Bibiana Rojas Gómez e Juan David Cárdenas Maldonad
Premio Mario Serandrei - Hotel Saturnia per il miglior contributo tecnico - Sic 2026
Menzione speciale del Gran Premio IWONDERFULL - Sic 2026

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Genere
Sceneggiatura
Fotografia
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
The End of Times, o La Fin de los Tiempos, presentata alla 41esima Settimana Internazionale della Critica di Venezia, è un’opera che costruisce la propria verità attraverso materiali che non le appartengono del tutto, che li prende, li smonta e li rimonta in forme che il passato non aveva previsto per loro. Bibiana Rojas Gómez e Juan David Cárdenas, i due registi colombiani al loro secondo lungometraggio dopo The Sound of Crickets del 2022, hanno sviluppato nel tempo una pratica che chiamano “anarchivismo audiovisivo”. La manipolazione libera e sperimentale di immagini d’archivio romanza il passato per dare alla luce futuri alternativi. In The End of Times, questa pratica trova la sua forma più ambiziosa e, per certi versi, più rischiosa.
Il film prende le mosse da un gesto semplice e privatissimo: una donna di nome Salomé rivisita decenni di video di famiglia nel tentativo di comprendere la tristezza di sua madre. Da un punto di partenza intimista, quasi domestico, la storia si apre rapidamente su orizzonti molto più vasti. Nei nastri magnetici ritrovati, nelle immagini sgranate di feste e vacanze e riunioni familiari, Salomé non trova solo la storia della sua famiglia, ma scopre un passato segnato dallo sfruttamento e dalla violenza nella storia della Colombia e dell’America Latina. Il privato diventa politico senza che nessuno lo dichiari esplicitamente, semplicemente guardando con attenzione ciò che è visibile a primo impatto. È in questo passaggio, dal particolare all’universale, che il film di Rojas Gómez e Cárdenas mostra la propria intelligenza metodologica. Il documento familiare è già un documento storico. Il video della domenica pomeriggio porta con sé, nelle ombre che non inquadra, tutto il peso delle strutture economiche e politiche che lo hanno reso possibile o impossibile. L’inevitabile sovrapposizione tra privato e pubblico, tra la magia dell’IA e la realtà, tra l’amore e la violenza del capitalismo, sembra ricordare l’operazione svolta da Gabriel García Márquez, conterraneo dei registi, nel suo capolavoro e opera fondante della letteratura colombiana Cent’anni di solitudine.
La novità di The End of Times rispetto al lavoro precedente della coppia è l’introduzione dell’intelligenza artificiale come strumento narrativo. Salomé usa l’IA per tentare di immaginare un mondo meno terribile: futuri alternativi, storie che non sono andate come vengono raccontate, possibilità che la storia reale ha chiuso prima che potessero aprirsi. È un’operazione che il film osserva con uno sguardo insieme affascinato e sospettoso, consapevole del paradosso che porta con sé. Perché l’IA, che è essa stessa figlia di un sistema capitalistico globale, viene usata qui per immaginare la fine di quel sistema. La macchina addestrata sui dati del presente viene interrogata sul futuro che il presente non riesce a concepire. Rojas Gómez e Cárdenas, invece di fingere che questo paradosso non esista, lo mettono al centro della questione e lo trasformano in un elemento della ricerca piuttosto che in una soluzione. Il risultato è un film che usa l’intelligenza artificiale in modo più onesto e più critico di quasi tutto il cinema che ha finora affrontato questo tema, semplicemente perché non ne celebra le possibilità, ma ne interroga i limiti. The End of Times appartiene a quella zona del cinema contemporaneo che rifiuta le categorie: non è documentario nel senso classico del termine, perché manipola e romanza il materiale d’archivio con libertà assoluta. Non è fiction, perché non costruisce una narrazione inventata. Non è saggio audiovisivo nel senso accademico, perché ha una protagonista, una storia personale, un filo emotivo che non è solo intellettuale. È tutte queste cose insieme, in misura variabile a seconda del momento, e quella variabilità è esattamente la sua forza.
Il cinema colombiano che arriva al Lido nel 2026 porta con sé una vitalità che i numeri confermano: tre produzioni in tre sezioni diverse della Mostra, in una stagione di grande visibilità internazionale per un’industria che ha impiegato anni a costruire le proprie infrastrutture creative. The End of Times rappresenta la corrente più sperimentale di quella vitalità, quella meno interessata al racconto tradizionale e più attratta dalla riflessione sul mezzo, sulla memoria, sulla possibilità stessa di fare cinema in un paese dove la violenza è stata così sistematica e così prolungata da diventare, per alcune generazioni, semplicemente il paesaggio. Uscire da The End of Times con risposte sarebbe un malinteso profondo sull’intenzione del film. Rojas Gómez e Cárdenas non risolvono niente, e non fingono di poterlo fare. Lasciano invece allo spettatore un senso di vertigine precisa: quella che si prova quando si capisce che la difficoltà di immaginare alternative al presente non è una mancanza di fantasia personale. Piuttosto, è il risultato di strutture sistematiche costruite esattamente per rendere quella fantasia impossibile. La Settimana della Critica ha scelto questo film per il concorso in un’edizione che il suo manifesto dedica al cinema che resiste: all’anestesia del presente, alla velocità che non lascia sedimentare niente, alla spettacolarizzazione che svuota le immagini di significato. The End of Times è il tipo di cinema che la Settimana vuole premiare e proteggere. Lento, difficile, necessario. Un film che non cerca il consenso facile, e che per questo merita, più di molti altri, di essere visto.
