Matt Johnson

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Distribuzione
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
1975. Tony è uno studente diciannovenne iscritto al Vassar College che sogna di diventare uno scrittore e concorre per una borsa di studio che finanzi lo sviluppo di un suo primo, ipotetico romanzo. È convinto di avere in tasca quella borsa grazie alla sua parlantina, e ci tiene soprattutto a convincere sua madre di non essere il cialtrone che lei crede. È anche innamorato di una compagna di scuola, Nancy, e per farsi bello con lei le assicura di avere già vinto quel riconoscimento. Quando scopre che invece è andato a un’altra studentessa decide di partire per Provincetown, la cittadina balneare di Cape Cod dove Nancy si è trasferita per l’estate, convinto di poterla conquistare. A Provincetown Tony trova lavoro come lavapiatti presso un fast food di pesce capitanato da Ciro, un individuo latinoamericano bizzarro ma generoso, e popolato da uno staff sui generis fra cui spicca Sal, tanto carismatico quanto collerico e ingestibile. Sarà questa la sua improbabile introduzione al mondo dell’alta cucina che lo renderà celebre nel mondo.
Tony, diretto dal regista indipendente Matt Johnson e scritto da Todd Bartels e Lou Howe, narra gli inizi della vita professionale del celebre cuoco, scrittore e personalità televisiva Anthony Bourdain, attingendo liberamente ad alcuni episodi narrati nel memoir “Kitchen Confidential”.
È il ritratto affettuoso di una personalità complessa e originale, ma anche di un ragazzo minato da una profonda insicurezza, confuso e scombinato, in cerca della propria identità e in balia dei propri desideri scomposti.
Johnson sceglie di uscire dai canoni standard del biopic agiografico e racconta il suo protagonista attraverso una costruzione altrettanto (deliberatamente) sconclusionata e caotica, come se il film stesso fosse in preda allo sturm und drang e alla confusone esistenziale di Tony. Gli altri personaggi del film, in particolare Sal, ma anche i suoi compagni di lavoro e il capo Ciro, sono personalità altrettanto anomale e imprevedibili, e questo rende il racconto divertente e la messa in scena originale e convincente proprio nella sua eccentricità. Tony è un bugiardo compulsivo non tanto perché voglia ingannare il prossimo, quanto perché cerca disperatamente di inventarsi un’identità più interessante della propria e di attribuirsi un talento che teme di non possedere.
A incarnare il giovane Bourdain è uno degli attori giovani più promettenti della scena cinematografica indipendente americana, Dominic Sessa, che abbiamo visto tenere testa a Paul Giamatti in The Holdovers – Lezioni di vita ed esibirsi come mago truffatore in Now You See Me Now You Don’t. Ma il vero mattatore del film è Ciro, il cuoco interpretato da Antonio Banderas con un mix di bonomia e follia che è profondamente nelle corde dell’attore spagnolo. Completano il cast Leo Woodall nei panni del vulcanico Sal, Emilia Jones in quelli di Nancy e il comico e podcaster Stavros Halkias, visto recentemente in Bugonia, nel ruolo dell’aiuto cuoco Stavros.
Tony è più un coming of age che un biopic, nel senso che non è facile, e del resto non è così importante, riconoscere nel protagonista l’Anthony Bourdain curioso e socievole (ma anche supercool) che abbiamo apprezzato attraverso le sue trasmissioni televisive (e la sua storia con Asia Argento), perché la trama funziona lo stesso, anche se illuminare la follia e la fragilità, nonché il desiderio di accettazione, del protagonista da giovane gettano una luce particolare sul suicidio del celebre cuoco, avvenuto nel 2018 a 61 anni. Johnson fa di Bourdain una sorta di Martin Eden, e del suo film un’ode stravagante a tutte le persone fuori dal comune, nonché al bisogno di ognuno di noi di essere visto e riconosciuto nella propria irrinunciabile individualità.
«Ero — per essere onesti — un ragazzaccio viziato, miserabile, narcisista, autodistruttivo e sconsiderato, con un gran bisogno di prendere una solenne lezione a calci in culo.»
Basterebbe la descrizione che dà di sé nelle pagine iniziali del celebre libro autobiografico Kitchen Confidential per intuire di che pasta era fatto il giovane Anthony Bourdain, in procinto di muovere i primi passi nel mondo della cucina. Fortunatamente Matt Johnson, regista molto popolare nel panorama del cinema indipendente low budget, ha deciso di mostrarlo anche su grande schermo. Tony, infatti, racconta un momento chiave nella vita di Bourdain, decisivo tanto nella definizione della sua personalità quanto per le scelte di vita future: l’estate del 1975. A interpretare il futuro chef è una tra le più brillanti nuove star del cinema a stelle e strisce, Dominic Sessa. Tony si serve dello scudo di dandy rockstar, strafottente ed egocentrica, ma non riesce a sopprimere del tutto una sensibilità fuori dal comune. Con magnetismo e personalità notevoli, Sessa si rivela assoluto mattatore dal primo all’ultimo minuto, calandosi nei panni di un diciannovenne alle prese con i cliché narrativi propri dei coming-of-age: la difficoltà a relazionarsi con i membri della famiglia, gli insuccessi scolastici, i primi amori, i gesti impulsivi di gioventù. Il tema senza dubbio più interessante per lo spettatore (e anche meglio sviluppato) è l’approccio traumatico di Tony alle mansioni da svolgere in cucina. Bourdain voleva fare lo scrittore. E invece, finito quasi per caso a lavare i piatti del fast food di pesce The Flagship a Provincetown, il nostro protagonista, sotto la guida dello chef e proprietario del locale (un Antonio Banderas in grande spolvero), svilupperà la passione per la cucina che lo ha reso celebre in tutto il mondo, ma si troverà anche di fronte a scelte moralmente delicate e a rinunce da compiere.
Sebbene, bisogna ammettere, la scrittura non presenti chissà quali guizzi e gli snodi narrativi siano tutti abbastanza prevedibili, Tony ha un suo grande punto di forza nella fotografia di Michael Bauman. Una resa tattile, calda e materica, che rende alla perfezione tanto l’iconografia visiva degli anni ’70, quanto la nostalgia di un periodo stracolmo di sogni, speranze ed energia, ma ormai irrimediabilmente svanito. La percezione che vuole trasmettere allo spettatore è quella di un ricordo d’estate, prezioso e malinconico, bello e doloroso.
