’incessante volume della techno che si spande nell’aria; non c’è bisogno di geografie o di corrette architetture quando la macchina da presa può soffermarsi sull’aria che si agita accanto all’umano, al suo vitale e disperato tentativo di sopravvivere al ritmo, di battere la musica che sta a sua volta battendo il tempo. L’incipit di Revolver è indicativo dell’ambizione di Paoli De Luca, ventisettenne cineasta napoletana fresca di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma: la voglia di spingersi sempre un passo oltre il già filmato, di reinventare il proprio sguardo alla stessa stregua dei modi in cui i personaggi che porta in scena dichiarano la propria identità, il proprio io nascosto/palese, l’immagine con cui vogliono essere visti, compresi, accettati dall’esterno. Era così già in Star, con il discorso che si irrobustiva in direzione del coming-of-age nel successivo Marina, con cui l’anno scorso De Luca ha vinto la sezione SIC@SIC che la Settimana Internazionale della Critica di Venezia dedica ai cortometraggi italiani. E proprio nella medesima competizione la regista torna ora con Revolver, spasmodico “viaggio al termine della notte” che si svolge in una discoteca partenopea e che di nuovo torna a rinchiudere e al contempo liberare i personaggi in scena in un luogo liminare, sia esso il set di un provino, una villa con piscina o per l’appunto un locale all’apice della bolgia umana che lo abita, e che De Luca osserva riducendo sempre di più il punto di distanza tra lei e l’oggetto dello sguardo. In tal senso vanno letti i ripetuti zoom che si affastellano durante la visione del cortometraggio, o l’utilizzo estremo di dettagli del viso e di parti del corpo. Come la sua protagonista, impegnata nell’agone per difendere la sua dignità da un mondo esterno che può e sa essere brutale, ecco che De Luca cerca di cogliere l’intimo per rappresentare il tutto, come se la camera potesse essere a sua volta il revolver da puntare contro i suoi spettatori o in difesa degli stessi.

Kammerspiel che agita i propri spettri d’immagine tra il John Cameron Mitchell di Shortbus, l’applicazione del verfremdungseffekt brechtiano da parte di Rainer Werner Fassbinder e qualche stilla di scuola partenopea – si veda alla voce Salvatore Piscicelli –, Revolver testimonia la maturità autoriale di Paoli De Luca, quasi si trattasse del bozzetto di un lavoro sulla lunga distanza; questo elemento, che pure appare evidente nel corso della visione, non inficia però la solidità narrativa di un cortometraggio che ambisce anche a rappresentare la disomogeneità nei rapporti di forza tra gli individui. Tutti i personaggi che abitano la discoteca epicentro del racconto sono costretti a fare i conti con la propria ossessione: c’è chi la ha nei confronti dello sguardo in quanto tale (il fotografo), chi nei confronti della carne (Manuel, elemento predatorio che domina il rapporto con Ronga), chi verso l’intera plebe che si affanna tra sudore, gocce di cocktail più o meno annacquati e una convulsa e affannosa autoproclamazione di vita e libertà che cozza con lo spazio cintato in cui è concesso agitarsi. Quando nel finale del corto giunge la luce naturale ci si rende conto dell’esistenza di un fuori campo che nessuno aveva preso davvero in considerazione fino a quel momento: il mondo esterno, quello che taluni definirebbero “la vita ordinaria”. La luce è l’ordinario, i lampi di strobo sono lo straordinario? Qual è il (non) luogo in cui si può rintracciare il proprio io, la determinazione del vivere, l’esistere al di fuori di schemi preconcetti? E in quale momento, infine, è lecito prendere in mano il revolver, il mitra, l’arma e puntarla idealmente contro qualcuno o qualcosa? Non sono domande banali quelle che Paoli De Luca pone al suo uditorio, senza pretendere di avere la risposta concreta, ma ponendosi nella condizione di poter – e dover – affermare il proprio punto di vista. Ed è dunque lei stessa Ronga, in qualche modo, che dalla gabbia dorata in cui può essere ammirata (ma che ne vincola i movimenti) può decidere altresì di liberarsi, di dominare e non essere dominata, di esistere come autrice in compiuta e completa libertà. Non è dato sapere al momento in quali direzioni si spingerà lo sguardo di questa giovane regista, ma l’impressione – già emersa con forza durante la visione dei suoi precedenti lavori brevi – è che l’immaginario al quale attinge sia vasto, arma utile a vivificare di volta in volta un interrogativo (quello sull’identità) che è invece per ora l’epicentro della sua indagine.

Quinlan