Yellow letters

Ilker Çatak

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Festival di Berlino – 2026 Premio Orso d'Oro

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Derya e Aziz, una coppia turca di mezza età, lei attrice di teatro, lui drammaturgo e docente universitario, entrano nel mirino delle autorità turche come oppositori del regime di Erdogan: la pièce politicamente impegnata che Derya intrepreta viene cancellata, Aziz viene allontanato dall'università e i suoi social messi sotto controllo. Persino le dinamiche di coppia, e il rapporto con la figlia adolescente Ezgi, entrano in crisi quando il dramma si sposta dal palcoscenico alla vita reale seguendo logiche narrative simili, e mettendo alla prova l'impegno politico dei due protagonisti, fino a quel momento limitato ad un dissenso astratto e metaforico veicolato in forma artistica e intellettuale. Ma l'arte e l'ideologia sono abbastanza pericolose e potenti da minacciare il potere costituito, e in ogni caso da spingere gli spettatori e gli studenti a porsi domande scomode e potenzialmente sovversive.
DATI TECNICI
Regia
Ilker Çatak
Interpreti
Özgü Namal, Tansu Biçer, Leyla Smyrna Cabas, Ipek Bilgin, Kerem Can
Durata
128 min
Genere
Drammatico
Sceneggiatura
Ilker Çatak, Ayda Meryem Çatak, Enis Köstepen
Fotografia
Judith Kaufmann
Montaggio
Gesa Jäger
Musiche
Marvin Miller
Distribuzione
Lucky Red
Nazionalità
Germania, Francia, Turchia
Anno
2026

Presentazione e critica

Turchia, oggi: un’attrice teatrale rifiuta la foto con un politico di governo e inizia la sua degradazione. È il congegno che innesca Yellow Letters, il nuovo film di İlker Çatak, Orso d’Oro a Berlino 76. Il regista de La sala professori getta la maschera e gira un film più apertamente politico. È anche al suo Paese che strappa il travestimento, incidendo l’affresco di un regime non apertamente autoritario ma una dittatura dolce, che lavora ai fianchi in modo implacabile, lentamente ti umilia e ti fa sparire.

Cosa c’è di peggio per due artisti di oscurare la loro opera? È ciò che accade a Derya e Aziz, lei attrice, lui regista indipendente, con una figlia di tredici anni, due che vogliono coltivare la loro arte e non si piegano alla logica commerciale e all’inchino obbligatorio al governo. Proprio con una recita teatrale inizia il racconto, che mostra subito le qualità di Derya – e del marito al timone -, la quale però rifiuta lo scatto di rito col politico, che durante lo spettacolo ha fatto pure squillare il cellulare. Da qui si innesca il graduale scivolamento nell’abisso: i due artisti ricevono le “lettere gialle” del titolo, che significano licenziamento senza appello perché sgraditi al regime, lasciano Istanbul e si trasferiscono ad Ankara dalla nonna.Qui si apre un’altra porzione della storia, che è un altro velo squarciato sull’esistenza sotto regime: continuare tenacemente a resistere o chinare la testa per permettere la vita? Lui non ha dubbi, prosegue la sua scrittura indie e anzi compone una pièce sulla vicenda, che rappresenta la violenza di Stato per interposta metafora, una spoliazione al metal detector che umilia il corpo e quindi la mente.Lei, invece, comincia ad ascoltare le lusinghe di un’agente che la vorrebbe in una serie: basta cancellare qualche post contro il governo… In mezzo a loro si installano due generazioni lontane, la nipote e la nonna, in uno splendido doppio affresco che arriva a toccarsi in modo struggente, la giovane che cresce senza libertà e l’anziana che rivendica il suo femminismo ante-litteram, duro da esercitare in una società tanto patriarcale. Intanto scontro tra marito e moglie sarà inevitabile e porterà a una nuova consapevolezza.

Senza mai nominare l’elefante nella stanza, Erdogan, Yellow Letters traccia il disegno di uno Stato leviatano, segnato dal controllo rigido e implacabile ma anche abitato da resistenti, artisti e cittadini che mettono in atto un biocottaggio sistematico. Poi slitta sul piano umano, col privato che è ugualmente politico, rimestando nel conflitto tra arte e libertà e nel dolore delle scelte individuali, lottare ancora o firmare la resa. Con un colpo di genio: le città incluse nei crediti (Berlino interpreta Ankara, Amburgo interpreta Istanbul), in Turchia non si sarebbe potuto girare. Magnifica la chimica tra gli attori, Özgü Namal e Tansu Biçer, che infestano la dittatura col fantasma della libertà. Un grande film politico.

Cinematografo

(…) La vicenda dei protagonisti racconta molto della Turchia contemporanea del dittatore Erdoğan. Il rapporto con il potere è incorporeo, ritratto in fuoricampo, anche se ne vediamo le conseguenze terrene, le ricadute materiali, un’entità astratta lontana e intoccabile che agisce nell’ombra con la complicità dei delatori. La linea narrativa dedicata all’ambito professionale va di pari passo con quella familiare. Oltre che artisti Aziz e Derya sono genitori di Ezgi, una ragazza quattordicenne. Una figura scelta non a caso per estendere la traccia tematica del contrasto insanabile tra la coerenza dei principi e la necessità di rendersi diplomatici. Soprattutto dentro un mondo che non concede sconti e chiede di piegarsi, pena la punizione. Per Derya, un’attrice all’apice del suo percorso artistico, significa l’allontanamento coatto dalle scene, per Aziz la sospensione dal ruolo accademico che ricopre, con le accuse generiche e pesantissime di fomentare una sovversione e fiancheggiare il terrorismo

I momenti di difficoltà sono il banco di prova principale per entrare nella parte centrale del dramma, ed attraverso essi Çatak esprime l’aspetto conflittuale. Il discorso etico e morale coinvolge a cascata la sfera privata, poi si abbatte come una scure sul lato coniugale. Aumentano i dubbi, i dilemmi, le paure, le domande chiedono delle risposte immediate alla condizione di disagio. Di primo acchito trovano un riscontro amaro e molto verosimile, una conciliazione con la realtà che comporta la perdita dell’innocenza. L’apparente mancanza di ipocrisia non riesce a cancellare però il dato dolente della perdita di una purezza che si vuole intoccabile. La vita con un colpo di spugna li costringe ad aprire gli occhi, stravolge ogni piano, lascia trapelare un senso di impotenza ma anche a liberare delle risorse. Suona simile ad un segno di resa, poi Yellow Letters nel finale si apre ad una speranza e nel cambiamento trova uno spiraglio di luce, quando la realtà ha una faccia feroce e la tolleranza si rivela la medicina migliore contro un’ottusa rigidità utile soltanto a gettare benzina sul fuoco. C’è qualche digressione di troppo, nel complesso pesa poco e non riduce la forza del messaggio di cui si fa portavoce.

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