Un poeta

Simón Mesa Soto

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Oscar Restrepo ha dedicato la vita alla poesia senza ottenere riconoscimenti. Invecchiato e disilluso, sopravvive ai margini, intrappolato nell’immagine del poeta fallito. L’incontro con Yurlady, un’adolescente di umili origini dotata di un talento istintivo e bruciante per la scrittura, riaccende in lui un desiderio sopito: trasmettere, riscattarsi, forse salvarsi.
DATI TECNICI
Regia
Simón Mesa Soto
Interpreti
Ubeimar Rios, Rebeca Andrade, Guillermo Cardona, Alisson Correa, Humberto Restrepo, Margarita Soto
Durata
123 min.
Genere
Commedia
Sceneggiatura
Simón Mesa Soto
Fotografia
Juan Sarmiento G.
Montaggio
Ricardo Saraiva
Musiche
Matti Bye
Distribuzione
Cineclub Internazionale Distribuzione
Nazionalità
Colombia, Germania, Svezia
Anno
2025

Presentazione e critica

Dopo il successo internazionale con Amparo e la Palma d’Oro al cortometraggio per Leidi, Simón Mesa Soto affronta con il suo secondo lungometraggio, Un Poeta, una commedia feroce e straordinariamente caustica, che disseziona con precisione chirurgica le pulsioni cannibali di una società colombiana divisa fra ambizioni frustrate e cinico opportunismo. Al centro del film, un irresistibile Óscar Restrepo (Ubeimar Ríos, straordinario non-attore dalla presenza magnetica), poeta e insegnante decaduto che vive tra malinconici rimpianti e mediocri velleità. L’incontro con la giovane e talentuosa Yurlady, proveniente da un barrio poverissimo, gli offre l’illusione di un possibile riscatto personale, ma presto la relazione pigmalionica rivela il suo lato più oscuro e cannibale: il talento della ragazza diventa carne fresca su cui si gettano avidamente tutte le istituzioni culturali della città. Con cinica lucidità degna del miglior cinema wilderiano, Mesa Soto rappresenta scuole di poesia e premi letterari come conventicole parassitarie, in cui giovani poeti vengono spolpati della loro autenticità, sacrificati sull’altare della vanità intellettuale assistita. Non meno feroce è lo sguardo bunueliano sulla classe subalterna: vittime e carnefici si confondono, con i poveri ridotti a furbastri di piccolo cabotaggio, pronti a cannibalizzare le proprie miserie per un briciolo di vantaggio economico, con un cinismo che evoca la cattiveria grottesca di film come Bellissima di Luchino Visconti o la feroce satira di Little Miss Sunshine di Jonathan Dayton e Valerie Faris. Ma la forza di Un Poeta risiede soprattutto nella scrittura brillantemente corrosiva, che alterna sapientemente registri comici e tragici, e in una messa in scena che enfatizza il paradosso stridente fra la retorica alta della poesia e la cruda bassezza del quotidiano. Girato in Super 16mm con una fotografia graffiata e sporca che rimanda a un realismo underground, il film regala momenti di rara comicità corrosiva, come la scena nell’urinatoio maschile, simbolo perfetto di come la retorica dell’arte, privata di ogni mistificazione romantica, finisca spesso per coprire dimensioni ben più prosaiche della vita. La relazione mentore-allievo ripresa da Mesa Soto non ha niente della dolcezza edificante di pellicole più rassicuranti: qui riecheggiano piuttosto l’ossessione autoassolutoria della madre interpretata da Anna Magnani in Bellissima, o il patetico inseguimento della fama familiare di Little Miss Sunshine, dove l’ambizione adulta cannibalizza cinicamente l’innocenza giovanile. Come in queste opere, la dinamica narrativa è pervasa da una tensione costante, che il regista mantiene sempre sull’orlo della catastrofe comica e umana. Attraverso questo registro sapientemente calibrato, Mesa Soto ci offre una rappresentazione affilatissima e implacabile della Colombia contemporanea, segnata da una competizione brutale per la sopravvivenza, dove il talento autentico rischia sempre di essere fagocitato dalla mediocrità organizzata. Significativamente autobiografica, la figura di Óscar è una maschera tragicomica delle ansie dell’artista, del suo perenne rischio di diventare una caricatura cannibale delle proprie ambizioni frustrate. L’autore, come il protagonista, riflette ironicamente sul proprio destino, con uno sguardo che riesce a sorridere amaramente anche davanti al peggio. Così, alla fine di una pellicola in cui bellezza e squallore si inseguono in un grottesco balletto, Mesa Soto trova il miracolo di un barlume poetico proprio nel punto più basso e sporco della narrazione. Forse, ci suggerisce con astuta ironia il film, aveva ragione Bukowski quando scriveva: «Trova ciò che ami e lascia che ti uccida». La redenzione più bella arriva quando anche l’ultima speranza se n’è già andata.

 

Cinematografo

Óscar Restrepo, ultracinquantenne colombiano di fatto nullafacente, per ambizione poeta fallito, ma a tutti gli effetti disoccupato ed alcolizzato, nonché costretto per conclamata indigenza a vivere con l’anziana madre, contando sulla di lei pensione, si trova messo sotto torchio da sorella e dal genero, che gli impongono di accettare una cattedra per insegnare letteratura, così da potersi finalmente mantenere. Dopo essersi distinto, dapprima negativamente, poi incontrando un certo riscontro tra gli alunni, decantando loro poemi con cui assicurava ai maschi di poter far breccia sulle ragazze da cui sono attratti, lo strano professore si interessa, in particolare, della sola vera alunna che pare essere dotata di una certa predisposizione alla poesia, ovvero la talentuosa, ma non meno scaltra ed opportunista Yurladi. Il docente invita l’alunna ad iscriversi ad un concorso di poesia finanziato da una benefattrice olandese, ed organizzato da un gruppo di professori del medesimo istituto, incontrando un certo interesse sulla giuria.

Ma la festa di proclamazione dei vincitori si trasforma in una tragicomica disavventura, attraverso la quale il mite Oscar finirà accusato persino di molestie sulla giovane, ubriacatasi fino allo svenimento. Poi, come ogni cosa in Sudamerica, ed in particolare in Colombia, i soldi finiranno per aggiustare tutto e tollerare ogni a comodamente. Ciò non toglie che l’amarezza e lo sconforto resteranno lancinanti in capo al mite poeta illuso ed ingenuo, che, tuttavia, riuscirà forse, almeno in parte, a guadagnarsi un minimo di stima da una figlia che lo ha sempre ignorato, se non proprio disprezzato. Diretto con estro e una scelta di ripresa vintage ed insolita che prevede una pellicola dai bordi frastagliati, simile a quanto accade con le vecchie fotografie consunte dal tempo, ed in particolare quella avente a soggetto il poeta del cuore del protagonista, ovvero José Asunción Silva, che appare con orgoglio nelle banconote da 5mila pesos (mentre il per lui sopravvalutato Gabriel Garcia Marquez si è guadagnato immeritatamente quella da 50mila pesos), il film del bravo regista colombiano Simon Mesa Soto, già positivamente notato in Amparo del 2021, esplora tematiche universali come il fallimento artistico che demotiva e porta verso un baratro senza uscita; la dignità del lavoro rifuggita per mancanza di fiducia ed autostima; la poesia autentica contro quella ingannevole, di pura facciata, utile solo a creare ingannevole pathos, e, ancora, la complessità di una famiglia disfunzionalmente divisa, ove i rapporti padre-figlia in particolare sono inficiati da una unilaterale mancanza di fiducia e di stima.

Poteva essere una tragedia, invece Un poeta – narrato in quattro capitoli introdotti da motivetti tradizionali interrotti a bruciapelo, nonostante i duri argomenti trattati, che arrivano a sfiorare la violenza sui minori, di fatto supposta ma completamente fuorviatamente – si sviluppa con i toni di una commedia dai momenti buffi, spiritosi, ricomposti quando l’amaro in bocca prevale sul tragico divertimento, e la realtà di una società colombiana corrotta e deviata da corruzione e malaffare, diviene una problematica impellente, connaturata al contesto diffuso, da cui pare impossibile uscir fuori.

 

 

Filmtv.it

A colpire è anche la maniera in cui Mesa Soto lascia che il tono del film si sposti, si apra, quasi deragli, senza che questo mutamento appaia gratuito. Questo slittamento, del resto, è preparato fin dall’inizio da un umorismo dissonante che il regista riconosce apertamente: una commedia che guarda di sbieco alla sofisticazione newyorkese e all’eccentricità argentina, salvo poi farla precipitare in un contesto del tutto disallineato, quello di un uomo di Medellín che fantastica su Bukowski e si porta addosso un clarinetto quasi come una caricatura del proprio sogno intellettuale. In questa stonatura tra modello immaginato e realtà vissuta, Un poeta trova una delle sue chiavi più sottili. Per un lungo tratto il film sembra limitarsi a osservare il disfacimento di un uomo che sabota tutto ciò che tocca, e già questo basterebbe a farne un ritratto feroce. Poi, però, il film devia. Lo fa attraverso una sequenza di smottamenti, umiliazioni, esposizioni pubbliche e private che portano il personaggio verso una zona più nuda, più instabile, dove il grottesco, il panico e la pietà finiscono per toccarsi. Il cambiamento non riguarda soltanto la struttura narrativa; investe il modo in cui Oscar si offre allo sguardo. Restano la vanità, l’arroganza, il narcisismo; eppure dentro quella stessa materia comincia ad affiorare qualcosa che fino a quel punto era rimasto soffocato: una disperazione infantile, una fame d’amore incapace di nominarsi, una forma di solitudine che il personaggio ha sempre coperto con l’alterigia e con il mito del poeta ferito. Mesa Soto non trasforma mai questa scoperta in assoluzione. Oscar continua a essere colpevole, cieco, inaffidabile; ma proprio perché il film si rifiuta di ridurlo a una sola faccia, la sua fragilità finisce per pesare di più. Ubeimar Rios, in questo senso, regge il film con un’interpretazione di straordinaria precisione. La sua faccia, i suoi tempi, il modo in cui tiene insieme vanità e sfinimento, aggressività e infantilismo, costruiscono un personaggio memorabile senza mai cercare il colpo d’attore.

 

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