Dong Jie

DATI TECNICI
Regia
Interpreti
Durata
Fotografia
Montaggio
Musiche
Nazionalità
Anno
Presentazione e critica
«Salvare l’essere mediante le apparenze», sconfiggere la morte, vincere il tempo affidandosi alla riproduzione tecnica, alla sua natura indicale, materiale, alle mummie. O dibattersi tra i simulacri, perdere contatto, riferimenti. «Cos’è?», domandava Bazin a proposito dell’immagine tecnica, premettendo un cosa, un orizzonte di cose, prospettiva (meta-fisica) a cui si riporta, in fin dei conti, anche un nichilismo come quello baudrillardiano, così appropriato – parrebbe – al contemporaneo, terra in cui l’epoca e l’utopia baziniana s’accatastano tra le anticaglie. Che pensare, del resto, dinanzi a un carosello virtualmente infinito, scollato dal corpo fotografico, quasi autonomo come quello che inonda le vite di molti? Che cosa, soprattutto, rimane? Parte, Zoom In, Zoom Out, con una coppia di possibili operazioni e di ipotetici gesti, evocando, nel titolo, delle distanze, un mondo in cui si sta con la gamba ingessata a scrutare la danza delle ombre. Le immagini scorrono senza sosta, mentre l’umano si attarda, tutt’al più ghermito da visioni prive di soggetto. Nel suo piccolo, il game designer Shi alimenta questo ecosistema anzitutto in termini lavorativi, sul lato videoludico, conducendo una vita che – rendono evidente le prime, programmatiche, sequenze – appare spesso come nodo di una rete di relazioni mediate tecnicamente. Durante una call, seduto sulla sua sedia, il ragazzo si distrae esplorando Shanghai, attratto da una piazza in cui incontra, con una zoomata, il coinquilino Gao. La coincidenza, notata anche dai colleghi a causa di un inavvertito screen sharing, spinge Shi a inviare una foto, via chat, all’amico. Nessuna risposta, però: colui che era lì sullo schermo, a portata di mano (?), è svanito. Riprendendo una lezione già assorbita da una schiera di autori est-orientali, l’esordio al lungometraggio del cinese Dong Jie perlustra territori smaccatamente antonioniani e li aggiorna in senso (post)mediale. Le impronte di Blow-Up, addensamenti di un inconscio tecnologico convocato dall’hic et nunc dello scatto, cedono il passo a uno scenario differente. L’ipotesi della diretta e la coesistenza delle temporalità, su tutti, dischiudono un orizzonte primariamente topologico – si vedano anche i modellini – che non implica scissioni tra online e offline: non è il tempo né dell’essere, né delle apparenze, né dei simulacri; non è il tempo della metafisica. Zoom In, Zoom Out forza queste coordinate e non si preoccupa granché di strutturare gerarchicamente, metafisicamente, gli strati di cui si compone. Ecco soltanto (la presenza del)l’assenza di Gao, un posto vuoto, e la conseguente attivazione di una quête scopica, catena di segni che ingloba lo stesso Shi. Spodestato dal ruolo di costruttore di mondi, il protagonista naviga a vista per risolvere il caso. Ma le immagini seguitano a proliferare, le corrispondenze scricchiolano, e il compito si stratifica…
La rottura anche iperbolica dei canali comunicativi, il geometrismo degli spazi e della regia, l’attenzione dedicata all’aspetto ‘atmosferico’ delle situazioni cinematografiche: un certo immaginario (anche) antonioneggiante è servito. Da questo punto di vista, l’impostazione estetica di Zoom In, Zoom Out è presto definita in termini generali, e aggiunge poco al canone. A un tempo, tanto la scrittura quanto la costruzione del paesaggio postmediale palesano, non di rado, una caccia al guizzo concettuale e/o formale che risulta alquanto acerba: sul primo versante, la gestione – a mo’ di esempio – di personaggi come Niko e di nuclei tematici come il cyberbullismo rischia di apparire forzata, alla stregua, sul secondo versante, delle reiterate dimostrazioni di variatio tecnologica. È semmai quando la proliferazione prende temporaneamente (e coraggiosamente) il sopravvento che il film di Dong si dà, in prima battuta, la possibilità di confrontarsi col contemporaneo senza mantenere una distanza di sicurezza. In corrispondenza di specifici crocevia narrativi, come il frammento dedicato al rider, ma anche in passaggi di per sé irrilevanti, le immagini sospendono infatti l’ordine generale e impongono un’a-significanza nella cui ottusità riposa, sul filo del paradosso, una pregnanza eccezionale. In bilico tra de-realizzazione e iper-realizzazione, questi frammenti presentano allo spettatore un gioco che sostiene, nel complesso, uno dei discorsi più fecondi di Zoom In, Zoom Out. Anzitutto, affiora in maniera molteplice una tensione che libera il campo da vagheggiamenti circa il carattere neutro, inerte, strumentale, della tecnica: la vita videoludica persiste a prescindere dall’offline, la GoPro filma tutto quando gli si para davanti, TikTok (ri)chiede di creare contenuto dopo contenuto. E coesistono così un’istanza quasi spettrale e dei momenti di shock sensoriale, cinematograficamente anomali: ecco che gli stilemi di sapore antonioniano godono di questa peculiare integrazione atmosferica che lambisce l’assurdo, sì, ma che – insieme – trova anche un punto di congiunzione tra una condizione mediale e una condizione esistenziale. È anche su questo piano che, talora oltre ogni logica, Shi conduce la sua ricerca (e vita), alieno alle scissioni tra mondi, spinto a interpretare il (e interpretato dal) marasma semiotico alla luce del proprio, umanissimo, scopo. Non schiaccia, Zoom In, Zoom Out, l’online sull’offline né viceversa: tra indizi e momenti opportuni, lontano da parole definitive e punti fermi (agguantati o perduti), ascolta tra le pieghe una relazione più fondamentale, più sentita, quella tra una coppia non di cose, ma di come. In un mondo che si manifesta nei suoi modi, a noi – da quello stesso mondo – dei modi per frequentarlo, un fare da mettere in campo, foss’anche – dalle immagini, nelle immagini – un continuo ri-calibrare lo sguardo.
Le enormi metropoli asiatiche, pur essendo proiettate in un futuro tecnologico, nascondono una profonda solitudine periferica, in cui i giovani si rifugiano nel metaverso per costruire l’illusione di una comunità. L’opera prima del trentenne Dong Jie approda alla Mostra del Cinema di Venezia, alla Settimana della Critica, per misurare con precisione l’isolamento sociale della Generazione Z. In Zoom In, Zoom Out (titolo originale cinese Fa xian zhi lü) il regista trasforma l’ambiente metropolitano e le piattaforme in un territorio d’indagine sullo smarrimento della gioventù moderna.
Al centro del racconto troviamo Shi, uno sviluppatore di software che cerca il compagno d’appartamento Gao, dopo la sua improvvisa e misteriosa sparizione. L’unico indizio rilevante emerge dentro a un videogioco online e spinge il protagonista a collaborare con YY. I due ragazzi attraversano le strade caotiche della città reale e i mondi tridimensionali del web per ricostruire la verità. La ricerca li porta a interagire con persone e avatar provenienti da contesti sociali differenti, che comunicano unicamente attraverso gli schermi e le simmetriche architetture delle simulazioni grafiche. L’esordio di Dong Jie è un noir sofisticato sulla percezione del vero nell’era tecnologica. Il racconto aggiorna le strutture narrative di Blow-Up di Antonioni. Entrambi i film raccontano la storia di un mistero da risolvere analizzando un’immagine, ma cambiando l’oggetto dello “zoom”. In Blow-Up il protagonista scatta una foto, la stampa e la ingrandisce per capire se ha fotografato un delitto. Ma così tutto diventa sgranato e confuso. Nel film di Dong Jie, Shi fa la stessa cosa, ma al computer. Si immerge in un videogame per trovare l’amico, analizzando i singoli pixel sullo schermo. Zoom In, Zoom Out dialoga anche con le intuizioni di Charlie Kaufman in Synedoche, New York per il continuo rispecchiamento tra simulazione virtuale e vita vissuta. Sul piano visivo (anche senza le luci al neon) il film evoca le atmosfere di Tron di Steven Lisberger, dove gli spazi informatici diventano lo specchio delle ansie, delle speranze e delle paure personali.
Dong Jie si è formato alla Beijing Film Academy e lavora da tempo come montatore. Questa sua esperienza si riflette sul montaggio, che rende quasi invisibile il passaggio tra la realtà materiale e l’universo della rete, annullando la percezione dei confini geografici e fisici tra i corpi. Zoom In, Zoom Out evita qualunque giudizio moralistico sull’influenza dei dispositivi moderni nelle relazioni umane. Viviamo in un mondo iperconnesso, in cui l’isolamento rende difficile la ricerca di legami reali e autentici. Ma il cinema può essere un romantico punto di contatto. Buona la prima.
